Il più grande sogno

Il più grande sogno

di

In concorso in Orizzonti a Venezia 2016, Il più grande sogno è il primo lungometraggio di Michele Vannucci in cui – nel rimettere in scena la storia vera del suo protagonista, Mirko Frezza – si racconta una vicenda di borgata, di violenza e di riscatto.

La borgata dentro

A 39 anni Mirko è appena uscito dal carcere: fuori, nella periferia di Roma, lo aspetta un futuro da inventare. Quando viene eletto presidente del comitato di quartiere, decide di sognare un’esistenza diversa. Non solo per sé e per la propria famiglia, ma per tutta la borgata in cui vive. [sinossi]

A seguito del successo in questi ultimissimi tempi di diversi film d’ambientazione più o meno borgatara, e dunque tipicamente romana (Non essere cattivo, Lo chiamavano Jeeg Robot, Suburra, ma anche Et in terra pax, solo per fare qualche titolo), sembra che stia nascendo – o ri-nascendo a nuova vita – un filone un po’ sottoproletario,  un po’ post-pasoliniano, che si mischia talvolta con discorsi sul potere e più spesso è intriso – anche nobilmente – di riferimenti al genere, in particolare al gangster movie all’americana e sempre un po’ scorsesiano. Certo, nessuno dei titoli citati rientra appieno in questa grossolana e sbrigativa categorizzazione, però basti pensare al ‘supereroistico’ Lo chiamavano Jeeg Robot per capire come la sua vera – intima – forza sia l’essere radicalmente e orgogliosamente legato al quartiere di Tor Bella Monaca, e dunque ad una natura ontologicamente periferica.
Così, di fronte, a Il più grande sogno, presentato in concorso in Orizzonti a Venezia 73, inizialmente poteva venire il sospetto che Michele Vannucci, al suo esordio nel lungometraggio, fosse arrivato un po’ tardi, quando il terreno era già stato abbastanza occupato e raccontato.

Infatti, nella vicenda di un uomo che, uscito dal carcere, vuole provare a rifarsi una vita (nonostante il padre che si ritrova, nonostante gli amici che lo vogliono com’è sempre stato e nonostante la sua natura a dir poco fumantina), si coglie di primo acchito un senso di déjà vu, forse anche per via di alcuni troppo rapidi passaggi narrativi (come, ad esempio, il protagonista che si ritrova da un momento all’altro a fare il presidente di un comitato di quartiere, spuntato non si sa bene da dove).
Per fortuna questo sentore derivativo viene progressivamente spazzato via grazie ad alcune innegabili qualità che finiscono per fare di Il più grande sogno un’operazione pienamente personale. Il primo elemento di forza viene dall’attore protagonista, Mirko Frezza, che mette in scena la sua stessa vita e le sue proprie disavventure (e, infatti, Frezza ha collaborato anche al soggetto di partenza del film). Il secondo è collegato al primo ed ha a che vedere con la recitazione degli attori, tutti ottimi per naturalezza e spontaneità, a partire dallo stesso Frezza che un po’ dà i tempi e i toni agli altri, anche ad Alessandro Borghi (e vi sono, tra i due, dei duetti di gran livello, sia sul piano comico che su quello drammatico). L’ultimo e forse il più importante fattore positivo che si può ricavare dalla visione di Il più grande sogno è la stessa messa in scena di Vannucci: con una macchina che sta sempre addosso ai personaggi e un colore caldo e passionale, traspare la sensazione di una densità e di una materialità rispetto a quel che si vede, che è caratteristica abbastanza rara nel nostro cinema.

Si aggiunga quale postilla anche la scelta di una zona forse mai raccontata dal cinema italiano come La rustica, a est della Capitale, che negli ultimi tempi si è ritrovata spesso al centro della cronaca, per verificare come, in fin dei conti – al di là di qualche altro passaggio narrativo non pienamente riuscito – si deve dire che Il più grande sogno si colloca con sicurezza al di sopra della media dei film italiani. E, alla luce anche di un film come Orecchie, visto sempre qui al festival, la cosa fa ben sperare per un ricambio generazionale che troppo spesso ci ritroviamo ad attendere un po’ come se fosse Godot.

Info
La scheda di Il più grande sogno sul sito della Mostra di Venezia.
  • il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-001.jpg
  • il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-002.jpg
  • il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-003.jpg
  • il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-004.jpg
  • il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-005.jpg
  • il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-006.jpg
  • il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-007.jpg

Articoli correlati

  • Venezia 2016

    Orecchie

    di Torna alla regia Alessandro Aronadio con una commedia surreale in bianco e nero: Orecchie, presentato a Venezia nella sezione Biennale college, ha un tono stralunato e disilluso che regge per quasi tutto il tempo, perdendo la strada solo nel finale.
  • Venezia 2016

    Venezia 2016 - Minuto per minuto...Venezia 2016 – Minuto per minuto

    Dal primo all'ultimo giorno della Mostra di Venezia 2016, tra sale, code, film, colpi di fulmine e ferali delusioni: il consueto appuntamento con il “Minuto per minuto”, cronaca festivaliera dal Lido con aggiornamenti quotidiani, a volte anche notturni o drammaticamente mattinieri...
  • Festival

    Venezia 2016Venezia 2016

    La Mostra del Cinema di Venezia 2016, dalla proiezione di preapertura di Tutti a casa di Comencini al Leone d’oro e alla cerimonia di chiusura: film, interviste, premi, il Concorso, Orizzonti, la Settimana della Critica, le Giornate degli Autori...
  • Archivio

    Lo chiamavano Jeeg Robot RecensioneLo chiamavano Jeeg Robot

    di L'esordio di Gabriele Mainetti ha rappresentato l'unica autentica sorpresa della decima edizione della Festa del Cinema di Roma: un film supereroistico che, con (auto)ironia, mostra una possibile via nostrana al genere.
  • Archivio

    Suburra

    di L'opera seconda di Stefano Sollima conferma le doti di un regista quasi unico nel panorama italiano contemporaneo. Un noir ipercinetico e denso, fradicio di umori, che racconta la Roma di oggi, tra malavita e neo-fascismo.
  • Venezia 2015

    Non essere cattivo RecensioneNon essere cattivo

    di Fuori concorso a Venezia, esce in sala il film postumo di Claudio Caligari. Un viaggio nell'Ostia degli anni Novanta, tra relitti della società e un'umanità alla cerca della propria pace. Forse impossibile.
  • Archivio

    Et in terra pax

    di , L'esordio al lungometraggio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, Et in terra pax, è un noir metropolitano, un melodramma oscuro e senza spiragli di speranza.
  • Notizie

    La vita dentro lo Schermo – Il cinema tra Tempo e Vivente

    Un viaggio cinematografico nel rapporto complesso tra vivere, filmare e narrare: è quello che propone il Centro Studi Cinematografici con il progetto La vita dentro lo Schermo – Il Cinema tra Tempo e Vivente, curato da Massimo Causo e Elio Girlanda, in programma a Roma dal 5 al 15 dicembre, presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi.
  • In sala

    Il permesso – 48 ore fuori

    di Claudio Amendola, alla seconda regia dopo La mossa del pinguino, firma un noir canonico ma non privo di una propria sincerità, anche se troppo debitore di esempi recenti come Suburra. Insieme a lui nel cast anche Luca Argentero, Valentina Bellè e Giacomo Ferrara.
  • Cannes 2017

    Fortunata

    di Presentato a Cannes, Fortunata cerca di essere un romanzo popolare, di immergersi nella sofferta quotidianità di una giovane madre, una parrucchiera che lotta in un quartiere periferico, multietnico. Cinema colorato, urlato, con sprazzi di vita, ma artificioso e dallo sguardo pigro...
  • In sala

    Quanto basta RecensioneQuanto basta

    di Francesco Falaschi, senza perdersi dietro facili ambizioni (che dieci anni fa per esempio resero indigeribile Si può fare di Giulio Manfredonia), dimostra con Quanto basta come sia possibile dirigere una commedia sulla disabilità - nel caso specifico la sindrome di Asperger - evitando il bozzettismo e la semplificazione.
  • In sala

    Manuel

    di Esordio nel lungometraggio di finzione per il documentarista Dario Albertini, Manuel è il doloroso e commovente racconto di crescita di un ragazzo costretto a caricarsi tutto sulle spalle.
  • Roma 2018

    Il vizio della speranza RecensioneIl vizio della speranza

    di Rinfrancato dal successo di Indivisibili, Edoardo De Angelis propone in Il vizio della speranza, vincitore del premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma, gli stessi ingredienti del suo precedente film. E vi si ritrovano gli stessi difetti di una confezione che prevale sul racconto e sulle reali motivazioni dei personaggi.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento