Intervista a Mira Sorvino

Intervista a Mira Sorvino

Uscito negli Usa per la festa della mamma, Mothers and Daughters è un film sul tema della maternità, opera prima sul grande schermo per Paul Duddridge, regista, produttore e sceneggiatore televisivo di origine inglese, qui coadiuvato alla regia da Nigel Levy. Il film vanta un cast con tante grandi interpreti tra cui Mira Sorvino, l’indimenticabile dea dell’amore di Woody Allen, cui è stato riconosciuto il premio come migliore attrice non protagonista ai Miff Awards 2016. In questa occasione abbiamo incontrato Paul Duddridge, Mira Sorvino e la produttrice del film Danielle James.

Mothers and Daughters ha un cast davvero strepitoso con tante attrici icone del cinema anni Novanta. Oltre alla qui presente Mira Sorvino, ci sono Sharon Stone, Cristina Ricci, Susan Sarandon. Si tratta di una sorta di omaggio a quella stagione cinematografica?

Paul Duddridge: In realtà no, la mia formazione è semmai quella degli anni Ottanta. Credo che il genere cui rientra questo film sia senza tempo, qualcosa di universale. Anzi, assocerei di più Mothers and Daughters agli anni Quaranta, quando era frequente che donne con una forte personalità facessero da guida. È qualcosa che sta tornando oggi, ma è dagli anni Quaranta che non c’è più una industria cinematografica orientata verso il genere femminile. L’idea di partenza era quella di donne forti che litigano, è quello che volevo fare. Mi piaceva avere delle donne di carattere e che combattessero tra di loro, che ci fossero delle emozioni intense ma quasi senza altri fini, non volevo certo fare un film su qualcuno che vuole salvare il mondo. È un grosso rischio da assumersi, quello di storie molto umane che portano a una rottura totale. È quello che mi piace e che associo al genere cinematografico al femminile. Mi piacciono i film incentrati sui personaggi. Gli anni Novanta in realtà rappresentano il decennio in cui questo tipo di film è finito.

Come mai hai voluto trattare il tema della maternità?

Paul Duddridge: Volevo cercare di trovare l’universale nel singolare. Se prendi una qualsiasi donna, avrà in qualche modo un rapporto complicato con sua madre o con sua figlia. Nessuna è esclusa da questa situazione, nemmeno quelle che hanno un rapporto di amicizia con la madre. È ciò che mi interessa, cercare l’elemento drammatico nella vita di tutti i giorni. Sembra una cosa molto universale e troppo generica, ma ogni caso, se la metti sotto osservazione, viene sempre fuori qualcosa. Ogni donna con cui parlo ha qualche storia interessante da raccontare con la madre, anche se è un rapporto buono e solido. È probabilmente il rapporto più importante nella vita di una donna, secondo me. Il film tra l’altro è uscito in contemporanea con un altro film sullo stesso tema, Mother’s Day di Garry Marshall, che purtroppo è appena morto… Mi è sempre piaciuta molto la sua sensibilità . Aveva fatto Pretty Princess, Pretty Woman e anche Happy Days. Pretty Woman è un film praticamente perfetto, il modello attorno a cui gravito e che preferisco. Mi piace la sua sensibilità, i suoi personaggi femminili. È quello che abbiamo cercato di fare qui: ogni volta che guardi una scena, c’è subito dopo un’altra performance straordinaria. All’inizio doveva esserci anche Judi Dench che ha vinto un Oscar per Shakespeare in Love e doveva avere una parte molto piccola. Siamo partiti da quello, abbiamo cioè pensato che sarebbe stato molto bello avere tante scene da 9 o 10 minuti, magari 12, per le migliori donne del mondo. Questo era l’obbiettivo. Mi piacciono gli attori, devo dire che mi piacciono più delle storie.

Mothers and Daughters è un film indipendente. Qual è secondo voi la differenza tra lavorare nel cinema indipendente e in quello mainstream?

Danielle James: Molto del cinema più personale, d’autore e che osa oggi viene dal cinema indipendente e non più dal mainstream. Molte opere convergono in serie tv o piattaforme streaming tipo Netflix, il cinema indipendente rimane il campo dove si fanno le cose più interessanti.

Paul Duddridge: È vero, direi che oggi il cinema indipendente è tutta l’industria cinematografica, è ormai difficile trovare un film che sia solamente di una major. Ora ci sono le piattaforme digitali, e sembra che non ci sia più il sistema degli studios. Possiamo andare su Netflix e anche la più grande major del mondo può andare su Netflix. Dipende tutto dall’investimento pubblicitario che impieghi nel tuo progetto e potresti competere anche con il più imponente dei blockbuster. Credo che ci si trovi all’inizio di un cambiamento come quello che c’è stato nell’industria discografica. Venticinque anni fa avresti dovuto firmare un contratto con una grande casa discografica, cioè l’equivalente di uno studio, mentre oggi, anche se ci sono tanti soldi investiti, si segue l’artista singolo direttamente verso il suo pubblico. È molto interessante, credo che oggi sia l’era degli autori. Tanti film di oggi non sarebbero stati fatti vent’anni fa, e invece adesso sono possibili. Ti serve solo l’1% dell’1% dell’intero pubblico della piattaforma (tipo Netflix o Amazon o Hulu) per poterci guadagnare. Mentre ai vecchi tempi ti serviva guadagnare almeno 50 milioni per fare profitto, ora te ne bastano 3.

Mira Sorvino: Devi tener presente che molti dei film che ho fatto, anche se prodotti dalla Miramax, erano di registi alla prima esperienza con una major, vedi per esempio Mimic che era il primo film americano di Guillermo del Toro, che prima di allora era conosciuto solo in Messico. Anche Antoine Fuqua quando ha fatto il suo film con me, Costretti ad uccidere, era alle prime armi, così come Gary Winick che dopo è diventato un acclamato regista di commedie. Quindi scelgo le parti in base alla qualità degli script, non mi interessa da dove viene il film, valuto solo il contenuto. Paul Duddridge e io abbiamo fatto una chiacchierata su Skype prima di iniziare il film, per essere sicuri di essere d’accordo e mi è davvero piaciuta la sua visione del film, e lavorare con lui e il resto della troupe è stato bellissimo. Mi piacciono i film in cui si crea una vera complicità, e ad esempio mi è piaciuta tanto Sharon Stone. Lei di solito è vista come una regina dello schermo, quasi fredda e invece qui ha mostrato la sua vulnerabilità. Credo che tutta la ristrutturazione dovuta alle piattaforme streaming sia fondamentale, soprattutto perché permette di vedere i film a un maggior numero di persone, che poi è quello che importa veramente. Lo sai per esempio che, dopo la sua uscita in America, Mothers and Daughters è stato primo in classifica per diverse settimane, tra i film indipendenti, sulle piattaforme streaming? È una cosa davvero notevole per un film con una piccola macchina produttiva alle sue spalle. Queste nuove strade della visione credo che siano, al momento, una sorta di wild west; vale tutto, l’importante è fare qualità.

Danielle James: E anche su Amazon, dove il dvd è appena uscito, continua a andare esaurito.

E quanto può essere importante la presentazione a un festival?

Danielle James: La prima del film è stata a Los Angeles, è uscito in sala e, ora, il MIFF è il primo festival . È uscito per il week-end della festa della mamma per un periodo limitato, altrimenti credo che sarebbe stato prima mostrato a qualche festival.

Mira Sorvino: È una decisione che è stata presa mentre avevamo già iniziato le riprese, ma sono contenta di ricevere questo premio a Milano. Amo sempre venire in Italia perché la mia famiglia è Italiana. Il cognome Sorvino è il più napoletano possibile. Qualsiasi posto in Italia è bellissimo per me.

[A Mira Sorvino] È vero che sei una ‘trekkie’, una fan incallita della serie Star Trek? E ti piacerebbe interpretare uno dei nuovi film o delle nuove serie?

Mira Sorvino: Certo mi piacerebbe, quando mi chiameranno sono pronta. Ho il mio phaser, il mio communicator e la mia collezione di action figures dagli anni Settanta. Ne ho una che ho preso vent’anni fa con Kirk e Spock e Uhura. Sono stata a qualche convention da teenager e ho incontrato McCoy e Sulu. Il trekkie originale nella mia famiglia è mio padre, io non l’ho guardata la serie quando è stata trasmessa inizialmente, l’ho recuperata nelle repliche. Mio padre era diventato anche amico di Leonard Nimoy che ci aveva invitati a casa sua. Sua moglie, in quell’occasione, mi disse: “Tutti dicono di essere fan di Star Trek ma Leonard ha qualche domanda da farti per capire se sei davvero una fan”. Mi chiese perciò quale fosse il nome del grano nell’episodio The Trouble with Tribbles e io risposi subito “Quadrotriticale!”. Allora Nimoy disse: “D’accordo, sei una fan di Star Trek”. Poi la moglie iniziò a lamentarsi che nessuno dava importanza alle altre cose che Leonard faceva, era un fotografo e un poeta, ecc. e questo incontro era avvenuto poco prima che il primo film di Star Trek uscisse, quindi ce l’aveva con questa saga, ma dopo ne nacque un franchise così gigantesco che credo abbia fatto bene anche a lui.

Paul Duddridge: Infatti il primo libro che Nimoy scrisse si intitolava I’m not Spock, poi ne scrisse un altro tipo quindici anni dopo che si intitolava I am Spock.

Mira Sorvino: E poi ho conosciuto anche William Shatner. L’ho incontrato diverse volte. Quando una volta l’ho incontrato a Las Vegas col mio fidanzato dell’epoca, Quentin Tarantino, lui naturalmente mi ha subito messo in imbarazzo dicendo a William: “Lei aveva una cotta per te”, e io mi sono arrabbiata. Gli ho risposto: “Ma è stato quando avevo otto anni!”. È stato così imbarazzante.

[A Mira Sorvino] Nella tua carriera vanti anche un action in stile Hong Kong prodotto da John Woo. Si tratta del già citato Costretti ad uccidere di Antoine Fuqua (1998). Com’è stata quella esperienza?

Mira Sorvino: Mi piacciono i film d’azione ma il problema è che ho un timpano perforato, quindi molte delle mie scene d’azione erano finte e dovevo sempre indossare una protezione alle orecchie. Mi sono perforata il timpano alle superiori mentre cantavo in una band e c’è stato un guasto in un auricolare che indossavo. Questa cosa mi dà dei problemi quando faccio i film d’azione, ma a parte questo, mi piace farli. È come giocare a guardia e ladri come quando si era bambini: devi correre, nasconderti e sparare. Per Costretti ad uccidere feci un training specifico con un ex membro dei corpi speciali dell’esercito, Mick Jones mi pare si chiamasse, è britannico e aveva addestrato anche Robert De Niro e infatti il film Ronin è praticamente basato sulla sua vita. Insomma è lui che mi ha fatto questo training ed era divertente sparare e poi rotolarsi e sparare ancora, ecc.

[A Mira Sorvino] Leggenda vuole che nel film per la TV del 1996, Norma Jean & Marilyn, in cui interpretavi Marilyn Monroe, tu abbia usato un suo abito originale. Confermi? E cosa hai provato nell’immedesimarti in un mito?

Mira Sorvino: Sì, interpretare Marylin è stato uno dei grandi privilegi della mia vita. Quel vestito l’ho trovato io. Camminavo a New York e mi sono imbattuta in un negozio di costumi e ho visto appeso questo vestito di seta bianca con decorazioni a forma di ciliegie e ho chiesto se era il vestito originale di Marylin per il film Gli spostati. Ho detto alla negoziante che la stavo interpretando in un film per la HBO e l’ho messa in contatto con la costumista per vedere se potevano noleggiarlo per il film e alla fine l’ho indossato ed è stata una specie di esperienza religiosa. Ero così intimidita, mi chiedevo: “Come posso solo osare provarlo?”. Stavo quasi per piangere nella mia roulotte. Poi, per togliermi la pressione di dosso, mi sono detta: “Non sarai mai lei e nessuno potrà mai essere Marilyn. Era unica. La sola cosa che puoi fare è renderle omaggio con quello che credi di aver capito di lei. Cerca di portare quello che pensi di aver capito della sua vita e della sua anima e basta così”. In questo modo mi sono resa il lavoro più facile, perché prima pensavo che non sarei mai stata paragonabile a lei in bellezza, fascino, tempi comici, ecc. e che tutte quelle cose non sarebbero mai state mie. Ho letto tanto, tante cose e soprattutto quelle dette da lei in prima persona. Tanti hanno scritto di lei, ma non volevo dei resoconti in terza persona o dei giudizi su Marilyn. Poi ho guardato e riguardato in continuazione tutti i suoi film. Era un periodo bizzarro, perché vivevo nella East Coast e mi avevano dato un bungalow allo Chateau Marmont dove stare. È un famoso hotel di Hollywood che alcuni dicono essere infestato dai fantasmi e dove credo che anche lei abbia dormito per un breve periodo. Ero lì e guardavo le sue videocassette e poi avevo una videocamera con la quale mi filmavo mentre copiavo le espressioni facciali che faceva quando diceva certe parole. Poi ero stata anche al museo della radio e avevo sentito delle registrazioni radiofoniche con la sua voce per capire come parlava quando non aveva delle macchine da presa puntate su di lei. Avevo notato che il suo tono di voce era più basso rispetto a quello che aveva quando recitava. È stata una delle sfide più grandi della mia carriera, ma quando è finito, ho ricevuto un messaggio da Winona Rider, che all’epoca stava lavorando con Arthur Miller, e questi le aveva chiesto: “Chi è quella ragazza che interpreta Marylin? Come fa a capire il suo dolore?”. Ecco, questo è stato uno dei più grandi complimenti che abbia mai ricevuto. Porto sempre con me quell’esperienza, anche se è stata così cupa. Per esempio c’è una sequenza in cui mi portano in una clinica psichiatrica. Mi avevano legata e mi avevano messo del ghiaccio ed è una scena molto disturbante. Poi c’è la scena in cui lei muore in ambulanza. Come sai, ci sono opinioni contrastanti a proposito della sua morte. Alcuni dicono che sia morta all’ospedale, altri che sia morta sul suo letto, altri che sia stata uccisa, ma noi abbiamo scelto di mostrare che aveva avuto un attacco del “grande male” e poi era morta. È stato bruttissimo da girare, il giorno dopo era la vigilia di Natale e ho preso l’aereo per tornare a New York. Il natale per gli adulti ha sempre una componente malinconica e dopo aver girato quella scena sono stata davvero depressa, con tendenze suicide. Per un paio di settimane vedevo tutto nero.

Info
La scheda di Mothers and Daughters sul sito del MIFF 2016.
La pagina Wikipedia dedicata a Mira Sorvino.

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