Mister Universo

Mister Universo

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Presentato in concorso al Festival del Film Locarno, Mister Universo è il ritorno di quell’universo di personaggi, presi dalla vita, presi dal mondo circense, di La pivellina, la precedente opera di Tizza Covi e Rainer Frimmel.

Chi mi ha fatto le carte, mi ha chiamato vincente

Tairo, giovane domatore di leoni, è infelice. La scomparsa del suo portafortuna è la scusa per intraprendere un viaggio attraverso l’Italia in cerca di Arthur Robin, ex mister Universo, che gliel’aveva regalato. [sinossi]

Era uno dei cavalli di battaglia del Cicap, il comitato contro il paranormale. Quelle salite in discesa, vale a dire quelle strade che sembrano andare in discesa ma in realtà sono in salita. Ce n’è una ad Ariccia, forse quella che si vede nel film Mister Universo, presentato in concorso a Locarno. Una pura illusione ottica sentenziano gli esperti, ma poco importa in un film fatto di personaggi veri, dalla scarsa istruzione, superstiziosi e, proprio per questo, genuini, veri. Si tratta di una metafora fin troppo esibita e spiattellata della deriva umana del protagonista Tairo, della sua fuga in un road movie alla ricerca di un oggetto, e di una persona, legate alla propria infanzia, quello che sembra un McGuffin ma McGuffin non è. Che alla fine, dopo l’estenuante ricerca, incontra quasi per caso.

Quello che i registi Tizza Covi e Rainer Frimmel mettono in scena è un mondo circense decadente, quello di una compagnia in fallimento, che si esibisce nelle cittadine più di provincia mentre altri circhi più famosi riescono comunque a lavorare. Un mondo reale che i registi mettono in scena così com’è, spesso con macchina a mano, con un presumibile difficoltoso lavoro con attori non professionisti che devono essere se stessi. Lavoro che funziona tranne nel caso della contorsionista che recita malissimo, senza spontaneità. Ma evidentemente un’attrice sostituta che faccia la contorsionista è difficile da trovare, e nella storia del cinema torna in mente quella buffissima situazione di Amici miei – Atto II°.
È un mondo ormai anacronistico quello del circo di Tairo e soci, che vive dei propri ricordi, di un glorioso passato. Di riferimenti culturali obsoleti, la musica di Rocky che accompagna i numeri circensi (ci sarebbe anche la relativamente più recente Kalashnikov di Goran Bregović, ma quella è un obbligo), mentre una tigre che è appena morta si chiamava Rambo. Di ricordi delle canzoni di una volta, delle bibite alla mente rievocate mentre si è seduti su una seggiola della Coca Cola. Un film che ci mostra il backstage e ci fa capire che gli artisti che fondano le proprie esibizioni sulle capacità atletiche ai limiti dell’umano, la contorsionista o il piegatore di lastre di ferro con la forza bruta, sono destinati a una vecchiaia di declino, a trovare altre soluzioni per vivere. Così è da intendersi la battuta di Tairo quando viene a sapere che Mr. Universo ha ormai 92 anni: “Ha quindi superato il mezzo secolo”. Oltre alla propria istruzione scarsa denota una concezione in cui, finita la vita artistica, il resto non conta.

Pur muovendosi in un ambiente dove appare anche Topolino, questi personaggi hanno una loro dimensione di vita autentica.
È un mondo di fenomeni da baraccone, così come lo è stato anche il cinema delle attrazioni alle sue origini. E il circo ha spesso rappresentato un soggetto per il cinema classico, da Tod Browning in giù. Non c’è più quel mondo, non c’è più quel cinema e il ferro piegato che cerca Tairo è la metafora di un mondo perduto. Un mondo di artisti in pensione, ivi compresi gli animali che rappresentano il contraltare dei personaggi in carne e ossa. Soli, ritirati, malati. Basta lo sguardo della leonessa mentre si fa leccare il muso dal cagnolino, uno sguardo mansueto, sereno. E ancora l’interconnessione con il mondo del cinema: sono tanti gli animali che il circo ha prestato alla settima arte e, facendo visita a un ricovero di anziani animali ci ritroviamo con lo scimpanzé di Bingo Bongo e Phenomena. E ancora torniamo a situazioni del passato, quando gli animali da circo venivano poi messi negli zoo safari che promettevano ai visitatori di vivere un’esperienza come nella savana africana. Anche quello a modo suo un baraccone.
“Chi mi ha fatto le carte, mi ha chiamato vincente ma uno zingaro è un trucco” canta De Gregori. E così non sappiamo se Tairo sia o no un vincente, se la sua strada in salita sia o meno un’illusione ottica. Quello che interessa ai registi è la resa di un mondo legato ancora a una religiosità delle preghiere che si recitano per la riuscita dei numeri da circo, alla superstizione dei tarocchi, degli amuleti. Un mondo che si fonda sulla dimensione esistenziale di nomadismo.

Info
La pagina dedicata a Mr Universo sul sito del Festival di Locarno.
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