Suicide Squad

Suicide Squad

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Tutto costruito sugli icastici ammiccamenti dei suoi folli personaggi, Suicide Squad di David Ayer è un cinecomic fracassone molto rock, ma il suo è un rock bambino.

Hope you guess my name

Un ente governativo segreto gestito da Amanda Waller e chiamato Argus, crea una task force composta da terribili criminali. A loro vengono assegnati compiti pericolosi da portare a termine. In cambio la promessa di ottenere la clemenza per le loro pene detentive… [sinossi]

Le fiabe della buonanotte sono un rituale classico dell’infanzia, ma quello che conta spesso non è tanto il contenuto del racconto, quanto la possibilità che questo possa non avere mai fine. Ai bambini dopotutto non piace quel momento del distacco, in cui la storia finisce e cede il passo all’oscurità, alla solitudine, e infine – si spera – al sonno. In questi casi, il narratore si ritrova ad affrontare, non senza una certa difficoltà, una reiterata domanda che suona più o meno così: “E poi, che succede?”. Pare essere colto proprio da un’ansia narrativa richiamata da dinamiche di questo genere Suicide Squad pirotecnico cinecomic targato DC diretto da David Ayer e pronto a fomentare i fan – soprattutto loro, va detto – con una narrazione intermittente e perpetua, che si alimenta soprattutto di eventi più o meno rapidi e più o meno giustificati, gestiti da personaggi icastici e ammiccanti.
Sono soprattutto questi ultimi i motori di una storia che poi molto senso non ha; ma pazienza, l’intrattenimento circense è infatti l’obiettivo principale del film di David Ayer, con buona pace di quel suo assodato talento di sceneggiatore, di cui ha dato sfoggio negli anni, prima di esordire alla regia, firmando gli script per Fast and Furious (Rob Cohen, 2001) e, soprattutto, per il blasonato poliziesco urbano Training Day (Antoine Fuqua, 2001).

Al centro di Suicide Squad c’è dunque soprattutto una galleria di creature bordeline, che va a comporre una squadra di ex galeotti, ad uso e consumo di un’operazione governativa guidata dalla severa Amanda Waller (Viola Davis). L’idea dell’elite di freak è sua e, nonostante molti personaggi nel corso del film le dicano che non è affatto buona, lei procede senza indugio, e a noi non resta che stare a guardare. Ma la vista non è certo l’unico senso che Ayer mira a sollecitare, tutt’altro; l’aspetto audio a tratti assume un ruolo preponderante in questo blockbuster fracassone e apertamente ludico. Il musical pare essere infatti il genere di riferimento principale di Suicide Squad che, complice la scarsa limatura dello script, va a configurarsi come un insieme di tonanti videoclip.
Ayer usa inizialmente i brani rock pop della sua colonna sonora per introdurre, quasi fossero dei leitmotiv, i suoi personaggi. Ecco apparire, intento ad allenarsi dietro le sbarre, il temibile cecchino Deadshot (Will Smith), poi la folle ex-psichiatra Harley Quinn (Margot Robbie), che nella sua gabbia gioca a fare la trapezista, mentre vagheggia di tornare a fare coppia con il suo diabolico innamorato: il Joker (Jared Leto). Al loro fianco l’agente Waller schiererà anche l’australiano (come poteva essere altrimenti?) Captain Boomerang (Jai Courtney), il piromane “naturale” Diablo (Jay Hernandez), nonché il re delle fogne Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje).

Già quando in principio risuonano le note di Sympathy For the Devil dei Rolling Stones, una fosca previsione si materializza attraverso le parole della canzone stessa, che con quel suo ripetere “Pleased to meet you, Hope you guess my name” (piacere di conoscerti, spero tu abbia indovinato il mio nome) dichiara quale sia il quid dell’intero film: una lunga e reiterata presentazione dei suoi protagonisti. Eccoli abbinati a una canzone, eccoli mostrarci quanto sono folli (qualche flashback ce lo chiarisce), poi vengono messi alla prova nelle rispettive capacità, infine lanciati nella loro missione, ma anche qui tutti quanti avranno dei ripensamenti e tenteranno di darsi alla fuga poi, dopo un drink al bar, decideranno di fare squadra e affrontare la missione. Quest’ultima, per ben due volte è sempre la medesima: salvare l’odiata Amanda Waller.
Quando poi fa la sua comparsa il personaggio di Katana (Karen Fukuhara), è troppo tardi per inserirla nel giro delle presentazioni iniziali, meglio far partire subito un bel flashback.

C’è dunque una conclamata ridondanza in questa fiaba per adolescenti che poco concede a un pubblico adulto, trasformando sempre e repentinamente la violenza in burla, l’azione in fragore di armi in dolby surround. Lascia poi quasi interdetti scoprire che la prima vera e propria sequenza d’azione ha luogo in una strada poco illuminata e che la sparatoria, priva di idee di regia, avviene tutta a una distanza talmente ravvicinata (gli spari sono tra l’altro spesso frontali) da rendere superflua la strombazzata abilità da cecchino del nostro Deadshot, la cui mira infallibile è esibita solo nei flashback. Data d’altronde la presenza di Will Smith, è d’uopo aspettarsi momenti di esaltazione delle sue qualità da family man, sulle quali ha costruito del resto un’intera carriera. L’obiettivo del letale cecchino è infatti ricongiungersi all’amata figlioletta e spiegarle le funzionalità geometriche dell’ipotenusa (vedere per credere).

Quanto ai veri cattivi che la Suicide Squad si troverà ad affrontare, anche su questo versante il film di Ayer non brilla per originalità né acume, anzi, la risata di scherno è sempre dietro l’angolo, almeno per un pubblico smaliziato. Ecco infatti che tutto trae origine da una “recluta” sfuggita di mano alla Signora Waller: l’ex archeologa June Moone (Cara Delevingne) che, finita nella caverna sbagliata, è ora posseduta da una perfida strega (l’Incantatrice) che brama riacquisire il suo cuore (e con esso altri letali poteri) nonché ricongiungersi con il fratello, il cui spirito è custodito in un’antica statuina. Una volta sguinzagliata, la coppia di congiunti darà sfoggio di dialoghi del calibro di “un tempo eravamo adorati dagli umani come dei, ma ora loro venerano solo le macchine” o dichiarazioni di intenti del tipo “ridatemi il cuore di mia sorella!”. Non c’è da stupirsi dunque che lo scontro finale si risolva per lo più in un lampeggiare di luci, aprirsi di voragini, roteare di calcinacci.

Dopotutto, in linea generale, Suicide Squad tiene le motivazioni dei personaggi ben lontane dalla forma di un racconto compiuto, preferisce lasciarli ammiccare allo spettatore dallo schermo e coinvolgerli in una serie di eventi tutto sommato non necessari; tanto sono pazzi, quindi possono fare qualsiasi cosa. Quell’ansia di narrazione senza fine (ma anche senza più costrutto) tipica dell’infanzia è dunque qui garantita, così come l’entertainment nella sua forma più basica. Peccato dunque che Ayer non abbia seguito quell’iniziale anelito al musical, che probabilmente avrebbe reso il film un oggetto ancora più inclassificabile, ma anche ben più interessante. Di certo l’autore del recente, coriaceo war movie Fury dimostra qui di saper comporre una compilation che è molto rock, ma come diceva un cantautore nostrano, il suo è un rock bambino.

Info
Il sito ufficiale di Suicide Squad.
La pagina dedicata al film sul sito della Warner Bros.
La pagina Facebook ufficiale.
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