Jason Bourne

Jason Bourne

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Tra classicità e rinnovamento degli ingredienti della saga, giunta ora al quinto capitolo, Paul Greeengrass con Jason Bourne si diverte a scompaginare le nostre certezze, anelando al western, disintegrando l’intelligibilità dell’immagine.

Mi ricordo, sì, io mi ricordo

20 anni fa un giovane soldato, saputo che il padre era stato ucciso da terroristi, si offrì volontario per un programma sperimentale della CIA. Jason Bourne fu trasformato in un’arma umana da 100 milioni di dollari che, secondo i suoi progettisti, ebbe un malfunzionamento. Cercarono allora di toglierlo di mezzo cancellandogli la memoria, ma scoperta la propria identità, Bourne fece perdere le sue tracce per sempre, o almeno così sperava. Stavolta però, stanato da un’organizzazione estremamente duttile, molto più pericolosa di qualsiasi governo, Bourne mostrerà ai suoi inseguitori che un soldato, anche se spezzato, difende gli innocenti da coloro che detengono un potere senza controllo… [sinossi]

Nel bel mezzo di una torrida estate dove dai principali mezzi di informazione gli eventi reali paiono superare di gran lunga le articolate catastrofi di qualsiasi action-thriller o disaster movie hollywoodiano, deflagra sul grande schermo (il 5 agosto quello della Piazza Grande di Locarno e dal 1 settembre nelle sale nostrane) Jason Bourne, con il suo carico di adrenalina e i suoi sapidi innesti di realtà geopolitica e social-mediale. Quinto capitolo della fortunata saga tratta dai romanzi di Robert Ludlum, Jason Bourne segna il ritorno di Paul Greengrass alla regia del franchise (suoi The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo rispettivamente secondo e terzo episodio della saga, mentre il primo, The Bourne Identity portava la firma di Doug Liman) nonché quello di Matt Damon nel ruolo del protagonista, dopo l’intervallo rappresentato dal dignitoso ma poco efficace The Bourne Legacy (diretto da Tony Gillroy, sceneggiatore dei primi tre capitoli) di fatto senza “Bourne” e con Jeremy Renner nei panni dell’agente Aaron Cross.

Se nel suo film precedente, Captain Phillips – Attacco in mare aperto, pareva concentrarsi un po’ troppo sulla retorica dell’eroe per caso e sull’esaltazione dell’efficienza delle forze armate statunitensi, questa volta Paul Greengrass si proietta in ben altra direzione, focalizzandosi sulle nuove e pervasive conoscenze informatiche della CIA, compresa l’acquisizione delle informazioni private dai social network, con buona pace della privacy. Quanto a Jason Bourne, lo ritroviamo sempre alla ricerca della propria identità e delle ragioni che ne hanno fatto un ex agente ora braccato dalla mefistofelica Agenzia.
Il nostro eroe fa dapprima la sua comparsa in un campo profughi al confine tra Grecia e Albania, poi, contattato dalla collega Nicky Parsons (Julia Stiles), si reca ad Atene per incontrarla e poter finalmente apprendere la verità sul suo passato. Ma la CIA li ha già individuati e, mentre infuria una protesta popolare in Piazza Syntagma, scatena una caccia all’uomo attraverso la sue squadre armate, sguinzagliando tra gli altri anche un pericoloso agente incarnato da Vincent Cassell. A governare l’azione (che poi si sposterà a Roma, a Londra e infine a Las Vegas), ma a distanza, in un’iperaccessoriata control room, sono stavolta un esponente della vecchia guardia della CIA, il direttore Robert Dewey (Tommy Lee Jones) e la sua pupilla esperta in informatica Heather Lee (Alicia Vikander), mentre un giovane magnate delle nuove tecnologie (Riz Ahmed) sta per lanciare sul web un nuovo social network e stavolta appare poco propenso a collaborare con la CIA vendendole i dati degli utenti.

Tornano in Jason Bourne tutti gli ingredienti classici della saga: l’eroe braccato che brama conoscere il suo passato, personaggi femminili che vogliono aiutarlo e ingombranti figure maschili che lo ostacolano nella sua ricerca. C’è sempre poi poi per Bourne qualcuno che vuole “riportalo dentro”, nell’alveo della CIA. Ma troviamo anche delle gustose e sostanziali novità in questo nuovo capitolo, che si dimostra perfettamente in grado di rinnovare il franchise facendo tesoro delle trasformazioni sociali e degli sconvolgimenti politici in atto nel globo.
Colpisce in particolare l’immagine articolata che Greengrass ci offre della CIA, un organismo che appare stantio e gerontocratico – si vedano le insistenti le inquadrature dedicate alla vecchiezza di Tommy Lee Jones – ma anche pronto a rigenerarsi fagocitando la carne giovane e le relative competenze da un lato dell’agente incarnato dalla sempre più lanciata (e non a torto) Alicia Vikander, dall’altro del creatore di piattaforme social interpretato da Riz Ahmed.

Se poi in principio il film sembra prediligere una certa classicità, esibendo il ritorno di snodi narrativi tipici della saga, inserendo gli usuali flashback allucinatori di Bourne e giocando tutta la prima sequenza d’azione (quella ad Atene) sul montaggio alternato tra la control room e la rivolta di piazza, ecco che gradualmente nel corso del film Greeengrass si adopra a scompaginare le nostre certezze, trascinandoci all’interno di un’azione che è ancor più turbinante quanto più oscure appaiono le dinamiche di potere e le nuove competenze “invisibili” della CIA.

Al centro di Jason Bourne c’è in fondo un elemento classico dell’action, ovvero il conflitto tra la tecnologia e l’umano, tra la nuova CIA informatizzata e una vecchia CIA che non è più in grado di stare al passo coi tempi, tra una guerra sporca che si combatte da un’ovattata control room e la schietta onestà di un confronto corpo a corpo. L’approdo è dunque che più classico non si può: Greengrass sospinge il suo thriller di spionaggio ipertecnologico verso l’oramai irraggiungibile purezza del western e non è certo un caso che il film si chiuda proprio con una catartica scazzottata. Il percorso che i funzionari della CIA sono costretti a compiere nel corso delle vicende è d’altronde complessivamente proprio quello di una graduale esposizione corporea al rischio, di una loro “incarnazione”. Se infatti in principio li vediamo posizionati nell’algida sala da cui sembrano poter gestire ogni cosa, è quando si trovano costretti a fare il loro ingresso sul teatro dell’azione che il film esplode, rivelandoci quanto il percorso di acquisizione dell’identità accomuni entrambi gli avversari in gioco, la CIA come Jason Bourne, e possa trovare il suo senso ultimo solo in un loro faccia a faccia.

Greengrass gestisce il tutto con invidiabile, esaltante maestria, scegliendo di affiancare a questo duplice percorso di formazione una graduale perdita dei contorni dell’immagine. Emulo del cinema di William Friedkin, il regista britannico, che esplose sulla scena mondiale nell’ormai lontano 2002 con Bloody Sunday, mette il suo apprendistato documentaristico al servizio del cinema d’azione più puro e coinvolgente. Immergendosi senza remore nel cuore degli eventi, l’autore costruisce le sue rocambolesche sequenze con millimetrica precisione, parte da una realtà geografica, vi inserisce i personaggi, moltiplica i punti di vista, affida il ritmo allo scorrere rapido delle inquadrature, procede poi per accumulo innestando primissimi piani dei personaggi, avvicinandosi ripetutamente ai loro volti, lasciando deflagrare i più minuti dettagli sullo schermo, puntando verso l’astrazione. In Jason Bourne Greengrass agisce infatti da vero e proprio iconoclasta, parte da una realtà data che appare inizialmente intellegibile, ma mira a disintegrare l’immagine, insieme alle certezze di personaggi e spettatori. Questa sua prassi metodica, aggressiva per l’occhio, si amplifica poi a dismisura nel finale, dove alla raffigurazione – e complice la location di Las Vegas – si sostituiscono gradualmente i riflessi cangianti su auto cromate, i barlumi di luce pronti a stordire e avvolgere in un’esperienza stroboscopica quasi allucinatoria. L’action con Jason Bourne si concede un’immersione nell’avanguardia e ne esce, finalmente, rigenerato.

Info
Il sito ufficiale di Jason Bourne.
La pagina facebook ufficiale.
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