Il sepolcro indiano

Il sepolcro indiano

di

Con Il sepolcro indiano si conclude il dittico avventuroso iniziato da Fritz Lang con La tigre di Eschnapur. Un viaggio ipnotico nel meraviglioso, senza alcun timore. Nella retrospettiva dedicata da Locarno 2016 al cinema tedesco.

La fossa dei coccodrilli

Continuano le peripezie degli innamorati Harald e Seetha, in fuga dal maragià Chandra e dalle ancor più fosche trame del perfido Ramigani, fratello di Chandra che aspira alla presa del potere… [sinossi]

Il sepolcro indiano uscì nelle sale tedesche nel marzo del 1959, a due mesi di distanza da La tigre di Eschnapur; non è difficile immaginare con quale trepidazione il pubblico tedesco – che aveva affollato le sale, trasformando il primo capitolo in un grande successo commerciale e respingendo di fatto le accuse della critica tedesca dell’epoca, per fortuna superate dal tempo – passò quei sessanta giorni. Harald e Seetha erano sfiniti nella sabbia, arsi dal sole, e Chandra aveva affidato all’architetto Walter Rhode la costruzione del “sepolcro” del titolo, in cui rinchiudere l’amata dalla quale non era contraccambiato. Un cliffhanger in piena regola, di quelli in grado di togliere il sonno per intere notti, in attesa dello svolgimento dell’intreccio.
La voce narrante introduce fin dalla prima sequenza il nucleo attorno al quale ruoterà Il sepolcro indiano: non più solo le traversie amorose dei due protagonisti, ostacolati nel loro sentimento, ma gli intrighi di palazzo orditi da Ramigani, fratello maggiore del maragià Chandra e intenzionato a un colpo di stato per rovesciare il potere. L’afflato romantico lascia dunque il passo alle trame del potere; la natura da un lato schiaccia l’uomo, ma dall’altro è l’uomo con la sua ambizione sfrenata a schiacciare i suoi simili, mandandoli a morire, o asservendoli.

Se da un punto di vista stilistico Il sepolcro indiano si muove in perfetta linea con il suo predecessore, al punto da dare la possibilità alla distribuzione statunitense di fondere i due film in un unico montaggio, uscito in sala nei paesi anglofoni nell’autunno del 1960 con il titolo Journey to the Lost City (e la scelta del titolo fu l’unico apprezzamento che Lang concesse a questa operazione commerciale), il contenuto si fa ancora più elaborato. La tigre di Eschnapur, con la sua continua accelerazione avventurosa, crea il contesto e il suolo su cui si posano le basi de Il sepolcro indiano, non meno rocambolesco ma anche in grado di ispessire le psicologie – pur basiche – dei personaggi che prendono corpo in scena. Da questo punto di vista Ramigani, impersonato da René Deltgen (noto tra le altre cose per aver interpretato Ludwig van Beethoven in Angeli senza felicità di Karl Hartl), si profila come il villain più interessante, che contrappone all’istinto rabbioso di Chandra, ferito al cuore dalla bella Seetha, una crudeltà ben più severa, logica, e di conseguenza spietata.

Più ancora de La tigre di Eschnapur, Il sepolcro indiano è un film di inseguimenti, fughe, attraversamenti di spazi. I personaggi si infilano in cunicoli angusti, o si muovono per le ampie sale della reggia del maragià; si incamminano su costoni di montagna, galoppano senza sosta sui destrieri; si celano in anfratti di roccia, protetti solo dalla flebile tela di un ragno. Nella perfezione dello stile, Lang non rinuncia mai alle esigenze più emotive di una narrazione dall’afflato popolare, come dimostra la celeberrima sequenza della danza di Seetha con il cobra. La minaccia del serpente di fronte a una donna seminuda (e in estasi) è una fin troppo chiara metafora sessuale, ma allo stesso tempo non viene mai meno alla sua necessità spettacolare, veicolo del racconto. Il voyeurismo proprio del meccanismo cinematografico si fonde al desiderio erotico dello sguardo, in un incrocio privo di increspature. I monaci del tempio, con l’occhio dilatato sulle movenze della ballerina, sono anche gli spettatori del film, e viceversa. All’epoca la sequenza, considerata troppo audace, venne eliminata dal montaggio italiano, privando gli spettatori della penisola di un orgasmo visivo collettivo.
A dispetto delle fragili letture critiche che accompagnarono l’uscita del film (fu Jean-Luc Godard una delle prime voci controcorrente nell’interpretazione del dittico), Il sepolcro indiano è un viaggio nel “meraviglioso” che sa tenere insieme tanto l’umore istintivo quanto il controluce razionale, edificando uno spettacolo di fronte al quale è impossibile rimanere indifferenti, o provare a opporre resistenza. Lang concluderà la sua carriera registica appena un anno più tardi, con Il diabolico dottor Mabuse, riannodando una volta di più i fili con il proprio passato tedesco e regalando al mondo l’ennesima, stordente, meraviglia.

Info
Alcuni spezzoni de Il sepolcro indiano.
  • il-sepolcro-indiano-1959-fritz-lang-Das-Indische-Grabmal-03.jpg
  • il-sepolcro-indiano-1959-fritz-lang-Das-Indische-Grabmal-02.jpg
  • il-sepolcro-indiano-1959-fritz-lang-Das-Indische-Grabmal-01.jpg

Articoli correlati

  • Locarno 2016

    La tigre di Eschnapur

    di Il primo capitolo del dittico tratto da un romanzo di Thea von Harbou, che si concluderà con "Il sepolcro indiano". Fritz Lang torna a lavorare in Germania appropriandosi del "popolare" ed esaltandone il senso, e la teoria. A Locarno 2016.
  • Festival

    Locarno 2016

    Dal 3 al 13 agosto, la 69esima edizione del Locarno Film Festival, per la quarta volta sotto la guida di Carlo Chatrian. Un'edizione dedicata a Michael Cimino e Abbas Kiarostami: tutti i nostri articoli.
  • Festival

    Locarno 2016 – Presentazione

    Dedicata a Michael Cimino e Abbas Kiarostami la prossima edizione, la 69esima, del Festival del film Locarno, che si terrà dal 3 al 13 agosto.
  • DVD

    La confessione della signora Doyle

    di Melodramma sensuale e simbolico in ambiente proletario, La confessione della signora Doyle di Fritz Lang mostra tracce ben riconoscibili di coerenza autoriale. Protagonista una sempre straordinaria Barbara Stanwyck, e uno dei primi ruoli di rilievo per Marilyn Monroe. In dvd per Sinister e CG.
  • Bif&st 2015

    Quattro intorno a una donna

    di Ritenuto perduto fino al 1986, Vier um die Frau (Quattro intorno a una donna) è un dramma dalla trama contorta e prossima al "film nero". Un esperimento ancora acerbo, ma che segnala già alcuni dei temi portanti del cinema di Fritz Lang. Al Bif&st 2015.
  • Pordenone 2014

    Il capolavoro restaurato di Fritz Lang a Pordenone

    Nel video realizzato dalle Giornate del Cinema Muto immagini da I Nibelunghi di Fritz Lang e interviste al restauratore del film e a uno dei musicisti che ha accompagnato la proiezione dal vivo.
  • Pordenone 2014

    I Nibelunghi

    di Quando ha davvero senso parlare di un “classico senza tempo”: il sincretismo lungimirante de I Nibelunghi di Fritz Lang, riproposti sul grande schermo, in 35mm, alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.
  • Roma 2016

    Fritz Lang

    di Irascibile, cocainomane e violento: è questo il Fritz Lang descritto nel biopic omonimo diretto in maniera grossolana da Gordian Maugg, un film che vorrebbe descrivere il lato oscuro del genio, mentre invece non fa altro che ridicolizzarlo. Alla Festa del Cinema di Roma.
  • Pingyao 2018

    Soni RecensioneSoni

    di È il trionfatore del Roberto Rossellini Awards del 2° Pingyao International Film Festival, il film indiano Soni, già presentato in Orizzonti nell'ultima Mostra del Cinema. Esordio di Ivan Ayr che fornisce un ritratto impietoso di un paese, dove sessismo e violenza sulle donne rappresentano ancora una piaga difficile da eliminare.
  • Buone feste!

    rancho notorious recensioneRancho Notorious

    di Rancho Notorious è il terzo e ultimo western della carriera di Fritz Lang dopo Il vendicatore di Jess il bandito e Fred il ribelle. Un'opera astratta, quasi completamente girata in interni e dominata dai temi cari al regista tedesco.
  • Bergamo 2019

    Artificial Paradise RecensioneArtificial Paradise

    di Presentato al Bergamo Film Meeting nell'ambito della personale sull'autore sloveno Karpo Godina, nome cardine della Black Wave jugoslava, Artificial Paradise racconta dell'incontro delle parabole di vita di due grandi cineasti e diventa una summa della trilogia del regista sulle arti.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento