La tigre di Eschnapur

La tigre di Eschnapur

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La tigre di Eschnapur è il primo capitolo del dittico tratto da un romanzo di Thea von Harbou, che si concluderà con “Il sepolcro indiano”. Fritz Lang torna a lavorare in Germania appropriandosi del “popolare” ed esaltandone il senso, e la teoria. A Locarno 2016.

Ritorno a casa

L’architetto tedesco Harald Berger si reca a Eschnapur, città immaginaria, invitato dal maragià Chandra, che gli affida lavori di ristrutturazione del suo palazzo. Durante il viaggio, egli salva dagli artigli di una tigre la danzatrice Seetha, destinata a esibirsi nel tempio. Il maragià è innamorato di Seetha e per riconoscenza regala all’architetto un anello con uno smeraldo. Purtroppo anche Harald Berger si innamora di Seetha e ne è ricambiato… [sinossi]

La tigre di Eschnapur segna il “ritorno a casa” di Fritz Lang. Nella Germania (occidentale) di Adenauer, nel 1957, il regista tedesco torna infatti a lavorare, dopo aver abbandonato di notte la madrepatria quasi venticinque anni prima, dopo la nomina a cancelliere di Adolf Hitler. Una fuga rocambolesca verso la Francia (e più tardi gli Stati Uniti, quando i venti di guerra in Europa si faranno troppo violenti e insistenti) che in qualche modo ricorda le avventure esotiche di Harald Berger, architetto teutonico invitato a Eschnapur, invetata città indiana, per ristrutturare il palazzo del maragià. In qualche modo è una ristrutturazione anche quella di Lang, visto che Il sepolcro indiano era stato portato sugli schermi da Joe May nel 1921, proprio su sceneggiatura di un giovane Lang, all’epoca già impegnato dietro la macchina da presa ma considerato troppo acerbo per una storia così ritmata e complessa. Eppure il futuro regista di M, il mostro di Düsseldorf aveva già dato sfoggio della propria propensione all’avventura picaresca con Harakiri e il dittico de I ragni, una serie cinematografica piena di botole, passaggi segreti, giungle, riti ancestrali e via discorrendo.
Il sepolcro indiano, desunto da un romanzo di quella Thea von Harbou che nel 1922 divenne la moglie di Lang firmando con lui I Nibelunghi, Metropolis, L’inafferrabile, Una donna nella Luna, M e Il testamento del dottor Mabuse, venne invece affidato alle mani di May…

Quasi quaranta anni più tardi, tornando a lavorarci sopra, Lang compie una vera e propria operazione di riscoperta e allo stesso tempo riscrittura del proprio passato. Al contrario di Lang Thea von Harbou preferì rimanere nella Germania del reich hitleriano, pur sposando in segreto il giornalista indiano Ayi Tendulkar; una scelta che le costò un paio di anni di prigione dopo la fine del conflitto mondiale. La scelta di Lang (ovviamente avallata e sostenuta dalla coproduzione tra Germania Ovest, Francia e Italia) sembra dunque riannodare alcuni fili scioltisi nel corso dei decenni: quando dirige La tigre di Eschnapur e Il sepolcro indiano la sua ex consorte è morta da cinque anni.
All’epoca il dittico di Lang fu visto come la senile e stanca protesi di un corpo fattosi oramai ruggine nel corso del tempo. La stampa, che un tempo esaltava la capacità del regista creare reami fiabeschi, fondali meravigliosi e di unirli a una scrittura dall’appassionante crescendo drammatico, lesse La tigre di Eschnapur come un accumulo di bestialità esotiche, piene di cadute nel cattivo gusto e di orpelli per niente necessari. Il rigore del dopoguerra mal si confaceva a una mente che attraversava la bidimensionalità dello schermo per allargare lo sguardo, spalancando gli occhi degli spettatori su giungle minacciose, magioni colme di insidie e combattimenti con animali feroci.

Dietro La tigre di Eschnapur non si riusciva a scorgere né il senso stesso dell’immagine cinematografica, né il tuffo nel pozzo del proibito. La danza di Seetha (personaggio che diventa centrale in questo nuovo adattamento, dopo essere stato secondario nel 1921, a favore di uno sguardo interamente euro-centrico) non è solo un momento di strabiliante ipnotismo registico, con lo sguardo che non riesce ad abbandonare lo schermo, ma è anche la rivendicazione di un corpo femminile che può permettersi finalmente di essere soggetto/oggetto, persecutore e vittima, senza bisogno di cedere alle trame usurate della società borghese.
In una concezione dell’avventura per niente dissimile a quella di Emilio Salgari, Fritz Lang firma con La tigre di Eschnapur (e subito dopo con Il sepolcro indiano) una maestoso omaggio alle derive più pure e sincere del popolare.

La narrazione, ricca di sottotesti ma anche di evidenti colpi di teatro, scene madri, climax da lasciare senza fiato, si intreccia a una messa in scena a suo modo radicale. Lang, reduce dai chiaroscuri notturni dell’esperienza hollywoodiana (l’ultimo film diretto oltre oceano è il sublime L’alibi era perfetto, in cui il noir si apre a una riflessione politica consapevolmente amara), trasporta lo spettatore fuori dal tempo e dallo spazio, anche quello scenico. La tigre di Eschnapur rifulge di uno splendore formale che lascia abbagliati anche a distanza di quasi sessant’anni; Lang sfrutta gli elementi naturali, come l’acqua, per creare riflessi, contrapposizioni, e donare all’occhio una nettezza che cozza con violenza con i sotterfugi, gli inganni e i bisbiglii di un’umanità per la maggior parte composta da figure ambigue. Là dove il noir si muoveva tra luce e ombra per attanagliare personaggi di innocenti perseguitati ingiustamente da legge e destino, qui sono proprio questi personaggi a far sprofondare nell’ombra una natura chiara, magari pericolosa (la tigre con cui deve scontrarsi Harald) ma priva di ambiguità.
E, concludendo il film sul più mozzafiato dei cliffangher, con Harald e Seetha svenuti nella tempesta di sabbia che cercano di darsi comunque la mano, Lang rimarca la purezza cristallina del «popolare», e la sua capacità innata di travalicare i confini mentali e politici creati dall’uomo. Prima di perdere i sensi Harald spara proiettili contro il sole assassino che li sta bruciando vivi. Ma la natura non si può scalfire. To be continued…

Info
La tigre di Eschnapur, la danza di Debra Paget/Seetha.
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