Intervista a João Botelho

Intervista a João Botelho

Tra i più importanti cineasti portoghesi contemporanei, João Botelho è protagonista da anni dei festival internazionali. A Berlino ha presentato Um Adeus Português e a Venezia Tempi difficili, Qui sulla terra, Tráfico, Quem És Tu? e O Fatalista, mentre il Bergamo Film Meeting gli ha dedicato una personale nel 1996. Con Três Palmeiras ha partecipato a un progetto sulla città di Lisbona. All’ultimo Festival del Film Locarno ha portato fuori concorso O Cinema, Manoel de Oliveira e Eu, omaggio al grande cineasta, suo connazionale, scomparso il 2 aprile del 2015. Abbiamo conversato con João Botelho in occasione della manifestazione ticinese.

O Cinema, Manoel de Oliveira e Eu comincia con l’immagine del maestro de Oliveira nel ruolo di un prete in uno dei tuoi primi film, Conversa Acabada. È vero che, a tua volta, hai interpretato una parte nel suo film Le soulier de satin, film di cui parli molto nel documentario? E nel caso che ruolo era e perché non sei stato accreditato?

João Botelho: Gli chiesi di interpretare il ruolo nel mio film, di prete/padre, perché lo ammiravo e perché avevo bisogno della sua benedizione nel mio primo film. Ma non è vero che ho avuto un ruolo nel film Le soulier de satin così come in nessun altro film del signor de Oliveira.

Ci sono state altre collaborazioni artistiche tra voi due?

João Botelho: La mia collaborazione artistica con Manoel si riassume da sola nelle nostre conversazioni circa il tema della luce e dell’ombra, vale a dire del cinema. Su sua richiesta disegnai alcuni poster per alcuni dei suoi film: Amor de Perdição, Mon cas, Viaggio all’inizio del mondo ecc., e presentavo i suoi film nelle scuole o nei cinema. Per campare lavoravo come designer e nei circoli cinematografici.

La seconda parte di O Cinema, Manoel de Oliveira e Eu è la tua ricostruzione di un soggetto abbandonato da de Oliveira, Prostituição ou a Mulher que passa, cui dai il titolo di A Rapariga das Luvas. Ci puoi raccontare qualcosa del progetto originale del Maestro? Come l’hai avuto? Sai perché de Oliveira non l’ha realizzato? Perché lo hai realizzato con il linguaggio del muto e con quella fotografia in bianco e nero contrastato? E perché in O Cinema, Manoel de Oliveira e Eu passi così bruscamente dalla parte documentaria al film nel film?

João Botelho: La storia di de Olivera è strana e unica. Ha iniziato a dirigere regolarmente all’età di 70 anni. Ha fatto il suo primo film, Douro, Faina Fluvial nel 1929/30, il suo secondo, Aniki Bobó, nel 1942 e il suo terzo 14 anni dopo, nel 1956, il documentario Il pittore e la città. Lui, che poteva solo pensare al cinema, che respirava di cinema, ha lasciato, in quei lunghi periodi di tempo, un mucchio di progetti scritti che non ha mai diretto. Per esempio Lo strano caso di Angelica, scritto negli anni Quaranta, fu realizzato solo alla fine della sua vita. È stato il suo penultimo film. E non ha mai diretto Preto e Negro, un melodramma nerissimo, né A Montanha Mágica, adattamento da Thomas Mann, né molti altri. Uno dei suoi progetti era A Prostituição, una storia che mi aveva raccontato. La trovai interessante perché era una storia molto “oliveiriana”, un racconto originale dove le idee del peccato, della punizione, della perversione e della morte andavano di pari passo. Ma la narrazione era riassunta in una mezza dozzina di frasi, non c’erano dialoghi, era quasi un aneddoto. Ho sviluppato il plot e ho pensato – perché ancora oggi credo che sia la finzione che il documentario siano cinema – di aver bisogno di una sorprendente rottura nel mio film. L’opzione del bianco e nero e l’idea del muto hanno a che fare con il desiderio di tornare alle origini, all’innocenza del cinema primitivo. Al giorno d’oggi tutto è diventato chiassoso, ci sono troppe immagini. C’è bisogno di una sosta, di rallentare per poter vedere. Il cinema del tempo e della composizione, non il cinema del movimento e del montaggio vertiginoso.

Nel film nel film compaiono molte immagini pittoriche, vedi i quadri del bordello. È ancora un omaggio alla costruzione dell’immagine di de Oliveira?

João Botelho: Certo, ho fatto citazioni dirette da inquadrature di de Oliveira, le dita sui petali, il letto di morte, il chiaroscuro di Aniki Bobó, ecc.

Prima di essere regista sei stato un critico cinematografico, come ricordi nel film rievocando la tua rivista cineMa. Questo si vede nella prima parte del film dove analizzi, anche mediante découpage, il linguaggio del maestro. Che differenza c’è tra parlare di cinema con le immagini, e con la scrittura critica? Nel primo caso possiamo dire che il cinema riflette su se stesso?

João Botelho: Il metalinguaggio non è mai linguaggio, è un discorso su questo. Ma deve essere a sé stante, i testi dovrebbero essere “ben” scritti e i film “ben” girati. E bisogna aver presente che non possiamo mai raggiungere il cinema quando scriviamo di cinema, ma le associazioni, la metonimia devono portarti dall’altra parte, attraverso la musica, attraverso la pittura e soprattutto la letteratura. A parte quei grandi geni che scrivono bellissimi saggi letterari, l’arte della critica è un’arte minore. Sì, come uno specchio, dove la materia è sia il suo riflesso, un’approssimazione al reale, ma anche dicendo che quello è il reale! E così giungere alla verità, ai sentimenti di chi vede e sente, porta inquietudine allo spettatore.

Vediamo a un certo punto del film l’immagine, da No, la folle gloria del comando, di un grande albero solitario, secolare come de Oliveira. Ci puoi dire perché hai inserito questa suggestiva immagine?

João Botelho: È un’immagine genuina di de Oliveira, forte, imponente, unica, l’apertura del suo film No, la folle gloria del comando. Non ho usato i 4 minuti originali. Ne ho usati poco meno di 3. Prendendo la frase di Griffith del 1915, che lui amava e che io uso come ancora oggi come guida: “Ciò che manca nel cinema contemporaneo è filmare il vento tra gli alberi”. E come meravigliosamente de Oliveira filma quella brezza che soffia su quell’impressionante baobab che riprende con un movimento leggermente circolare, a volo d’aquila, che ci colpisce e inquieta!

Nel film riporti una frase di de Oliveira, “Il cinema non esiste, è semplicemente teatro catturato con mezzi tecnici, tanto più l’artificio può essere visto, tanto più la verità viene raggiunta”. Condividi questo principio? L’hai applicato nel caso dei tuoi film in costume come Quem És Tu??

João Botelho: Non sono radicale come de Oliveira, ammetto gli effetti nei film e la costruzione che va oltre il teatro, ma la frase “Tanto più l’artificio può essere visto, tanto più la verità viene raggiunta” è sua e mia. Devi mentire, mentire molto, ma allo stesso tempo devi dire che stai mentendo. Questo è il modo di raggiungere la verità. Nessuno muore in un film, nessuno dorme con nessuno. È tutto falso, ma l’idea è reale, c’è della verità in essa. Ciò che importa è la materia che trovi nel testo, nel suono, nella luce e nell’ombra. “I film sono storie, il cinema è il modo in cui filmi queste storie” è l’epigrafe di questo film, ma anche la regola primaria di tutto il mio cinema. La trovi in O Desassossego, in Os Maias… In tutti i film che ho fatto.

La figura privata che trapela dal film di de Oliveira è quello di un uomo elegante che si veste dai migliori sarti. Puoi raccontarci ancora qualcosa in merito?

João Botelho: Vanitoso, elegante, di buone maniere e buoni principi. Questo era de Oliveira nella sua vita privata. Di buona famiglia, autista di macchine sportive e pilota d’aerei, atleta di salto con l’asta che ci impiegava mezz’ora a prepararsi per il balzo, curato nella pettinatura e nel vestire, seducente e dandy. Con un raffinato e a volte acido senso dell’umorismo. Si innamorava sempre dei suoi personaggi femminili, ma non delle attrici che li interpretavano (quelle appartengono al mondo reale). Ed è anche la persona più positiva sulla vita che abbia mai incontrato. Di rado Thanatos lo preoccupava. Era un eccellente oratore ma sapeva anche ascoltare. Aveva un’energia affettuosa che non ho mai capito da dove provenisse. Forse toccato da Dio, come era solito dire; una straordinaria forza della natura e del pensiero umano, ti dico.

Info
Il film di João Botelho sul sito del Festival di Locarno.
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