Legittima difesa

Legittima difesa

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Presentato in Piazza Maggiore alla trentesima edizione del Cinema Ritrovato, Legittima difesa è un polar classico del cinema francese. Diretto in modo frenetico da Henri-Georges Clouzot, si avvale di una sceneggiatura mefistofelica per quanto è perfetta e di un cast eccellente, a partire dal poliziotto interpretato da Louis Jouvet.

La ronde del dettaglio poliziesco

Jenny Lamour è un’ambiziosa cantante che sembra disposta a tutto pur di far carriera, provocando così le continue scene di gelosia del marito Maurice. Il gioco va avanti finché non ci scappa il morto: il vecchio libertino Brignon viene ritrovato esanime nella sua villa. L’ispettore incaricato delle indagini crede colpevole Maurice e lo fa arrestare… [sinossi]

Dopo l’ottimo esordio con L’assassino abita al 21, Henri-George Clouzot aveva diretto nel ’43, Il corvo  probabilmente il suo capolavoro – con la Francia alle prese con l’occupazione nazista, scatenando le ire dei connazionali che vedevano, nel ritratto feroce della piccola borghesia preda di un vortice delatorio, un insulto alle virtù patrie. Solo nel ’47 e solo grazie al pubblico intervento di intellettuali e registi, tra cui Jacques Becker, Clouzot poté tornare alla regia, proprio con Legittima difesa, che tenendosi lontano da questioni politiche e morali riaffrontava il terreno del polar, sulla scorta del suo esordio.
Presentato in Piazza Maggiore alla trentesima edizione del Cinema Ritrovato, il terzo lungometraggio di Clouzot appare come un’opera scatenata, quasi gioiosa per quanto è frenetica, in cui si uniscono liberamente poliziesco e sensualità, perversioni e libertinaggio di vario genere.

Scottato però da quel che gli era successo nel recente passato, Clouzot non spinge il pedale sull’amoralità della faccenda e, anzi, costruisce il suo film – più o meno torbido – intorno a una serie di protagonisti che sono sì dei peccatori, ma pur sempre in buona fede. La cantante Jenny Lamour è infatti ambiziosa e volgarotta, naturalmente sensuale (e un paio di inquadrature da scosciata tendono a enfatizzare questa sua predisposizione, soprattutto nella fase iniziale del film), ma – checché ne pensi lui – non tradirebbe mai il marito (un sottomesso ma fumantino Bernard Blier, che poi sarebbe diventato un volto familiare della commedia all’italiana, partendo da La grande guerra e passando per Riusciranno i nostri eroi…). Lui stesso si convince di voler diventare assassino e di voler uccidere il mostruoso Brignon, ma viene paradossalmente anticipato da qualcun altro. Tra l’altro il morto – vale a dire Brignon – è l’unico personaggio davvero negativo di Legittima difesa: si fa delle foto con delle ragazze nude e ha una fisicità orribilmente lombrosiana. L’amica in comune della coppia litigiosa, la fotografa Dora (da cui va Brignon per i suoi libidinosi servizi fotografici), soffre quasi in silenzio: è palesemente innamorata di Jenny Lamour, ma non si spingerà mai a rivelare il suo amore lesbico.

In tutta questa congèrie di figure vivaci e abbozzate affettuosamente da Clouzot si intromette ad un certo punto – perché c’è un’indagine da portare avanti – il poliziotto Antoine, interpretato da un Louis Jouvet tanto strabordante da finire per mangiarsi letteralmente la scena. L’uomo, ormai anziano, abita in una casa modesta, tutto quello che sa l’ha imparato dai criminali e dalla loro competenza nelle più disparate materie, e forse non vede l’ora di andarsene in pensione, anche perché ha adottato un bambino africano (evidentemente sulla scorta di un suo passato in Algeria, informazione che però viene prudentemente lasciata all’intuizione dello spettatore). Ma allo stesso tempo Antoine svolge il suo lavoro con una meticolosità mefistotelica, attento a ogni dettaglio e a ogni contraddizione che possa emergere dalle dichiarazioni dei vari sospettati. E quel suo essere preciso e chirurgico sembra fare il paio con il film stesso che, a fronte di una prima parte giocosa e ‘selvaggia’, si ‘arrotola’ sinuosamente e vertiginosamente in una seconda parte in cui nulla viene lasciato al caso e ogni particolare, apparentemente insignificante, è potenzialmente decisivo. Certo, non si esce più dal rovello indagatorio e si ha a tratti la sensazione di una opprimente claustrofobia, ma per l’appunto è proprio l’esuberanza attoriale, di regia e di scrittura a rilanciare la posta ad ogni momento.

Esempio mirabile di un cinema di scrittura e di una voracità affabulatoria, Legittima difesa – oltre a essere il padre nobile di 36 di Olivier Marchal (2004) – è la dimostrazione di una tendenza vitale e vitalistica del polar francese che, anticipata già per certi versi dal Renoir di Il delitto del signor Lange (1936), ha poi trovato in Chabrol un più controllato prosecutore.

Info
La scheda di Legittima difesa sul sito de Il Cinema Ritrovato.
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