Il cappotto

Il cappotto

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Ancorché debitore del surrealismo zavattiniano, Il cappotto di Alberto Lattuada si conferma un oggetto estraneo nel nostro cinema anni Cinquanta. Tragico, grottesco, surreale, fantastico per un suggestivo impianto espressivo. In dvd per Rarovideo e CG Entertainment.

Carmine De Carmine è un timido e insignificante scrivano comunale, deriso da tutti e vessato dai capi. Povero in canna, va in giro con un cappotto lacero, finché per fare colpo sulla bella dirimpettaia non decide di farsene uno nuovo. Purtroppo però il cappotto nuovo, di cui va orgogliosissimo, gli viene rubato poco dopo… [sinossi]

Uno dei principi che rende sempre vitale il cinema è lo smarcamento, l’autore che decide di andare altrove quando le tendenze generali si dirigono verso una direzione condivisa. Nel 1952 il neorealismo era certo in fase calante, ma aveva pure gettato le basi per il futuro sviluppo del cinema italiano, che magari avrebbe previsto meno realtà e più sorrisi, ma sempre secondo precise linee narrative volgarizzate e divenute di dominio pubblico. Dopo aver colto uno dei suoi più grandi successi di pubblico (Anna, 1951, col trio di protagonisti Silvana Mangano, Raf Vallone e Vittorio Gassman), Alberto Lattuada si decise ad accettare la proposta di una piccola casa di produzione messinese che aveva intenzione di tradurre al cinema un celebre racconto di Nikolaj Gogol’, quel “Šinel’” variamente tradotto nella nostra lingua come “La mantella” o “Il cappotto”. Di per sé, nella scelta del soggetto da parte di Lattuada, si poteva anche non ravvisare alcunché di eversivo, visto che qualsiasi idea per un film deve passare poi al vaglio di uno sguardo autoriale. Anzi, il racconto di Gogol’ avrebbe potuto prestarsi benissimo a una lettura cinematografica tutta improntata al dramma neorealista: benché nella sua più pura sostanza Gogol’ abbia scritto una novella impastata di fantastico e surreale, nulla vietava che una sua trasposizione andasse incontro anche a una ricollocazione in un orizzonte espressivo più scopertamente sociale e realistico, dal momento che come nei film di De Sica-Zavattini Gogol’ parla nel suo racconto di povera gente e di umiliazioni quotidiane, di solitudine socio-esistenziale e oppressione dell’individuo da parte di lontane, ingiuste e inarrivabili istituzioni o malsane strutture.

Il cappotto rubato al povero Akakij Akakievič (Carmine De Carmine nell’adattamento per il cinema) poteva dunque equivalere al kafkiano furto di bicicletta di desichiana memoria: stessa solitudine, stesso calvario, stessa incapacità di farsi difendere dalle istituzioni, stessa disperazione.
Alberto Lattuada operò invece scelte in netta controtendenza rispetto al cinema del suo tempo, in primo luogo per un evidente scrupolo di fedeltà allo spirito più squisitamente gogoliano, ma anche perché, come dimostra buona parte della sua filmografia anni Quaranta e Cinquanta, i diktat del nuovo canone nazionale gli risultavano decisamente stretti, se non sul piano tematico quantomeno su quello espressivo. Il risultato è un oggetto davvero estraneo nel panorama italiano, che eredita sì suggestioni surreali anche dallo stesso Zavattini (tra i sette accreditati in sede di sceneggiatura), ma le rilegge alla luce di un linguaggio-cinema davvero poco somigliante ad altro nel nostro panorama nazionale dell’epoca.

Il cappotto di Alberto Lattuada sembra non avere né un passato né un futuro. È una parentesi perturbante, l’incontro con una manifestazione di magico-surreale-fantastico davvero sui generis, lontano dai facili richiami della commedia di costume e pure dalle immediate denunce civili di una sola e contingente realtà. Da Gogol’ Lattuada eredita pienamente lo spirito allegorico, l’afflato universale, la tensione a una riflessione sulla solitudine umana tanto penosa quanto aperta alla speranza della fantasticheria.
Com’è ben noto, il racconto di Gogol’ narra le misere gesta di un insignificante scrivano, perfetta incarnazione del travet incolore dall’esistenza grigia e senza scopo, deriso e disprezzato un po’ da tutti, povero in canna e vessato dai capi. È un profilo che ricorre spesso nella letteratura russa ottocentesca, spesso interessata a patetiche figure-ingranaggio di un’elefantiaca burocrazia fonte di spersonalizzazione, dalle pene surreali di Gogol’ alle nevrosi dostoevskiane (basti pensare a “Memorie dal sottosuolo”). Il povero Akakij Akakievič, nome parlante che suona un po’ come dire “Tal de’ Tali”, fa enormi sacrifici per rifarsi un cappotto nuovo. Lo inaugura con immenso orgoglio, ma poco dopo ne viene derubato, e il fattaccio prima lo fa andar di matto, poi addirittura lo porta alla morte. Il suo fantasma continuerà a dare il tormento in città a chi indossa un cappotto.

Il racconto originale è decisamente breve, e nella versione lattuadiana vengono irrobustiti (o creati dal nuovo) alcuni caratteri per corroborare la compiutezza di un racconto cinematografico in lungometraggio. Acquistano grande spazio narrativo i personaggi di una donna misteriosa e affascinante, inarrivabile oggetto del desiderio del protagonista (incarnata da una giunonica Yvonne Sanson), e soprattutto il personaggio del sindaco, in cui si condensano per lo più le varie umiliazioni a cui il povero scrivano va incontro. Donna e sindaco sono poi interconnessi in una relazione extraconiugale, cosicché il conflitto tra De Carmine e il sindaco viene duplicato dal posto di lavoro alla rivalità privata. Il cartello iniziale, che ribadisce con forza la derivazione del film dal racconto di Gogol’, apre due scenari di riflessione. Da un lato sembra un chiaro segnale censorio in aria democristiana atto a prendere le distanze dall’eventuale credibilità delle istituzioni raccontate nel film, che ovviamente non ci fanno una grande figura; dall’altro, viene da chiedersi quanto la decisione di Lattuada di staccarsi dal realismo del racconto verso l’indefinitezza della favola surreale sia il frutto dell’incontro tra il desiderio dell’autore di smarcarsi rispetto al cinema coevo, e la necessità di aggirare le maglie della censura che di certo non avrebbe approvato un’opera troppo scopertamente critica nei confronti delle istituzioni nazionali. Comunque sia andata, resta un fatto che Il cappotto di Lattuada, specie nel suo incipit, sembra collocarsi in una singolare geografia di nessuno, che scenograficamente può ricordare al massimo la Russia stessa del racconto originario. La Pavia innevata che funge da location non è mai menzionata, e benché nel film si parli di comuni, sindaci e impiegati secondo un’impostazione vagamente italiana, l’atmosfera è decisamente sospesa, aspaziale e atemporale. In pratica Lattuada non fa altro che raccontare la solitudine dell’individuo schiacciato negli ingranaggi socio-istituzionali a tutte le latitudini del mondo, traducendo la piccola e patetica tragedia di Carmine De Carmine a condizione ontologica dell’essere umano. Lo spirito universale e allegorico non è evocato soltanto dall’indefinitezza storico-geografica della vicenda, ma anche da una precisa gamma di scelte espressive che collocano Il cappotto in un territorio sui generis: gli abiti, le acconciature e gli arredi non mostrano particolari segnali d’epoca, ma senza eccessi evidenti conservano comunque qualcosa di retrò, così come la povertà raccontata non ha niente della ruvida miseria urbana, sparpagliata in mezzo alle strade, del neorealismo italiano. È una miseria “letteraria”, antiquata, astratta, che si esprime tramite strane consuetudini apparentemente derivate dalla narrativa russa (basti pensare al sarto che dorme disteso sul tavolo, come facevano le serve di tanti romanzi russi ottocenteschi). Il lavoro di Lattuada alla ricerca di un personale punto di fusione del grottesco surreale si esplica soprattutto nella grande indagine sulla figura umana, continuamente sformata e deformata da plongés, contreplongés e grandangoli quasi wellesiani. Lo stesso possiamo dire per quanto riguarda le scenografie, tanto laboriose e ricercate da confondere i limiti tra studio e set reale. Sulla città di Pavia cade una patina di finzione, che trasforma in fiabesco set di cartapesta anche un vero ponte o tratto di strada. Così, se Lattuada sfugge al diretto impegno civile, finisce però per tessere un crudele e feroce lamento sul rapporto tra individuo e società, e ancor più in alto tra individuo e Potere, nient’altro che il conflitto archetipico al fondo dell’ipocrisia sociale che è spesso stata tema centrale di molto suo cinema (Anna, (1951), La lupa, 1953, La spiaggia, 1954, Venga a prendere il caffè da noi, 1970…).

Qua e là questa originale chiave di surreale si concretizza in un umorismo di imprendibile temperatura, quasi più congeniale a un Buster Keaton o Jacques Tati che alla nostra tradizione comica autoctona. Basti pensare al sistema di Carmine De Carmine per non bagnarsi il cappotto nuovo sotto la pioggia, difeso da una catena di espedienti per ripararsi senza una goccia fino all’arrivo al condominio del sindaco. Estremamente funzionale risulta in tal senso la prova di Renato Rascel, chiamato praticamente per l’unica volta in tutta la sua carriera a interpretare un protagonista nobile e a tutto tondo, lontano dal cinema comico o di rivista. La prova di Rascel è accorta e sottile, saggiamente affidata a pochissimo dialogo e a molta mimica. Dietro una smorfia di patetico dolore e un sorrisetto malizioso, si nasconde l’oppressione degli umili di sempre. Tema che stava a cuore a tutta una generazione di cineasti italiani, e che Lattuada decideva però di percorrere tramite la via inedita della fiaba astratta. Visivamente splendido, probabilmente un capolavoro.
Extra: Commento audio di F. De Bernardinis, Intervista a Angelo Pasquini, Scene inedite, Differenze tra sceneggiatura e girato, ampio libretto in allegato al dvd.

Info
La pagina dedicata a Il cappotto sul sito di CG Home Video.
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