I due Intermezzo di Ingrid Bergman

I due Intermezzo di Ingrid Bergman

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Ingrid Bergman esordì a Hollywood con Intermezzo di Gregory Ratoff, un classico melodramma alto-borghese che era il remake dell’omonimo film svedese interpretato dalla stessa attrice. Sinister e CG editano le due versioni in un unico cofanetto-dvd, sollecitando riflessioni sulla riscrittura filmica tra grammatica e implicazioni morali.

Un famoso e apprezzato violinista svedese, Holger Brandt, sposato con figli, s’innamora di una giovane pianista, Anita, che lo accompagna nei concerti. I due si danno alla fuga durante una tournée all’estero, ma presto i sensi di colpa e diversi progetti di vita metteranno in crisi il loro rapporto… [sinossi]

La pratica del remake è nata insieme al cinema, specie a Hollywood dove si è continuamente rubacchiato di tutto, soprattutto nei confronti del cinema europeo. Non solo idee per film, ma anche maestranze, registi, attori, attrici: Hollywood è sempre stata un aspirapolvere centripeto. Negli anni Trenta era frequente anche la pratica del film multi-versione (girare due o più volte lo stesso film, con troupe parzialmente o totalmente identiche, per mercati e lingue diverse), ma nel caso dei due Intermezzo interpretati da Ingrid Bergman (uno nel ’36 e uno nel ’39) è più corretto parlare di vero e proprio remake, dal momento che i due film sono realizzati a distanza di tre anni uno dall’altro in due contesti industriali nettamente differenti.
Superficialmente i due film possono anche trarre in inganno e far pensare a un progetto unitario, poiché non solo appare la Bergman in entrambe le versioni, ma le similitudini sono anche molto numerose, con alcuni brani di dialogo adottati quasi alla lettera e addirittura alcune soluzioni visive gemellari. Tuttavia, superate le ininfluenti somiglianze, ci troviamo di fronte a due film molto diversi, che soprattutto ci parlano di due industrie e due modi di vedere e pensare il cinema notevolmente distanti.
Per Ingrid Bergman il remake diretto da Gregory Ratoff fu l’esordio a Hollywood, favorito dal tycoon David O. Selznick in cabina di produzione. L’intreccio vede una vicenda piuttosto basilare di tradimento coniugale e amore romantico negli ambienti dei concertisti di musica classica. Il violinista Holger Brandt, sposato con figli, cade in fatale passione per la giovane pianista Anita. Scoppia la passione travolgente, i due si danno alla fuga durante una tournée musicale, poi sensi di colpa e progetti diversi di vita concludono il rapido intermezzo tra i due. La famiglia si ricongiunge, Anita sparisce. Fine.

Niente di diverso, insomma, dal canone del classico melodramma borghese o alto-borghese anni Trenta, che anche in Svezia riscuoteva una sua popolarità. Ottima è stata la scelta di Sinister e CG di editare i due film nello stesso cofanetto, confezionando un utile strumento per favorire un’immediata comparazione tra le due versioni ed entrare in contatto con un fulgido esempio di quel che viene definito riscrittura.
Benché l’intreccio resti sostanzialmente identico (nel remake americano si conserva addirittura l’ambientazione svedese dell’originale), salta subito agli occhi una differenza sostanziale: l’originale ha una durata di 88 minuti, il remake di appena 67. Eppure dell’intreccio originale non si trascura nulla, nessun personaggio o snodo narrativo viene messo da parte. A rendere più stringata la rilettura americana di Ratoff intervengono innanzitutto scelte grammaticali, e in secondo luogo morali.
È evidente che il prototipo svedese diretto da Gustaf Molander abbia un passo narrativo molto più disteso, composto da sequenze dilatate nei tempi e adagiate in dialoghi di scavo psicologico e autoanalisi. A Hollywood Ratoff bada al sodo, puntando innanzitutto su due fondamenti americani: si racconta solo ciò che è necessario al dipanarsi dell’intreccio e si adotta un’evidenza tutta esteriore nelle motivazioni dei personaggi. Niente dev’essere lasciato agli intuibili moventi delle figure umane messe in gioco: via il lirismo insistito, via l’enfasi sulle anime tormentate. A somma dominante devono ergersi l’intreccio e la sua narrazione.

In tal senso vengono a decadere alcune “inessenzialità” (ovviamente in ottica hollywoodiana) che rendevano l’originale meno trasparente e immediato: i ruoli della moglie tradita Margit e soprattutto del Maestro Stenborg vengono ridotti, mentre il più sacrificato risulta il figlio di Holger, che nella versione americana viene pure ringiovanito di qualche anno finendo per essere poco più che un bambino. Ma ad assumere un peso ancor più significativo si rileva una differenza sostanziale: Ratoff ridimensiona notevolmente l’impatto simbolico dei vari riferimenti a elementi della natura in transito, che al contrario Molander accentua fortemente. In entrambi i film intervengono inquadrature di nuvole, di ghiacci trasportati dal fiume, di alberi che rifioriscono in primavera, inserite anche in un paio di sequenze a episodi con sovrimpressioni.
È un controcanto panico alla vicenda che nella versione svedese ricopre un notevole ruolo espressivo, ben evidenziato nella lunghezza estatica e contemplativa delle inquadrature, mentre nella rilettura hollywoodiana se ne riduce nettamente la durata e vengono semplificate a mero strumento informativo, ovvero fungono da indicatori del tempo che passa.

Se da un lato l’insieme di tali modifiche punta decisamente alla costruzione di un racconto rapido e immediato, più consono ai ritmi serrati del cinema hollywoodiano, dall’altro ciò risulta funzionale a un generale reinquadramento morale dell’intero film. Innanzitutto, dalla versione svedese a quella americana si nota un fondamentale mutamento: l’originale di Molander è sostanzialmente un dramma familiare borghese d’impronta fortemente punitiva ed edificante, mentre il rifacimento di Ratoff conserva certo la finale riconciliazione coniugale ma resta un melodramma romantico, in cui l’enfasi è più centrata sulle ragioni dell’amore tra Holger e la pianista Anita.
Contestualmente si ribaltano le proporzioni tra i personaggi: nel film svedese vi è una certa equivalenza tra il peso narrativo delle varie figure umane narrate, e il travaglio di Holger, padre di famiglia attempato e innamorato di un’altra donna più giovane, occupa il centro del racconto, con l’Anita di Ingrid Bergman non effettivamente protagonista bensì personaggio “inter pares”. A Hollywood invece, complice forse la volontà di lanciare la Bergman in pompa magna nel cinema americano, le paturnie di Anita salgono in primo piano e la sua rinuncia all’amore assume tratti assai più nobili, tagliando su misura un ruolo per la nuova venuta nordeuropea. Di più: è ben percepibile l’adesione al classico melodramma hollywoodiano in cui entrano in conflitto vari personaggi ognuno animato da comprensibili ragioni. Tutti sono umani, tutti hanno ragione, nessuno ha torto.

Nell’Intermezzo di Molander prevale al contrario il racconto edificante e ricattatorio, a tutta difesa delle ragioni familiari. Ciò provoca anche evidenti differenze nel trattamento della figura di Anita, che non è certo personaggio negativo o “donnaccia” in nessuno dei due film, ma nella versione americana va incontro a una netta enfatizzazione romantica. Per Ratoff Anita è innamorata ma piena di sensi di colpa, e interviene un elemento più di altri a corroborare la sua tendenziosa definizione psicologica: quel brano di dialogo al caffè con Holger, assente nell’originale, in cui la giovane pianista entusiasta confessa all’uomo di aver sempre ammirato la sua arte, fino a indebitarsi per andare a sentirlo suonare in concerto quand’era appena adolescente. Così facendo l’amore passionale al quale i due si abbandoneranno di lì a poco acquista agli occhi del pubblico (e soprattutto dei committenti del film, difensori della morale del tempo) un aspetto più accettabile: Anita è sempre stata innamorata di Holger, fin da ragazzina, quando ancora lui non la conosceva e lei viveva nel mito del grande violinista. Così l’originale di Gustaf Molander è più tetro e conservatore ma al tempo stesso anche (involontariamente?) più spregiudicato, visto che non cede agli scrupoli di giustificare a ogni costo una passione extraconiugale.

Infine, a rendere più scintillante e “glamorous” la versione americana, interviene anche lo spostamento geografico della fuga romantica all’estero: Molander ricorreva alle austere montagne intorno a Zurigo, Ratoff opta per il sole della Costa Azzurra, ovviamente in entrambi i casi con ampie ricostruzioni in studio. Evidentemente in Svezia si sognava la Svizzera (d’altra parte Androids Dream of Electric Sheep…), mentre a Hollywood s’identificava in Cannes il luogo ideale per il rifugio di due innamorati. Secondo tale linea assume un evidente ruolo di enfatizzazione anche la pesante e onnipresente musica extradiegetica che fa da commento al remake, e che va a riempire un vuoto pressoché totale dell’originale. Per il buon peso del canone hollywoodiano, Ratoff rende ancor più stucchevole la figlia piccola di Holger affibbiandole un immancabile cagnolino. Ognuno racconta se stesso, in ultima analisi. La Svezia scende nel profondo, Hollywood prigioniera come sempre del mito dell’immediatezza. Un’unica certezza: Ingrid Bergman è splendida in entrambi i film.

Note
La versione originale di Gustaf Molander è circolata in Italia con due titoli alternativi, Intermezzo e il totalmente insensato La sposa scomparsa. Quest’ultimo è il titolo adottato dalla CG per la sua uscita in dvd.
Extra
Trailer cinematografico e galleria fotografica della versione americana.
Info
La scheda di Intermezzo sul sito della CG Entertainment.
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