La región salvaje

La región salvaje

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Omofobia, maschilismo e creature erotiche: Amat Escalante in La región salvaje mischia temi e generi in maniera grossolana e perde presto il controllo della situazione. In concorso a Venezia 2016.

Pensavo fosse amore, invece era un polpo

Alejandra, giovane madre lavoratrice, cresce due figli insieme al marito, Ángel, in una piccola città messicana. Suo fratello Fabian è infermiere nell’ospedale del luogo. La loro vita di provincia è sconvolta dall’arrivo della misteriosa Veronica. Sesso e amore possono essere molto fragili in talune regioni in cui esistono forti valori familiari, ipocrisia, omofobia e maschilismo. Veronica convince queste persone che nel vicino bosco, in una capanna isolata, c’è qualcosa che non appartiene al mondo terrestre e che potrebbe essere la risposta ai loro problemi. [sinossi]

Non poteva mancare in questa selezione veneziana, finora deludente soprattutto per quel che riguarda il concorso, anche il classico film da festival: ambizioso tanto da scadere nella vacua presunzione, derivativo nelle idee autoriali, votato allo scandaletto di bassa gittata. È tutte queste cose insieme La región salvaje del messicano Amat Escalante (Heli) che compete, speriamo senza troppe chance, per il Leone d’Oro a Venezia 73. Prendendo un po’ dal Reygadas di Post Tenebras Lux di cui è stato assistente per Battaglia nel cielo, un po’ dallo Żuławski di Possession e molto dalle atmosfere del cinema di denuncia post-terzomondista, Escalante confeziona infatti con La región salvaje un film maldestro e risaputo.

Protagoniste sono due donne che si incontrano casualmente, una misteriosa e indipendente (e infatti ha una moto), l’altra sottomessa e servizievole. Le due abitano mondi completamente diversi, apparentemente opposti ma in realtà speculari. Mondi che ci vengono presentati – senza mai essere sviluppati o ‘variati’ – seguendo un doppio binario visivo/narrativo. Da un lato abbiamo l’oscurità, il mistero, due vecchi fricchettoni e una creatura erotica – una specie di polpo – con cui Escalante orchestra il suo simbolismo greve e telefonato; dall’altro dei banali drammi familiari (un uomo possessivo e ottuso che nasconde alla moglie la sua vera natura, mentre il fratello di lei è dileggiato per la sua omosessualità dichiarata). L’incontro delle due dimensioni permetterà di schiudere un mondo più libero e onesto, dove l’uomo non è più dominante e dove è necessario ritrovare le proprie pulsioni primitive. Del resto, per dirla in termini basicamente oppositivi – che d’altronde è lo stesso procedimento usato da Escalante, a cui non interessano le sfumature – chi è più mostro? Chi è più bestiale? “La cosa da un altro mondo” o l’insopportabile e odioso maschio alfa (che per di più si chiama Ángel, e chissà chi è il demonio)?

Dunque, quel che infastidisce maggiormente in La región salvaje non è tanto la mancanza di un immaginario personale o l’abborracciata descrizione di un universo domestico e opprimente in cui non ci si interessa per nulla alla descrizione dei personaggi (difetti che in ogni caso hanno un peso non indifferente), quanto l’idea furbetta di esibire lo scandalo (il sesso tra la creatura e la donna) con lo scopo in realtà di farci la morale, di voler imbonire il pubblico invitandolo a essere più rispettoso verso il prossimo. E allora, a quel punto, per quanto si voglia provare a giocare a nascondino con lo spettatore, si cade nel film a tesi e non se ne esce più.

Info
La scheda di La Region Salvaje sul sito della Biennale.
  • La-Region-Salvaje-2016-amat-escalante-01.jpg
  • La-Region-Salvaje-2016-amat-escalante-02.jpg

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