Il diritto di uccidere

Il diritto di uccidere

di

Helen Mirren, guerra dei droni ed etica militare. Il diritto di uccidere di Gavin Hood si affida al “dramma digitale” per tentare una riflessione sulle rinnovate tecnologie belliche, senza sollevarsi mai da un forte sospetto di fasullo. Ultimo film per Alan Rickman.

Decesso remoto

Un colonnello-donna britannico ha finalmente individuato una cellula terroristica in Africa Orientale alla quale sta dando la caccia da tempo. In attesa trepidante di ricevere il via libera per un attacco tramite drone, la donna vede complicarsi sempre più la situazione a causa di una bambina che sta vendendo il pane a pochi passi dal covo dei terroristi. Ciò scatena un lungo braccio di ferro sul tema del danno collaterale tra le varie istituzioni coinvolte, preoccupate dalle eventuali ripercussioni che la morte della bambina potrebbe innescare… [sinossi]

Prevedibilmente la guerra dei droni sarà l’ultima frontiera del cinema delle buone intenzioni, quello che di generazione in generazione si rinnova per dire con strumenti facilissimi quanto è brutta la guerra aggiornandola all’ultimo ritrovato tecnologico che l’ha resa ancor più disumana. A livello internazionale il dibattito sull’utilizzo bellico dei droni si è ormai innescato da qualche anno e ha già dato i suoi frutti anche al cinema (il pessimo Good Kill, 2014, di Andrew Niccol che passò anche in concorso al Festival di Venezia).
Viene ora a riallinearsi al dibattito Il diritto di uccidere, opera del sudafricano Gavin Hood che già si portò a casa l’Oscar al miglior film straniero per Il suo nome è Tsotsi, 2005.
La riflessione a monte è rapida, immediata e buona per riempire le discussioni post-film tramite corrive semplificazioni: è umano colpire alla cieca e vigliaccamente un nemico che non può difendersi in alcun modo? Secondo l’etica militare è corretto avvalersi di droni che bypassano completamente un leale confronto bellico? E soprattutto è accettabile stare a soppesare quale sia il male minore nella logica del minor danno collaterale?
È quest’ultimo il dilemma intorno al quale si sviluppa tutto il film, che vede una rocciosa colonnello-donna britannica, interpretata da Helen Mirren, dannarsi l’anima per ottenere l’autorizzazione a colpire tramite drone un covo di fondamentalisti islamici in Africa Orientale. Il racconto si dispiega per 102 minuti tutto intorno a questo apparente stallo narrativo, che coinvolge più situazioni simultanee a tutte le latitudini del mondo. Il colonnello nel suo centro operativo, un tavolo governativo che segue l’evolversi della vicenda, i due soldati preposti in Nevada allo sganciamento delle armi sul luogo, personaggi-cerniera dislocati in altri centri militari, qualche collaboratore locale che partecipa al piano, gli abitanti africani del posto ignari del rischio che stanno correndo… E soprattutto una bambina africana che vende il pane a pochi metri dal covo dei terroristi, oggetto del contendere messa su un tavolo internazionale che discute se la sua morte sia accettabile o meno come moneta di scambio per l’eliminazione di una cellula fondamentalista.

In tal senso Il diritto di uccidere ricorda molto da vicino l’esordio hollywoodiano di Gavin Hood, quel Rendition (2007) che a sua volta sviluppava in simultanea una situazione di stallo a varie latitudini avvitata intorno a uno scottante tema di portata internazionale, ovvero la pratica della “consegna straordinaria”, adottata dagli Stati Uniti dopo i fatti dell’11 settembre, che prevede un abusante fermo di polizia nei confronti di cittadini stranieri sospettati di terrorismo.
Curiosamente i due film condividono anche la centralità di una ferrea protagonista femminile in vesti usualmente maschili (là la spietata Meryl Streep, qui l’irremovibile Helen Mirren). Il diritto di uccidere estremizza ancor più la struttura simultanea di racconto racchiudendo tutta l’azione intorno a un’unica situazione che scatena reazioni a cascata in tutta una serie di differenti dislocazioni internazionali.
È il principio del “dramma digitale” in cui tutto entra in relazione con tutto, secondo linee di racconto che si sviluppano essenzialmente lungo una catena di comunicazioni tra gli strumenti e device più diversi e moderni. Il racconto è infatti veicolato per mezzo di un continuo interscambio di flussi informativi tramite mail, chat interne, videochat, telefonate, videocamere nascoste, fino alle più avveniristiche risorse delle microvideocamere-drone occultate dentro finti uccellini o scarafaggi (a dirla tutta gli elementi più goffi del film, realizzati tramite effetti speciali di evidente e pacchiano artificio).

È innegabile che Hood riesca a tenere alta l’attenzione tramite un’apprezzabile scansione della suspense, capace di avvincere lo spettatore per la durata di un lungometraggio intorno a un singolo scacco narrativo. Benché qua e là gli strumenti per rilanciare la posta e allungare il brodo appaiano un po’ meccanici e ricattatori (quel bambino inviato a comprare il pane proprio sul più bello, guardacaso…), lo scopo di accompagnare lo spettatore alla fine senza smarrirne l’attenzione si direbbe raggiunto.
Tuttavia ciò svela anche la falsa coscienza sulla quale si sorregge una simile operazione cinematografica. Il diritto di uccidere è di fatto un film di genere che solo incidentalmente sembra trattare uno dei temi più attuali in ambito di etica militare e internazionale. Lo dimostra il fatto che Hood ricorra agli strumenti più facili e corrivi per giocare sull’intrigo e sulla suspense, allontanandosi da affondi davvero significativi sul tema e deviando anzi dalla sostanza nell’ordine di una facilissima equidistanza.
L’apparente sobrietà di sguardo è in realtà mancanza di coraggio, che induce regista e sceneggiatore a dare continuamente un colpo al cerchio e uno alla botte con scelte narrative centellinate a tavolino.
A conti fatti tutti hanno torto e tutti hanno ragione, compresi i pessimi vertici militari che ne escono con l’onore delle armi grazie al pistolotto finale del compianto Alan Rickman.

Se da un lato non si rilevano vere scelte, dall’altro Hood cerca le vie più facili nascondendosi dietro a un corrivo qualunquismo e a una generica sfiducia nelle istituzioni (apparentemente nessuno ne esce graziato, né il potere politico né quello militare, salvo poi dare un buffetto sulla guancia a tutti in ultima battuta). Malgrado il puntuale impegno professionale di Helen Mirren e Alan Rickman, a Il diritto di uccidere resta addosso una fatale aria di fasullo che pare una delle costanti più inossidabili del cinema di Gavin Hood, a cui non giova l’insistenza su un’estetica pubblicitaria. Come già in altre opere note dell’autore sudafricano, anche stavolta le intenzioni polemiche restano sulla carta, vanificate in una messinscena più interessata all’immediato spettacolo mainstream che ad altro. E al dramma internazionale, col dito dell’esecutore che in mezzo alle lacrime trema sul “grilletto” dell’ordigno, non crediamo per un solo istante. Del resto, per capire in quale ambiente-cinema ci troviamo, è sufficiente ricordare che dopo appena un quarto d’ora il generale Alan Rickman, purtroppo al suo ultimo film, si trova in ambasce per aver comprato alla figlia la bambola sbagliata. Subito dopo segue inquadratura della bambina africana alle prese con la sua misera bambola. È il massimo che Hood sembra concederci, nell’ordine di un rozzo didascalismo che vanifica la sua stessa materia.

Info
Il sito del distributore di Il diritto di uccidere Teodora Film.
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-01.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-02.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-03.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-04.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-05.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-06.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-07.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-08.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-09.jpg
  • Il-diritto-di-uccidere-2015-gavin-hood-10.jpg

Articoli correlati

  • Archivio

    Good Kill RecensioneGood Kill

    di Reduce dalla pessima fantascienza adolescenziale di The Host, Andrew Niccol sbarca alla Mostra del Cinema di Venezia con Good Kill, war movie contemporaneo e ultima pellicola del Concorso.
  • Archivio

    Ender’s Game

    di Gavin Hood dirige il primo capitolo di una nuova saga fantascientifica ad alto budget. Nel cast i giovani Asa Butterfield e Hailee Steinfeld e le vecchie volpi Ford e Kingsley.
  • Archivio

    X-Men le origini: Wolverine

    di Prequel e parziale spin-off della saga degli X-Men, questo capitolo Marvel interamente dedicato a Wolverine fa luce sul passato del personaggio interpretato da Hugh Jackman.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento