Un lupo mannaro americano a Londra

Un lupo mannaro americano a Londra

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Dopo Animal House e The Blues Brothers, all’apice del successo hollywoodiano, John Landis se ne va dall’altra parte dell’oceano per rispolverare oscuri miti perduti, come quello dei licantropi, in Un lupo mannaro americano a Londra. A Venezia Classici.

Bad Moon Rising

Regno Unito, 1980. David Kessler e Jack Goodman sono due giovani studenti statunitensi in viaggio per le selvagge campagne dell’Inghilterra del Nord, nella contea inglese dello Yorkshire, con l’intenzione di trascorrere una vacanza di tre mesi. Una sera, dopo aver ricevuto un passaggio da un camionista, arrivano al villaggio di East Proctor e cercano riparo in un pub chiamato “L’Agnello Macellato”, ma la gente del posto è del tutto indifferente con loro. Mentre bevono del tè, ad un certo punto Jack pone loro una domanda a un pentacolo posizionato su di un muro, ma vengono entrambi cacciati in malo modo senza motivo apparente. Decidono di andarsene, ma un giocatore di freccette e un giocatore di scacchi consigliano ai due di rimanere sulla strada e di non avventurarsi nella brughiera durante la notte di luna piena… [sinossi]

Un lupo mannaro americano a Londra inizia e termina sulle note di Blue Moon, dapprima nella languida versione di Bobby Vinton, e quindi nel doo-woop sfrenato dei The Marcels. Poco prima del finale c’è spazio anche per l’interpretazione di Sam Cooke, amara come il tragico finale che, di fatto, lasciò sorpreso ben più di uno spettatore. Era il 1981, e agli occhi del mondo John Landis era il regista di Animal House e The Blues Brothers, due deliranti inni anarchici al demenziale, ben più politici dell’altrettanto demente The Kentucky Fried Movie, noto in Italia come Ridere per ridere, con cui il regista aveva iniziato a farsi notare. Cosa c’entra, in fin dei conti, un horror sentimentale e melanconico come Un lupo mannaro americano a Londra con i titoli appena citati? Molto, anche se a prima vista può apparire il contrario. Si può anzi dire che la storia dello sfortunato David Kessler, sopravvissuto all’attacco di un licantropo e destinato a portare su di sé la sua maledizione, rappresenti il primo acuto totalmente autoriale di Landis. Animal House e The Blues Brothers sono due progetti a loro modo ambiziosi, e in grado di muoversi dentro e fuori Hollywood con una potenza e una grazia che lasciano ancora a bocca aperta a distanza di quasi quaranta anni; due bombe a mano contro la prassi produttiva della Mecca del cinema, ma comunque atte a scardinare le regole muovendosi nel solco di uno dei generi più rappresentativi, la commedia.
L’incipit di Un lupo mannaro americano a Londra mette già in chiaro parecchi aspetti della personalità autoriale di Landis. L’ambientazione abbandona le comodità del campus universitario – per di più fuori dal tempo, per sverginare l’ideale nostalgico di opere come American Graffiti di George Lucas – e della città “blues” per eccellenza, la Chicago dei sobborghi dove all’angolo della strada puoi incrociare John Lee Hooker o Ray Charles, e si inoltra in un territorio selvaggio, le North York Moors dell’Inghilterra nord-occidentale. È l’inquietante brughiera britannica, simile al Dartmoor in cui si aggirava il mastino dei Baskerville di Sherlock Holmes, e ovviamente al Carmarthenshire in cui Curt Siodmak ambientò L’uomo lupo di George Waggner.

Guarda proprio alle trasformazioni di Lon Chaney jr. Un lupo mannaro americano a Londra; così, se i battibecchi tra David e il caro amico Jack hanno il sapore acre della commedia “di battuta”, e continuano addirittura dopo la morte di quest’ultimo, Landis non ha alcuna intenzione di svendere la sua creatura a una rilettura parodistica. L’horror, per Landis, non è materia da svilire: si può e si deve ridere, ma con lui, e mai di lui. Sarà così anche nel resto della sua carriera, da Innocent Blood (Amore all’ultimo morso, rilettura del 1992 del mito del vampiro con protagonista Anne Parillaud) all’ultimo Burke & Hare, anno domini 2010, senza dimenticare i due film televisivi girati per la serie Masters of Horror; nel primo dei due, The Deer Woman, Landis arriva a citare apertamente la sua messa in scena del licantropo.
Si ride, quindi, in Un lupo mannaro americano a Londra, ma l’ironia rimane un intermezzo, entr’acte tesa a stemperare una tensione tragica che è in realtà la vera dimensione del film. Dopo aver immerso trame apparentemente realistiche in una deformazione grottesca (il college movie e il tentativo di ex-galeotti di salvare un orfanotrofio attraverso un grande concerto blues), Landis si muove nella direzione opposta. La storia di Un lupo americano a Londra è quella di una maledizione ancestrale, di una leggenda popolare che afferisce al campo del mostruoso, ma viene trattata con un rigore a suo modo quasi documentario. Le svisate oniriche, che pure rappresentano un tratto distintivo dell’opera (e l’idea del “doppio sogno”, con duplice sobbalzo sulla poltrona, segue di un anno quella, altrettanto efficace, messa in scena da Brian De Palma nel finale di Dressed to Kill), sono solo allucinazioni perverse del protagonista. Quando invece la trasformazione avviene, con la luna piena, i fronzoli scompaiono; persino la musica svanisce dalla colonna sonora. La Bestia è in azione, e va osservata come fenomeno scientifico, prima ancora che sovrannaturale. Perché uccide, strazia, non ha pietà di nulla.

Per quanto l’horror dell’età classica sia il naturale punto di approdo cinefilo del film (e lo sarà anche per il coevo The Howling dell’amico di Landis Joe Dante, uscito nelle sale statunitensi appena tre mesi prima e poco compreso all’epoca – e forse ancora oggi), Un lupo mannaro americano a Londra ne smentisce qualsiasi urgenza nella sua “realtà finzionale”. Per far fuori il mostro non è necessario nessun artificio magico, basta essere armati di un fucile o mettere in campo l’intera polizia di Londra (in un crescendo magniloquente di forze dell’ordine che ricorda, lui sì, la caccia a Jake ed Elwood Blues). Anche il riferimento alla luna piena, centrale per la trasformazione di David, sembra in realtà collegato a un altro aspetto del film, spesso lasciato in secondo piano: la valenza erotica del rapporto tra la Bella e la Bestia. La celebre sequenza in cui l’uomo diventa lupo mannaro, con il ghigno musicale di Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival a far capolino dalla colonna sonora e lo stupefacente trucco architettato da Rick Baker, è l’evidente metafora di un’erezione. Il lupo mannaro di Landis è come il Mister Hyde di Stevenson, trascina il protagonista nell’euforia dell’atto ferale; è bramoso di sangue, il David a quattro zampe, e questo ne sollecita anche gli appetiti sessuali, quando torna a muoversi da bipede. Dopotutto le fasi della luna sono quelle che si muovono anche insieme al corpo femminile, e al ciclo mestruale (definito a sua volta dal sangue, come le aggressioni del lupo).
Il protagonista del film acquista una sua soggettività solo nella sua attività bestiale: prima è oggetto, vittima. È vittima già nella prima inquadratura, quando insieme all’amico di sempre lo si vede seduto in mezzo alle pecore sul retro di un furgone (e il pub in cui cercheranno inutile rifugio si chiama “L’agnello macellato”), ed è poi oggetto delle brame della dolce infermiera Alex Price, interpretata da Jenny Agutter: lo spettatore viene a sapere delle origini ebree di David, non a caso, perché una collega di Alex la informa che ha “controllato”. Solo quando si trasforma in mostro notturno David compie una vera e propria scelta, e va incontro al suo destino. Per il resto è un giovanotto americano di buona famiglia, che ha deciso di passare in Europa l’estate, girovagando prima di prendere il proprio posto nel mondo. Non possiede gli istinti belluini e battaglieri dei membri del Delta Tau Chi di Animal House, né tantomeno la verve iconoclasta dei fratelli Blues; è un borghese, forse destinato a un lavoro simile a quello del riccastro Louis Winthorpe III nel successivo Una poltrona per due.

Non ha neanche il coraggio di uccidersi, David, e spera forse in una conclusione romantica. Lo dice anche ad Alex, quando è oramai certo del suo fato: solo lei potrà ucciderlo. Ma questo, al contrario della leggenda – cinematografica, per niente allineata alle credenze popolari europee –, non avviene (nel cinema hollywoodiano del periodo però sarà il finale scelto da David Cronenberg per La mosca solo pochi anni più tardi). Sarà la polizia a far fuoco sulla Bestia, prima che questa possa lanciarsi anche su Alex e farne brandelli. Non c’è poesia, non c’è romanticismo, perché la realtà non può permettersi certi svolazzi, anche quando ha a che fare con il soprannaturale. La morte è morte, e dona solo la forma umana a ciò che fino a un attimo prima era un ammasso furibondo di peli e zanne. La colonna sonora si fa una volta di più muta, prima che irrompano i titoli di coda con i Marcels e il loro “Bom ba ba bom ba bom ba bom bom ba ba bom ba ba bom ba ba dang a dang dang Ba ba ding a dong ding Blue moon”.

In una (New) Hollywood che guarderà spesso all’epoca del cinema classico per allontanare la mente verso luoghi impossibili e spesso inesplorati, John Landis non si stacca dal mondo contemporaneo. Il suo lupo mannaro potrà anche essere frutto di leggende ancestrali, ma si aggira per Trafalgar Square, scende le scale mobili della metropolitana di Tottenham, si addormenta fra i lupi del giardino zoologico. David e Alex si ritrovano circondati da punk, nella città che fu patria eletta di quella rivoluzione musicale. Il cinema per il cinema, sperimentato nel 1973 da Landis nell’esordio Schlock (altro omaggio al mito della Bella e la Bestia), non ha sede in questo horror che fa dell’asciuttezza e del rigore le sue parole d’ordine. Il regista un lupo mannaro l’aveva poi visto di persona, sul finire degli anni Sessanta in Jugoslavia. Il set era quello di Kelly’s Heroes di Brian G. Hutton, e Landis era assistente produttore: un giorno la carovana cinematografica incontrò un funerale rom, con il prete e gli astanti intenti a seppellire un uomo in un crocicchio, per impedirgli di tornare dalla morte. Se nel 1969 nella Vecchia Europa questa era la realtà, perché lanciarsi appena un decennio dopo in chissà quali elucubrazioni cinefile?
A distanza di trentacinque anni dalla sua uscita nelle sale, Un lupo mannaro americano a Londra continua a dimostrare una modernità che a molti degli horror a lui coevi viene inevitabilmente a mancare. La vividezza con cui il regista riprende il mondo londinese è così dirompente da risultare sempre contemporaneo, mai davvero superabile. John Landis tocca uno dei suoi vertici creativi, e lo fa eludendo tutte le trappole di un immaginario standardizzato. Non è mai troppo tardi per rendergliene merito.

Info
La scena della trasformazione in Un lupo mannaro americano a Londra.
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