Lights Out

Lights Out

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Nell’horror Lights Out, David F. Sandberg prova ad estendere l’idea di un suo apprezzato cortometraggio alle dimensioni del lungo: ma la qualità della scrittura, approssimativa, pregiudica il risultato finale.

This little light of mine… is gonna keep me alive

Il piccolo Martin, che vive con sua madre psichicamente instabile, è terrorizzato da un’entità che appare solo quando le luci si spengono. La donna sostiene che la misteriosa creatura sia in realtà una sua amica di nome Diana. La sorella di Martin, Rebecca, che da anni vive da sola, è convinta che la pazzia della madre stia influenzando negativamente il bambino, ma dovrà presto ricredersi… [sinossi]

L’”estensione” e l’adattamento di un cortometraggio alle dimensioni del lungo, con le sue diverse e peculiari regole narrative, è per definizione un’operazione rischiosa. Ciò vale, in particolare, in un genere come l’horror, che da suggestioni figurative ed estetiche che (spesso) prescindono da una narrazione articolata, particolarmente adatte ad essere racchiuse nella dimensione del cortometraggio, trae gran parte della sua linfa vitale. L’operazione di adattamento necessita sempre di una riscrittura (spesso di una vera e propria scrittura ex novo) che da una suggestione iniziale, se non da una singola, efficace sequenza, arrivi a costruire un racconto credibile ed articolato. Limitandosi agli ultimi anni, ci sono stati casi (vedi l’ottimo Babadook) in cui l’operazione ha potuto dirsi riuscita. Altre volte (in prodotti come l’inconsistente La madre di Andres Muschietti) ci siamo trovati di fronte a script che hanno mostrato al contrario il fiato corto, rivelandosi incapaci di fornire una cornice efficace, e solida, all’intuizione iniziale. Siamo, purtroppo, decisamente più vicini ai risultati del film di Muschietti in questo Lights Out – Terrore nel buio, esordio dello svedese David F. Sandberg e rifacimento in forma di lungometraggio di un corto diretto dallo stesso Sandberg, premio per la miglior regia nel contest di genere Who’s There Film Challange.

Va dato atto a Sandberg, almeno, di aver tentato di incastonare la sua semplice ed efficace idea (una creatura che vive esclusivamente nelle tenebre) in un contenitore sulla carta adatto a riceverla, seppur non originalissimo. La sceneggiatura, firmata da Eric Heisserer (al suo attivo i poco incoraggianti crediti di Final Destination 5 e del remake di Nightmare) affronta i temi dell’abbandono familiare, della malattia, del senso di colpa e della crescita; presentando un babau dall’origine umana, con più di un debito, nel background come nell’iconografia, alla Sadako del Ring di Hideo Nakata. Sta proprio, tuttavia, nella zoppicante e fragile costruzione narrativa, nell’incapacità di articolare efficacemente un soggetto dalle potenzialità melò rimaste in gran parte sulla carta, il limite principale del film di Sandberg. Presentando un contesto familiare disfunzionale, una madre preda della malattia (la mal utilizzata Maria Bello), una figlia costretta a crescere da sola, e un orrore originato da un’antica vicenda di solitudine, lo script punta in alto: rivelandosi tuttavia, nello sviluppo delle sue premesse, inadeguato a far vivere e respirare i personaggi, a costruire intorno all’orrore un racconto coerente ed armonico. Lo stesso background del mostro, frettolosamente svelato e risolto nel giro di poche sequenze, sembra poco più di un pretesto per giustificarne la presenza e le modalità di azione.

Lights Out – Terrore nel buio vive così di isolate sequenze orrorifiche, simili a tante repliche e varianti (progressivamente, e inevitabilmente, con sempre minor mordente) dei due minuti e mezzo da cui il soggetto ha avuto origine. Il film si avvale di un’accattivante fotografia notturna, capace di sfruttare efficacemente la fascinazione degli angoli bui e degli spazi rimasti ai margini dell’occhio della macchina da presa, rendendoli incubatori di possibili minacce; la regia riesce a dare il meglio di sé nella singola sequenza, concentrando il suo potenziale nella costruzione dell’effetto-shock, ma sgonfiandosi quando (una volta accese le luci) è chiamata ad organizzare e gestire, in un insieme coerente, il materiale di cui la vicenda si compone. L’estetica del film, a cui va riconosciuto il rifiuto dell’uso della CGI (l’artigianalità del design della creatura ha la sua indubbia efficacia) è chiaramente debitrice del gusto del produttore James Wan, nel recupero di una “fisicità” del senso dell’orrore, e delle sue conseguenze, ormai quasi sconosciuta al genere. La mediocre qualità della scrittura, articolata in dialoghi a volte ai limiti del grottesco, si va a sommare a prove attoriali tutt’altro che memorabili (con in testa l’inespressivo Alexander DiPersia, spaesato fidanzato di una parimenti poco convinta Teresa Palmer). Nei minuti finali emergono incongruenze, ed evidenti trascuratezze di script, che troncano le gambe al climax che conduce alla risoluzione finale della vicenda.

La valenza universale dell’intuizione del soggetto (la paura del buio, e delle minacce che in esso si annidano), il suo carattere di atavico catalizzatore di suggestioni, sempre uguali a se stesse eppure sempre efficaci, meritava certo un trattamento più consistente. Scegliendo di porre l’orrore in una cornice umana e familiare (nel doppio significato di attinente all’istituzione-famiglia, e di riconoscibile per lo spettatore) Lights Out – Terrore nel buio inciampa nei suoi piedi di argilla, rivelandosi niente più che un’intermittente, evanescente macchina da brividi. Da rivedere, comunque, auspicabilmente con uno script migliore, le potenzialità nel genere di un regista come Sandberg: l’occasione potrebbe arrivare già col prossimo Annabelle 2, sequel di un nuovo franchise che porta ancora, nella sua concezione, la firma di James Wan.

Info
Il trailer di Lights Out – Terrore nel buio su Youtube.
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