Prank

Il canadese Vincent Biron alle prese con un teen-movie sui generis. Prank, in concorso alla Settimana della Critica 2016.

Lo scherzo è bello quando dura

Stefie, un teenager solitario come tanti, è reclutato da Martin, Jean-Sé e Lea per filmare con un cellulare le loro bravate. Fino a quando i quattro teppistelli decidono di combinarne una che va oltre tutto quello fatto fino a quel momento… Ma chi sarà la vera vittima? Un racconto di formazione divertente e crudele che parla d’amore, amicizia, condizionamenti di gruppo e perdita dell’innocenza. [sinossi]

Alla fine della Mostra, mentre anche la Settimana Internazionale della Critica si avvia alla sua conclusione, arriva sugli schermi del Lido un oggetto alieno, bizzarra creatura all’interno della quale albergano riottosa indole punk e frenesia adolescenziale, slabbrata attitudine burlona e schegge di indole romantica, reinvenzione cinefila e fermo immagine su un istante della vita. Letteralmente il termine prank è traducibile con “scherzo, burla, tiro mancino”; lo scherzo, all’interno delle forme musicali, è il terzo movimento che a partire da Beethoven andò a sostituire il minuetto, accelerando il ritmo, e ha una struttura in genere tripartita. Sono tre anche Martin, Jean-Sé e Lea, gli adolescenti impegnati a giocare scherzi ai concittadini, filmarli con un cellulare e pubblicarli online: Stefie li guarda a distanza, fino al momento in cui Martin decide di ingaggiarlo all’interno della strampalata ghenga, spaginando le carte. Per sempre? Chissà…
Per quanto all’apparenza Prank possa sembrare di facile fruizione, l’esordio alla regia del québécois Vincent Biron, trentaduenne con alle spalle un nutrito numero di cortometraggi e qualche collaborazione con altri registi nelle vesti di direttore della fotografia (Après la peine di Anh Minh Truong, Bestiaire di Denis Côté), nasconde un’anima assai complessa, e stratificata.

Se l’intero impianto narrativo rimane incanalato in una struttura che prevede l’accumulo quasi parossistico di scherzi compiuti ai danni di ignari cittadini (dal fingere in un supermercato che l’amico sia un cane al guinzaglio fino al tentativo di defecare sul cofano di un’automobile), Prank aggroviglia con il passare dei minuti una matassa che mette insieme le anime più disparate: al puro divertissement si sostituisce un’ombreggiatura melanconica, e non solo nel personaggio di Stefie, il protagonista goffo ed evidentemente inadatto a far parte della “squadra” che passa dall’iniziale ammirazione per Martin a un progressivo senso di frustrazione, e di disapprovazione morale. Tutti e quattro i prankster in azione stanno in realtà cercando di trovare un senso alle loro azioni. Cos’è dopotutto l’atto punk se non l’enunciazione, anche violenta, di una volontà di disallinearsi dalla prassi, di evadere, di cercare traiettorie personali, fuori dagli schemi?
Se gli scherzi di Prank possono anche arrivare a disturbare lo spettatore è proprio perché così deve essere: non si tratta, come erroneamente pensa Stefie, di immoralità, ma di amoralità. Non si va contro una morale precostituita, la si considera nulla, la si ricrea. Per questo Biron sceglie di mostrare in più occasioni i personaggi che saranno vittima di scherno prima che l’azione dei quattro si compia. Mostrare il proprietario dell’automobile che verrà inondata di escrementi con le lacrime agli occhi per quel che il veterinario sta dicendo del suo gatto, e pronto a spendere anche duemila dollari solo per alimentare la speranza che si possa salvare, è un gesto fondamentale per chiarire il senso di Prank. Gli atti indiscriminati di Martin, Lea (la sua fidanzata di cui, com’è drammaturgicamente inevitabile, si innamorerà Stefie), Jean-Sé – fedele fino alle estreme conseguenze a Martin – e Stefie hanno un reale valore solo se colgono nel mucchio, senza porsi troppe domande. Altrimenti attiverebbero un processo di “rieducazione” che svilirebbe il film, adagiandolo al fianco della maggior parte delle pellicole con protagonisti teenager sbandati.

Prank è invece in tutto e per tutto un atto punk, forse privo di velleità ulteriori e proprio per questo ancora più preciso nel cogliere nel bersaglio. È anzi quando alcune dinamiche si fanno troppo prevedibili, come nella già citata infatuazione del brutto anatroccolo per la bella, che il film di Biron mostra qualche piccola crepa, legata a una normalizzazione che rifugge in ogni modo. Grazie anche alla eccellente interpretazione dei quattro ragazzi (Alexandre Lavigne, Constance Massicotte, Etienne Galloy e Simon Pigeon) Prank si mostra come gesto estemporaneo, istantaneo e vitale, che si burla della sua stessa riottosità, e sguazza in un magma indistinto in cui tutto è concesso.
I quattro ragazzi ricercano, in una provincia squallida e priva di sbocchi, un’immortalità che il cinema ha insegnato loro a idolatrare (e che prende vita sullo schermo attraverso geniali ricostruzioni fumettistiche, da Highlander a Predator, da Jean-Claude Van Damme a Bruce Willis): un’immortalità dell’atto, e mai dell’immagine, come dimostra la divertente sequenza in cui si fanno beffe de Il cavallo di Torino di Béla Tarr…
Ma nella succitata provincia non si diventa eroi per aver salvato qualcuno, e lo capisce bene Stefie dopo aver difeso Léa da una vittima dei loro scherzi: solo la suprema beffa, l’annichilimento di ogni istinto alla bontà, può davvero garantire la fama imperitura. Mai banale, Prank è un divertimento non privo di amarezze, che mette in scena la gioventù canadese con sguardo complice, ma mai davvero addolcito. Una ventata d’energia magari a tratti fine a se stessa: ma non è giusto che sia così un vero atto punk?

Info
La scheda di Prank sul sito della SIC.
  • prank-2016-vincent-biron-01.jpg

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