Bangkok Nites

Bangkok Nites

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Presentato in concorso a Locarno 2016, Bangkok Nites è il nuovo film di Katsuya Tomita che, come nel suo precedente Saudade, pure visto nella manifestazione ticinese, torna a occuparsi di personaggi marginali, apolidi, che varcano i confini e per i quali si pone il problema dell’identità nazionale.

Bangkok Decadence

Nella via Thaniya di Bangkok – quartiere a luci rosse destinato a una clientela giapponese – vive Luck, una delle regine della zona. Abita sola e mantiene la sua numerosa famiglia rimasta in una provincia del nord-est, vicino al confine con il Laos. Un giorno Luck ritrova Ozawa, un cliente giapponese di cui si era innamorata cinque anni prima. Ex soldato del corpo giapponese di autodifesa, l’uomo vivacchia in una modesta stanza dei quartieri bassi. Ozawa deve recarsi in Laos e Luck lo accompagna per presentarlo alla famiglia e agli amici d’infanzia. [sinossi]

Singolare figura quella di Katsuya Tomita, regista indipendente che appartiene al collettivo Kuzoku, un gruppo di cineasti che si finanzia i propri film, anche ricorrendo a sottoscrizioni online, in modo da essere svincolati da qualsiasi condizionamento produttivo. Un’iniziativa propria di una nuova ondata di filmmaker outsider che a molti ricorda il sistema del glorioso Art Theatre Guild della Nuberu bagu di Oshima, Imamura e compagnia bella. Tomita era già approdato a Locarno con il film Saudade, incentrato sugli immigrati e in particolare sulla comunità dei nikkei, i nippo-brasiliani. Tra i personaggi di quel film c’è anche una ragazza thailandese indecisa se prendere o meno la cittadinanza giapponese.
Con Bangkok Nites, presentato in concorso a Locarno 2016, Tomita trasferisce il suo sguardo nella capitale della Thailandia, nella via Thaniya, fulcro del turismo sessuale giapponese. L’immagine della città che apre il film, il riflesso sul vetro di una finestra che si affaccia sulla megalopoli asiatica ricorda una certa iconografia al neon in stile Tokyo Decadence e, per molti versi, sembra di essere in una estroflessione del mondo nipponico, anche se in uno skyline dove le pagode affiancano i grattacieli, tra locali di karaoke, in strade dove si viaggia su furgoni che sono come dei risciò a motore.
Le prostitute sono merce in esposizione, in gruppo, tra cui il cliente può scegliere. Sembrano la versione moderna delle case del piacere dell’epoca Edo, con le ragazze ammiccanti sempre attaccate allo smartphone, per gestire la loro attività sui social media. Sembra una propaggine dei quartieri a luci rosse della moderna capitale giapponese, Roppongi o Kabukicho, con la differenza che qui, come dice uno dei clienti, la merce costa un ventesimo rispetto che in patria. Ma i rapporti storici tormentati tra i due paesi, e il passato coloniale, richiamano anche alle donne di conforto, le schiave sessuali in guerra per l’esercito imperiale e il moderno sfruttamento sessuale riporta a una sorta di neocolonialismo. L’Asia è il paradiso per gli uomini, sostiene uno dei turisti. Clienti facoltosi e otaku popolano quelle stanze, uomini d’affari nipponici che viaggiano in business class. I giapponesi promettono spesso il matrimonio, dice una delle ragazze, abituata alle loro falsità. Ed emergono i problemi connessi, molte ragazze sono positive all’Hiv.

Il contesto sociale è solo uno degli aspetti che interessano al regista. Ancora una volta Tomita racconta storie di ibridazioni e di meticciati, di un melting pot asiatico, di personaggi in migrazione che si spostano oltre i confini nazionali, per motivi economici, in cerca di fortuna. E quello che interessa al regista è anche smontare il concetto nippocentrico asiatico dei suoi connazionali, la convinzione di essere un’élite nel continente, e al contrario di considerare il Giappone come una delle espressioni culturali di una più ampia madrepatria asiatica. Il film ricalca l’idea del classico della letteratura cinese Il viaggio in Occidente e il viaggio del film, passando per il fiume Mekong, arriva quindi nella provincia thailandese di Isan, nella parte del nord-est del paese, un coacervo linguistico ed etnico e un crocevia di popoli, al confine con la Cambogia, fulcro anche di tanto cinema di Apichatpong Weerasethakul che ha fornito peraltro suggerimenti a Tomita.
E procede poi per Vang Vien nel Laos, sede dell’etnia Hmong nota per il suo appoggio agli americani nella guerra del Laos, che portò poi a una diaspora (una comunità di questa etnia è proprio quella rappresentata nel film Gran Torino).
E Tomita arruola come attore anche Ken Kelsch, nella parte di un trafficante d’armi americano, il direttore della fotografia storico di Abel Ferrara che combattè da berretto verde con i Hmong. Siamo quindi in un epicentro asiatico di dolorose reminiscenze storiche e geopolitiche che affiorano come fantasmi del film, da Pol Pot alla guerra in Vietnam a quella d’Indocina. Con personaggi che hanno un passato nell’esercito o che sono figli di soldati. Un territorio che porta nel suo stesso paesaggio le ferite della sua storia, che non si sono mai rimarginate, come i buchi della grande distesa verde, come un gigantesco gruviera, avvallamenti del terreno che sono la traccia lasciata dai bombardamenti del passato. E in questi nuovi territori del film, attraversati da un fiume grigio, sede di colorate feste popolari, anche i ragazzi del luogo, con la t-shirt di Bruce Lee, come prospettiva di vita hanno la scelta tra diventare soldati o monaci. Ma è una terra anche magica, dove la presenza sincretica di culture diverse porta con sé anche le superstizioni popolari, dove affiorano anche i famosi fantasmi del folklore, o il battello viene affiancato da una misteriosa creatura acquatica. In questo, e anche nella figura simbolica del geco, si intravede un lieve avvicinamento di Tomita al cinema del suo referente per quei luoghi Apichatpong Weerasethakul.

“È triste non avere un posto che chiamiamo casa”: il nucleo del film, e del cinema finora espresso da Katsuya Tomita è riassumibile in questa frase, pronunciata in Bangkok Nites. Che ancora, come in Saudade, fa parte di una tendenza all’esposizione didascalica del regista, fatta di continue sentenze messe in bocca ai personaggi. Sono personaggi carichi di energia cinetica, quelli raccontati dal regista, alla ricerca di un paradiso ma che sono portatori di quel sentimento espresso dal termine portoghese “saudade”, titolo dell’altro film del cineasta, traslitterato in giapponese come “sannodanchi”, che esprime un senso di malinconia e nostalgia tipico di chi vive lontano dalla propria terra natia.

Info
La scheda di Bangkok Nites sul sito del Festival di Locarno.
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