I Had Nowhere to Go

I Had Nowhere to Go

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Presentato al Festival del Film Locarno, nella sezione Cineasti del presente, I Had Nowhere to Go è il nuovo film del regista Douglas Gordon che, dopo aver lavorato sul calciatore Zidane nel documentario che lo fece conoscere, incontra ora Jonas Mekas, il grande e storico autore di cinema sperimentale di origine lituana che affida a Gordon i suoi diari.

Reminiscences of a Life

Douglas Gordon incontrando Jonas Mekas mette davanti alla camera la qualità di affabulatore del regista lituano, padre del New American Cinema. In I Had Nowhere to Go il racconto dell’esilio dall’Europa s’interseca con le sue riflessioni in una New York che sta imparando a conoscere. La parola di Mekas è sempre speciale: ispirata e portata da una retorica mai pesante, dà l’impressione che ogni singolo frammento di vita sia prezioso. [sinossi]

Per la terza volta nella storia del cinema, a quanto ci risulta, un regista approda alla negazione dell’immagine. Il medium stesso che si costruisce sull’immagine in movimento, sullo scorrimento di fotogrammi, arriva a ripudiare la sua stessa essenza. Erano atterrati a questo grado zero visivo, pur con percorsi diversi, Derek Jarman in Blue e João César Monteiro con Branca de Neve. Douglas Gordon invece aveva lavorato sulla moltiplicazione, sull’overdose delle immagini in Zidane: A 21st Century Portrait. Ora, accostandosi a una figura diversa, quella del grande cineasta sperimentale Jonas Mekas, il regista si annulla, lavora sul vuoto, sulla sottrazione estrema, l’assenza. Compie un’operazione che è anche la negazione del proprio sé stilistico rispetto all’operazione fatta sul calciatore. Un annullamento che suona anche come un qualcosa di referenziale, al cospetto delle immagini prodotte dal cineasta di origine lituana.

Adattando così il libro I Had Nowhere to Go di Jonas Mekas, Gordon affida alle voce dello stesso la lettura dei suoi diari, della sua vita, con un flusso di schermo nero, vuoto, interrotto solo dal riemergere, ogni tanto, di alcune immagini. Un nero assoluto in cui è proibita anche la proiezione dei sottotitoli che provocherebbero una ferita di luce su quello schermo. Straordinario il lavoro che Gordon fa sul suono e sui rumori. Le fragorose esplosioni che deflagrano nell’audio, che fanno sobbalzare, il rumore della pioggia, ma soprattutto la voce di Mekas, intensa, profonda, riflessiva. La voce di un poeta. Le immagini sono mentali, evocative e soprattutto oniriche. Vediamo per evocazioni la guerra così come le luci della città, di New York. E l’emersione, l’affiorare ogni tanto di immagini vere, che assumono la dimensione del risveglio, del ritorno, improvviso, della luce, del colore, delle immagini. Immagini che assumono una consistenza materica: il caffè, le patate e le cipolle dai colori vivi, il limone. Per arrivare a quella potentissima della scimmia in gabbia, che ci guarda, che sembra durare un’eternità. Ma è anche spesso la matericità stessa della pellicola, la sua consistenza, quella del 16mm del cinema underground con il suo formato tipico. E sarà ancora un suono, quello della fisarmonica, a riconciliare l’immagine con la dimensione sonora.

Info
I Had Nowhere to Go sul sito di Jonas Mekas.
I Had Nowhere to Go sul sito del Festival di Locarno.
  • i-had-nowhere-to-go-2016-douglas-gordon-01.jpg

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