Brick and Mirror

Brick and Mirror

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Visto al Cinema Ritrovato, nell’ambito della retrospettiva dedicata al regista Ebrahim Golestan e alla sua casa di produzione, Brick and Mirror è una pietra miliare del cinema iraniano, ritratto inquieto di un paese prima della Rivoluzione con già quei contrasti che sarebbero poi esplosi. Un film dove troviamo in nuce tanti temi del cinema iraniano a venire.

Teheran fuori orario

Hashem è un tassista che trova nella sua vettura un bambino in fasce, lasciato da una donna velata che aveva trasportato. Si impegnerà in una ricerca vana della madre, quanto di una sistemazione per il pargolo. [sinossi]

Una Tehran notturna illuminata a giorno da luci al neon dei locali dove ci si ritrova a bere, fumare, chiacchierare davanti un tavolo con musica dal vivo. Una giungla urbana con un persistente brusio di fondo (per la prima volta nel cinema iraniano si usa la presa diretta), una metropoli tentacolare fatta di quartieri alti e popolari, dal grande divario sociale, una città straniante dove ci si perde e non si riesce a trovare chi si cerca. Come ci racconterà più di vent’anni dopo Abbas Kiarostami nel villaggio di Koker, nel film Dov’è la casa del mio amico?. Una città in cui basta deviare dai quartieri moderni per trovarsi in vicoletti di pietra, dove i passanti guardano in camera in momenti di estremo naturalismo, dove ci si può imbattere in un funerale, dove si trovano gli artigiani che fabbricano strumenti musicali, come quelli in Tajikistan che ci farà vedere Mohsen Makhmalbaf in Il silenzio.

Brick and Mirror di Ebrahim Golestan, caposaldo del cinema iraniano per tanti anni invedibile e ora presentato restaurato al Cinema Ritrovato, è anzitutto il ritratto di una città nuda, ambientato nella prima parte in notturno, nel vagare per la città in macchina, nei dialoghi tra guidatore e passeggeri, secondo quella situazione narrativa che sarà poi sviluppata da Kiarostami. È un documento di una Tehran molto diversa da quella che sarebbe uscita dalla Rivoluzione di 15 anni successiva. Di un paese comunque pervaso da tensioni e contraddizioni. Da dieci anni era stato rimesso al suo posto, con un colpo di stato manovrato dalle potenze occidentali, lo Scià, autocrate che stava intraprendendo un processo di modernizzazione forzata che, con la rivoluzione bianca, tagliava fuori i contadini e gli umili dalla ricchezza detenuta dalle grandi imprese statali. La donna anziana, velata, che incontra Hashem all’inizio, in un sobborgo cercando la madre del bambino, rimpiange i campi di grano che crescevano alti finché non costruirono i muri, rimpiange il benessere di una volta, il figlio capomastro che poi perse il lavoro. Racconta le miserie di quella parte del paese tagliata fuori dal benessere, di cui fa parte la stessa madre del bambino, impazzita dopo l’andare via del marito che si ostina ad aspettare. Non è chiaro il motivo di quell’abbandono ma si può intuire che la donna volesse lasciarlo per motivi economici, sperando nell’affidamento di qualcuno proprio come farà la coppia del primo episodio del film L’ambulante di Makhmalbaf (che riprende Moravia).

Sono velate le donne di questo ambiente marginale, osservanti di quei dettami religiosi che lo Scià voleva eliminare generando così le prime ribellioni del clero sciita. Proprio durante la lavorazione del film cominciavano i primi moti a seguito dell’arresto dell’Ayatollah Khomeini. Mentre nei quartieri alti si beve e fuma, si disquisisce di Dostoevskij e di cruciverba, si fa l’amore anche senza essere sposati. Ma domina un clima di diffidenza e di paura di essere spiati. Aleggia, ovviamente mai citata, l’ombra della Savak, la terribile polizia segreta dello Scià che tutto controllava. Hashem è diffidente della polizia e quando alla fine si decide ad andare in commissariato sente storie di trappole, di un mondo dove non ci si può fidare di nessuno. Mentre il commissario, con alle spalle il quadro dello Scià, che campeggia poi anche nell’orfanotrofio, si vanta di poter arrestare tutti. “Centinaia di occhi ci guardano, dietro ogni finestra c’è un occhio” osserva il protagonista – come anche una delle donne incontrate poi in orfanotrofio che ha paura dei vicini – dopo la notte d’amore con la donna temendo che qualcuno possa averla vista entrare in casa, mentre lei si chiede cosa ci sia di sbagliato nell’amarsi. E proprio invece l’essere stati visti dal bambino, la condivisione con lui di quell’intimità, induce la donna a volerlo adottare, come provando un’empatia o avergli esercitato un imprinting.
Il cinema iraniano è il cinema sull’infanzia, dell’innocenza dei bambini, sul loro sguardo esploratore del mondo. In questo caso un’infanzia da proteggere nell’indifferenza generale. Impressionante la scena, in Brick and Mirror, della parete dell’orfanotrofio tappezzata di bocce di feti abortiti tenuti sotto formalina. Che ci riporta ancora all’inizio di L’ambulante, con quello sguardo vitreo del feto che ci osserva. L’inizio della vita che è anche la morte. E il finale di Brick and Mirror sembra tornare al suo inizio. La vita continua?

Info
La pagina dedicata a Brick and Mirror sul sito de Il Cinema Ritrovato.
  • brick-and-mirror-1965-Ebrahim-Golestan-01.jpg

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