Man in the Dark

Man in the Dark

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Con Man in the Dark, Fede Alvarez confeziona un thriller/horror a tratti accattivante, suggestivo quanto irrisolto nel contrasto tra le sue ambizioni e i pur presenti cliché del genere.

Se respiri, muori

Money, Rocky e Alex, tre giovani ladri, vengono a sapere della presenza di un ingente quantitativo di denaro a casa di un uomo cieco, che vive nell’estrema periferia della città. Il colpo sembra quanto di più facile, ma presto i tre si renderanno conto di aver fatto un enorme errore di valutazione… [sinossi]

I buoni risultati commerciali del reboot La casa hanno evidentemente consolidato il rapporto tra la Ghost House Pictures di Sam Raimi e il regista Fede Alvarez. Un rapporto che, accantonato (per ora) il progetto di science fiction a medio budget per cui il regista fu inizialmente contattato dalla label americana, e in attesa del possibile secondo episodio del rinnovato franchise raimiano, continua con Man in the Dark a battere i territori del thriller/horror. Un progetto, quello del nuovo film di Alvarez, dal dichiarato carattere low budget e dai contorni estetici ancor più “indipendenti” dei precedenti lavori della casa americana: a partire dalla durata (88 minuti) e dall’essenzialità dello spunto di base (un tentato furto a casa di un non vedente, che si trasforma in un sadico gioco di gatto e topo ai danni dei ladri), il film di Alvarez punta dichiaratamente a giocare col genere, rovesciando le premesse del filone home invasion e offrendo un interessante saggio di tensione narrativa concentrata in un’unica location. La critica d’oltreoceano ha apprezzato l’operazione del regista uruguaiano, accompagnando il lancio del film con commenti decisamente lusinghieri (la locandina americana parla addirittura, con enfasi certo eccessiva, del “miglior horror americano dell’ultimo ventennio”).

Con qualche parentela col finchieriano Panic Room, il film presenta invero un canovaccio da thriller realistico, dichiaratamente privo di incursioni nel sovrannaturale. Lo squallido quartiere popolare in cui il film è ambientato, la classe sociale dei tre protagonisti, l’enfasi sugli impossibili sogni di riscatto della giovane Rocky, in un contesto caratterizzato da degrado e abbrutimento, forniscono un background sociale in realtà piuttosto pretestuoso. La città di Detroit con i suoi vistosi squilibri di classe, lo smaccato paradosso di un uomo facoltoso privato della capacità di percepire (visivamente) la sua condizione, restano meri strumenti di innesco di un racconto che punta a rovesciare e confondere, nella percezione spettatoriale, i ruoli di vittima e carnefice. Risultato, quest’ultimo, che il film di Alvarez raggiunge con relativa facilità, forte di un approccio alla messa in scena che sfrutta al meglio la claustrofobia dell’ambientazione, con morbidi piani sequenza a sottolineare il carattere di trappola (progressivamente sempre più evidente) dell’abitazione del vecchio veterano. Coerentemente all’approccio realistico al soggetto, è apprezzabile la scelta di non fare del “mostro” (efficacemente interpretato da Stephen Lang) una sorta di anti-Daredevil, compensando con l’esibita furia la fragilità della sua condizione, senza per questo celarne i segni.

Attento a non scavalcare mai, esplicitamente, i confini che separano il thriller tensivo dall’esplicita escursione nell’horror, Don’t Breathe (questo, invece di Man in the Dark, è il ben più evocativo titolo originale) fa della riflessione sull’atto percettivo, sul vuoto sensoriale che diviene terreno di scontro per i personaggi, e inevitabile fonte di terrore irrazionale e follia, il suo centro tematico. Superati i paletti horror/gore del film precedente, il regista sembra voler confezionare un prodotto dalla natura più teorica, che rifletta anche sulle potenzialità del mezzo cinematografico, nel senso più ampio, nel percepire e far percepire la realtà; senza tuttavia avere il coraggio di distaccarsi del tutto dai cliché del genere. Così, se da un lato ci si sarebbe aspettata (forse) una maggior cattiveria nel già discusso twist finale, nonché un’esplicitazione più radicale della follia che ha rapito la mente del mostro, dall’altra ci si sorprende a enumerare le inverosimiglianze nell’intreccio (specie nella seconda parte), segno evidente di una difettosa gestione della sospensione dell’incredulità. Al netto della pretestuosa presentazione dei personaggi (e dell’ancor più pretestuoso “triangolo” da cui l’intreccio muove) il film di Alvarez resta sospeso tra le sue ambizioni di riflessione (pur sanguigna e terrena) sul genere e sulle sue potenzialità, e la necessità di rispondere, anche nell’esplicitazione della violenza, a un target il più possibile generalista.

In tal senso, questo Man in the Dark (la necessità di sostituire un titolo anglofono con un altro analogo, in questo caso molto più banale, ci resterà per sempre ignota) risulta essere un suggestivo esperimento di genere, visivamente accattivante quanto irrisolto nel suo svolgimento, quasi trattenuto tanto nella ferocia iconoclasta presente in nuce nel suo soggetto, quanto nelle ambizioni leggibili in controluce che presenta, parzialmente inespresse. Resta comunque, quello di Alvarez, l’interessante saggio delle capacità di un regista che, al secondo lungometraggio, mostra idee e personalità non comuni nel panorama dell’odierno cinema di genere. Abbastanza per attendere con curiosità i suoi prossimi lavori.

Info
Il trailer di Man in the Dark.
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