American Anarchist

American Anarchist

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È sempre colpa degli anarchici. Parte da questo vetusto e velenoso assunto, American Anarchist, pseudo-documentario ricolmo di pregiudizi e di toni inquisitori, che fa sua la lezione del cattivo maestro Michael Moore. Fuori concorso a Venezia 73.

Gli anarchici van via…

Nel 1970 William Powell voleva dare un personale contributo alla creazione di una società nuova, e così ha insegnato al mondo come distruggere quella vecchia, facendola saltare in aria. Mentre i giorni esaltanti della controcultura degli anni sessanta e degli scontri politici diventavano sempre più bui, Powell, a 19 anni, ha scritto uno dei libri più controversi mai pubblicati: The Anarchist Cookbook. [sinossi]

Una sorta di virus ha aggredito il cinema documentario, così come abbiamo imparato a conoscerlo. È quello instillato da Michael Moore e dal suo approccio spettacolarizzato, urlato e tronfio rispetto al materiale che affronta. E se il suo cinema nel corso del tempo è ormai stato ri-contestualizzato dai più, tanto da far apparire come un lontano ricordo la clamorosa Palma d’Oro del 2004 per Fahrenheit 9/11, va detto però che il suo modo sbrigativo e aggressivo di approcciare le cose lo si può rintracciare ormai anche in altri registi invitati in vari festival internazionali.
È il caso di Charlie Siskel – già coautore di Alla ricerca di Vivian Maier e produttore, tra gli altri, dello stesso Bowling a Columbine –, che con American Anarchist, suo esordio cinematografico in solitaria presentato fuori concorso a Venezia 73, getta la maschera e mostra quanto un regista possa essere feroce e cinico nei confronti delle persone che avvicina.
Il malcapitato è William Powell, un ex anarchico, un insegnante in pensione, la cui colpa è stata quella di aver scritto nel 1970 un volumetto intitolato The Anarchist Cookbook, in cui chiamava i suoi lettori alla rivolta contro il sistema e spiegava minuziosamente come potersi fabbricare delle armi in casa.

Così, là dove il vero cinema documentario avrebbe professato l’esercizio del dubbio, American Anarchist segue tutt’altra strada, esattamente opposta, e tiene per ottanta minuti sul banco degli imputati il nostro Powell, che viene torturato dal sadico Charlie Siskel il quale continua a chiedergli in tutte le salse – come un novello J.E. Hoover – come e perché si sia macchiato della colpa capitale di quel libro, se si sia sinceramente pentito e se senta di aver fatto abbastanza per emendare il suo fatale gesto commesso davanti a una macchina scrivere (i cui tasti vengono anche ripresi come se fossero delle prove indiziarie). Il povero Powell – che, scopriremo sui titoli di coda, è anche morto poco tempo dopo l’intervista-martirio – prova a difendersi, tentenna, temporeggia, tenta una minima ribellione, ma alla fine lascia fare e si concede al rogo che il suo regista gli ha preparato. Così Siskel affonda il colpo e, dopo averlo accusato in qualche modo di essere l’oscuro ideologo di tutti gli attentati che hanno avuto luogo negli Stati Uniti dal ’70 in poi (con in cima alla lista ovviamente anche Columbine, visto che gli assassini avevano in casa una copia di The Anarchist Coockbook), arriva persino a superare il grottesco, alludendo neanche troppo velatamente all’eventualità che persino l’ISIS possa aver tratto giovamento dagli insegnamenti del libro di Powell.

Travestito da inquisitore, da maccartista, da fustigatore dei costumi, da velenoso perbenista, Charlie Siskel non si mostra mai in scena, come invece fa abitualmente Michael Moore, ma la sua voce aggressiva e incalzante ‘azzanna’ costantemente la carotide di Powell, come un cane rabbioso che in perfetto stile da neo-giornalismo scandalistico vuole veder capitolare la sua vittima davanti alla videocamera. E Powell, stremato, ammette tutto, anche quello che non ha fatto. Evidentemente Siskel non sa – o finge di non sapere – che tempi fossero gli anni tra il ’67 e il ’72, tempi che hanno scosso profondamente le società occidentali, dove di fronte alla ribellione giovanile il sistema borghese-patriarcale adottava una forma di repressione violentissima e feroce, la cosiddetta strategia della tensione (chiamata così almeno da noi), mentre proliferavano i colpi di Stato pilotati dagli americani (pensiamo al Cile e a Pinochet), e proseguiva la vergogna della guerra in Vietnam. Ed evidentemente Siskel non sa – o finge di non sapere – che giovani ingenui che credevano veramente nella possibilità di una rivoluzione, che sognavano e piangevano Che Guevara, avrebbero voluto provare a difendersi in proprio dalla violenza della polizia e delle forze armate. Cosa che poi non è riuscita a nessuno perché, come dice la canzone, “I fought the law and the law won”, ma che in quel contesto autorizzava quantomeno a scrivere libretti, libercoli come quelli di Powell, così come a tirare qualche sasso per difendersi dalla cariche. D’altronde, nella cantina di ogni buon ex sessantottino c’è sicuramente ancora un libro come quello di Powell. E ciò non significa però che da lì si sia passati alla lotta armata – qualcuno lo ha fatto, ma quella è un’altra storia. E soprattutto ciò non significa che, di fronte alla sconfitta di ogni ideale rivoluzionario, ora gli ex contestatori debbano caricarsi anche di questo: di essere i cattivi maestri dei serial killer che sono proliferati negli anni successivi, disadattati cresciuti nella distorsione neo-capitalistica, il cui vuoto di pensiero è partorito non certo da qualche ex figlio dei fiori con la barba bianca, quanto dal folle onanismo e monadismo neo-tecnologico e hi-tech che la Reazione ha ri-creato artificialmente proprio per sconfiggere gli ideali rivoluzionari.

A tutta questa distorta ipocrisia e a questa sgradevole cattiva coscienza, Siskel ci aggiunge anche una notevole incompetenza registica: musichetta ossessiva e ripetitiva, flash con montaggio rapido e violento pescato da servizi televisivi dedicati a stragi varie (a dimostrazione di come il montaggio possa essere strumento per eccellenza di falsificazione della realtà), struttura narrativa grossolana che nell’ultima parte affastella una serie di scomposti finali, forse nella segreta speranza che Powell scoppi in lacrime per poter così celebrare l’apoteosi dell’orrore della società dello spettacolo, per scatenare il sollucchero degli adepti dell’entertainment. Ma, per fortuna, in questo il nostro ex anarchico si mostra stoico, e non piange. E scompare dalla scena con dignità, quella che Siskel ha – invano – provato in tutti i modi a togliergli.

Info
La scheda di American Anarchist sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
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