Pagliacci

Pagliacci

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Cortometraggio d’apertura della sezione Short Italian Cinema all’interno della Settimana della Critica, Pagliacci è una nuova variazione intorno ai consueti temi cari a Marco Bellocchio, stavolta particolarmente sagace forse anche grazie alla forma breve.

I pagliacci siamo noi

In un teatro di paese si stanno svolgendo le prove di uno spettacolo tratto dall’opera I Pagliacci. Tra i pochi nel pubblico c’è la madre del cantante, una ricca signora del luogo e finanziatrice del progetto, la sorella e poche altre persone coinvolte nello spettacolo. Nel corso di una serata a cena in casa della ricca signora durante una seduta di ipnosi vengono fuori i rancori e i dolori dei due figli nei confronti della loro madre e l’impossibilità da parte loro di liberarsene. [sinossi]

Tutto vi è da dire intorno all’opera recente di Marco Bellocchio, tranne che non riesca a sorprenderci ogni volta e a sparigliare continuamente le carte. Basti pensare al volutamente disorganico e sciatto Sangue del mio sangue, o all’adattamento ‘disadattato’ del testo di Gramellini in Fai bei sogni. E stavolta, con Pagliacci, evento speciale della neonata sezione Short Italian Cinema all’interno della 31esima edizione della Settimana della Critica, Bellocchio ci sorprende ancora ri-mostrandosi improvvisamente di nuovo fedele a se stesso, e quasi riecheggiando nientemeno che I pugni in tasca.
Sempre realizzato nell’ambito del bobbian-bellocchiano laboratorio Fare cinema, Pagliacci sembra giovarsi della forma breve (appena 18 minuti), dove il cineasta piacentino riesce quasi miracolosamente a riunire tutti i temi – ma sarebbe meglio dire le ossessioni – a lui cari: l’opera lirica (sulle cui note moriva il giovane matricida Lou Castel in I pugni in tasca), il familismo (allo stesso tempo amato, usato, odiato e coccolato da Bellocchio), la sfingica atrocità della figura materna.

Il protagonista è un giovane cantante che vuole mettere in scena in un teatro di paese l’opera Pagliacci di Leoncavallo; il tutto ovviamente con i soldi della madre. Lei si dice disponibile a sganciare, ma con moderazione, e nel frattempo disprezza sia l’adattamento dell’opera, che i cantanti/attori, che anche – naturalmente – i figli.
A partire dall’arguto incipit dove vengono subito mischiati i piani della finzione (sono in corso le prove e viene intonata proprio la celebre aria “Ridi, pagliaccio”), si snodano a ritmo sostenuto una serie di conflitti e di tradimenti, tali da far pensare a una giocosa ronde sentimentale. Ma in Bellocchio il sentimentale è tabù, mentre il comico ha sempre bisogno di travestirsi da grottesco e il grottesco, a sua volta, tende sovente all’orrore. Così l’apparentemente innocua seduta d’ipnosi si trasforma in maniera repentina in esplosione d’odio verso la figura materna, con la coda di un finale che lascia agghiacciati e in cui si riflette ancora una volta sulla tentazione del matricidio. La madre, circondata dai suoi cani e seduta su una panchina mentre fuma una sigaretta, appare agghiacciante e luciferina, in segreto contatto con il mondo delle ombre. Nulla la può sorprendere e nessuno la può fermare. E Bellocchio, con questo straordinario gesto visivo, ci ricorda come l’orrore possa nascere da una semplice inquadratura con sottofondo musicale, senza bisogno di nessun sforzo tecnologico. Basta che ci sia una famiglia.

Info
La scheda di Pagliacci sul sito della Settimana Internazionale della Critica.
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