Spira mirabilis

Spira mirabilis

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Con Spira mirabilis i documentaristi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti arrivano nel concorso della Mostra di Venezia; a una notevole potenza visiva non si coniuga però una adeguata forza di senso e narrazione.

Una cellula

Il fuoco: Leola One Feather e Moses Brings Plenty, una donna sacra e un capo spirituale, e la loro piccola comunità lakota da secoli resistenti a una società che li vuole annientare. La terra: le statue del Duomo di Milano sottoposte a una continua rigenerazione. L’aria: Felix Rohner e Sabina Schärer, musicisti inventori di strumenti/sculture in metallo. L’acqua: Shin Kubota, uno scienziato-cantante giapponese che studia la Turritopsis nutricula, una piccola medusa immortale. L’etere: Marina Vlady, che dentro un cinema fantasma ci accompagna nel viaggio narrando L’immortale di Borges. Sono i protagonisti di Spira Mirabilis, girato in diversi luoghi del mondo, una sinfonia visiva, un inno alla parte migliore degli uomini e alla tensione verso l’immortalità. [sinossi]

“Cambieranno le mie cellule e il mio corpo nuova vita avrà. Le molecole che ho guaste colpa dell’ereditarietà”; così cantava più di quaranta anni fa Franco Battiato. Sarò una cellula tra motori… È una cellula anche la base dell’intero discorso cui ruota attorno Spira mirabilis, nuovo lungometraggio della coppia di documentaristi composta da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti. Spira mirabilis era il titolo annunciato di una tetralogia dedicata ai quattro elementi fondamentali, la cui prima avventura sullo schermo era stata L’infinita fabbrica del Duomo, selezionato lo scorso anno dal Festival di Locarno. I due registi non hanno cambiato traiettoria, ma hanno deciso di condensare l’intero senso delle quattro parti in un unico progetto, che ha trovato ospitalità nel concorso veneziano. Un salto mortale da capogiro per D’Anolfi e Parenti, passati nel giro di un pugno di anni da una stretta cerchia di cultori e appassionati alla corsa per il Leone d’Oro. Quale che sia il destino di Spira mirabilis l’impressione è che i cineasti abbiano varcato la linea di confine, raggiungendo il punto di non ritorno. Il percorso tracciato davanti a loro è quello di un cinema più istituzionale – proprio loro che avevano organizzato le prime opere nel rapporto, spesso conflittuale, tra individuo e istituzione –, e inevitabilmente meno libero.
Anche per questo, forse, la matassa di Spira mirabilis si fa assai più complessa del passato recente: invece di focalizzare l’attenzione su un dettaglio, come poteva essere anche nell’immediatamente precedente lavoro sul Duomo di Milano, che torna preponderante anche in questo film, D’Anolfi e Parenti prendono di mira l’universale, arrivando a riflettere, e a cercare di mettere in scena, l’immortalità.

Il tema torna infatti in ciascuna delle parti di cui è composta l’opera: è la capacità di non morire delle meduse il motivo dello studio dello scienziato nipponico Shin Kubota (anche improvvisato cantante, come dimostra in una sua apparizione televisiva), così come i lakota cercano di resistere a quell’estinzione cui li ha condannati la società occidentale; ma anche le statue del Duomo vengono donate di volta in volta a nuova vita per garantir loro l’eternità. C’è poi la voce fantasmatica di Marina Vlady, che accompagna immagini amatoriali reinterpretando Jorge Luis Borges. Quale testo? L’immortale, ovviamente. In questo gioco infinito di sovrapposizioni i due registi possono dimostrare una volta di più la potenza della loro visione, passando da immagini al microscopio a panorami immensi, divertendosi a mettere in contrapposizione i diversi formati, autocitandosi e utilizzando materiale di repertorio.
La messa in scena di Spira mirabilis è stordente, annichilisce lo spettatore spingendolo verso la poltrona e tenendolo lì, asservito al dominio dell’immagine. È una sensazione appagante quella di lasciarsi avviluppare dall’architettura visiva del film, trasportati dalle coste del Giappone a Wounded Knee, scenario di uno dei più atroci massacri di nativi da parte delle truppe statunitensi (nel 1890) e luogo di rivendicazione dei Sioux, che sognarono negli anni Settanta di poter creare lì una nazione Oglala, staccata da Washington. Un sogno destinato a essere ridotto in cenere, ovviamente, ma che cova ancora – secondo D’Anolfi/Parenti – e continuerà a covare per l’eternità. Tra similitudini, associazioni di idee e gioco di contrapposizioni, Spira mirabilis potrebbe a sua volta durare all’infinito, e assume quindi una forma astratta, priva di una reale consistenza narrativa. Affidandosi però esclusivamente alla metafora e al flusso di immagini i due registi smarriscono parte del potenziale del film, sorretti da un’ambizione esasperata: non si tratta più di elevare a universale un particolare, ma di accumulare universale a universale, cercando sempre la quadratura del cerchio attraverso il lirismo, la poesia visiva.

Se nessuno può mettere in discussione la confezione, una volta di più scintillante, è proprio nelle profondità del senso che si avvertono crepe preoccupanti: elegia del tutto, di ogni cosa, Spira mirabilis rischia di risultare ben più debole dei suoi predecessori, infiacchito da velleità autoriali che nella precedente filmografia erano sempre ricondotte allo scopo ultimo del documentario. Quello scopo qui sembra venire meno, e si permane nel limbo di un cinema che si vorrebbe aulico e terraceo allo stesso tempo, ma non si sa gestire fino in fondo. L’occasione dunque appare in gran parte sprecata, tra calligrafismi della voce fuori campo e una verità che viene fuori solo a tratti – il ricordo del massacro, lo stupore di fronte alla vita invisibile agli occhi, il nitore di alcuni filmini di famiglia – ma non viene mai realmente sorretta dalla struttura del progetto. La Mostra con ogni probabilità spingerà verso la definitiva consacrazione dei due registi – operazione non dissimile a quella portata a termine con successo nel 2012 con Gianfranco Rosi –, ma la speranza è che Spira mirabilis resti solo un episodio minore, e trascurabile, di una filmografia che finora era stata in grado di volare ben più in alto, senza dover sbandierare a tutti i costi le proprie ambizioni.

Info
Il trailer di Spira mirabilis.
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