Intervista a Mohsen Makhmalbaf

Intervista a Mohsen Makhmalbaf

Insieme ad Abbas Kiarostami rappresenta l’anima della seconda nouvelle vague iraniana. A Venezia 73, nella sezione Classici, ha portato una copia fortunosamente recuperata di quel che rimane di The Nights of Zayandeh–rood, film del 1990 che venne prima pesantemente tagliato e poi proibito del tutto per i suoi contenuti decisamente scomodi. Abbiamo incontrato Mohsen Makhmalbaf durante la Mostra del cinema, un po’ rocambolescamente. Ci ha dato infatti appuntamento genericamente “sotto gli alberi”. Lo abbiamo trovato, insieme al suo assistente, a mangiare una pizza – rigorosamente vegetariana dopo aver visto Safari – a un tavolino sotto gli alberi.

La versione che abbiamo visto di The Nights of Zayandeh–rood è la parte sopravvissuta di 63’, mentre i rimanenti 37’ sono andati irrimediabilmente perduti. Ci puoi raccontare qualcosa del contenuto di quelle parti distrutte?

Mohsen Makhmalbaf: Sono andate distrutte parti dei dialoghi di scene diverse, parti di scene molto critiche verso il nuovo governo di allora, del 1990, ma non solo per il governo, anche in generale per la cultura iraniana. Il film critica la politica e la cultura iraniana allo stesso tempo. Cerca di dire: “Noi creiamo e ricreiamo dittature e la dittatura è radicata nella nostra cultura”. Perciò dobbiamo cambiare la nostra cultura per disfarci della dittatura. Ogni dialogo che non piaceva loro è stato cancellato, ogni scena che non piaceva loro è stata cancellata, da parti diverse di alcune scene ad altre scene tagliate completamente. Ma la cosa fantastica è che comunque la storia così funziona comunque, anche se mancano tutte quelle parti.

Cosa incarna la figura del professore, il protagonista?

Mohsen Makhmalbaf: Questo personaggio di antropologo, studioso della cultura iraniana, era uno strumento per me per dire quello che volevo dire. Perché tutto il film prende un punto di vista antropologico sulla cultura iraniana. Ci sono tre momenti storici che vengono raccontati in The Nights of Zayandeh-rood: prima, durante e dopo la rivoluzione. Vedi tante cose che cambiano. Prima le donne non mettono il velo, anche la legge funziona diversamente. Durante la rivoluzione vedi la gente che indossa abiti neri, cambiando quindi i propri costumi. E sono più fondamentalistici, dogmatici. E pochi anni dopo vedi che ritornano al passato. È come un circolo. Ma una cosa rimane la medesima, la dittatura, la violenza e la mancanza di speranza. Vedi tanta gente che si suicida in tutti e tre i periodi, ma per motivi diversi. Prima della rivoluzione per la rabbia, per la solitudine. Durante la rivoluzione vedi la madre che ha perso due figli, uno a favore della rivoluzione e l’altro contro. E questa madre non sa cosa sia vero. Oppure vedi la donna che ha perso due mariti; o, ancora, vedi il soldato pronto a morire per la nazione. Dopo la rivoluzione i suicidi avvengono per motivi politici. Parlano della perdita di speranza nella nazione, di come la gente cerca la speranza ma non la trova. C’è poi quella donna che dice che suo figlio è morto in guerra e la figlia è stata colpita dal governo. La figlia infatti è vittima del regime islamico visto che è morta in prigione, mentre il figlio è morto nella guerra contro l’Iraq, appena dopo la rivoluzione. Quella donna è l’Iran che ha perso il figlio e la figlia per motivi diversi. Vuol dire che la gente iraniana è stata divisa dalla rivoluzione in fazioni diverse. Siamo diventati nemici l’uno con l’altro. Lo sai che quando avevo 17 anni ero pronto a combattere. Fui arrestato da certa gente in una piazza e consegnato alla polizia e detenuto in una prigione politica. Dopo pochi anni, nella stessa piazza dove fui arrestato, la gente fece la rivoluzione. Molti di loro morirono per la rivoluzione. Dieci anni dopo stavo passando in quella piazza e vidi un giovane motociclista che stava morendo per un incidente e nessuno si fermava ad aiutarlo. Ti sto parlando della stessa piazza, in diversi periodi ho visto diversa gente. E la piazza è la stessa. È la concezione centrale del film di vedere perché qualcosa cambia e qualcosa invece non cambia. Quanto dipende dalla politica e quanto dalla cultura. Io ho fatto critiche da entrambe le parti, perché sai non sono il tipo di regista che aspetta il consenso popolare o che ricerca la fama. Io voglio cambiare le condizioni. Ma io devo criticare, dire: “Perché stai facendo ciò?”

Centrale è anche il ruolo della figlia del professore, il fatto che ogni giorno veda dei suicidi mancati. Possiamo dire che il film racconta il suicidio dell’Iran?

Mohsen Makhmalbaf: Assolutamente, è molto metaforico. Perché fare la rivoluzione per la gente iraniana è stato come suicidarsi. Ma non solo nella rivoluzione, anche prima e dopo. Non ci sono vere differenze, tra prima e dopo. È l’Iran che ha continuato a flagellarsi.

Proprio nello stesso anno di The Nights of Zayandeh–rood, il 1990, uscì Close-up di Abbas Kiarostami, che parlava anche di te, del potere del cinema e della tua grande popolarità. Forse il regime temeva proprio questo.

Mohsen Makhmalbaf: Infatti tentarono di arrestarmi, mi interrogarono e mi minacciarono di morte. Ero famoso, quindi sarebbe stato pericoloso per loro uccidermi. Mi dissero che mi avrebbero ucciso se avessi continuato, ma continuai. E quando andai via dall’Iran mandarono dei terroristi in Francia che fecero esplodere delle bombe per uccidermi ma mancarono il bersaglio, e la polizia francese mi assegnò le guardie del corpo. Lo sai, sono aggressivi. Ma io continuerò. Perché lo so, un giorno dovrò morire, non importa se in un aereo che cade o in un incidente. Comunque non concederò loro nessuna tregua. Non potrei dire: “Ok, ho paura“. Dobbiamo cambiare. Non possiamo accettare queste imposizioni.

Ci sarebbe bisogno di un’altra rivoluzione in Iran?

Mohsen Makhmalbaf: Non una rivoluzione politica, ma di una rivoluzione culturale, delle idee. In questo mondo cerchiamo di cambiare la mente delle persone.

Come vedi il futuro dell’Iran?

Mohsen Makhmalbaf: Non per domani mattina, ma per il futuro ho speranze. A causa delle nuove generazioni. Quando avvenne la rivoluzione in Iran eravamo trenta milioni, ora siamo ottanta milioni, e la maggioranza della popolazione iraniana è giovane. Il 70% è più giovane della rivoluzione. E a loro non piace la rivoluzione che c’è stata. Non gli piace il regime islamico. Loro vogliono una vita moderna, vogliono la pace, la pace nel mondo. Perché dobbiamo combattere contro altri esseri umani? E i giovani iraniani hanno accesso a internet. Loro sanno com’è la nuova vita degli esseri umani. Ho molta speranza per il futuro ma allo stesso tempo noi abbiamo un governo molto aggressivo. Ti ricordi che cinque anni fa abbiamo avuto il Green Movement? Uccisero tante persone, ne arrestarono altrettante, tante furono torturate in prigione. E ancora adesso molti sono in carcere. La gente in Iran non vuole comunque arrivare a una situazione come in Siria, per fortuna perché lì c’è un massacro. In Iran siamo sotto una dittatura ma un giorno collasserà. E allora tutto sarà meglio. Ho speranza. Ma ci vuole tempo.

Non hai nessun rimpianto per essere stato un rivoluzionario? Per come sono degenerati poi gli ideali che vi hanno guidato?

Mohsen Makhmalbaf: In Iran abbiamo avuto spesso delle rivoluzioni. Anche quella di cinque anni fa è stata una rivoluzione mancata. Lo abbiamo sempre fatto per la giustizia e la libertà, non per i mullah. Tutta la gente in Iran ama la rivoluzione, tranne quelli del regime. Trenta milioni di iraniani fecero la rivoluzione. Ma ti assicuro che il 99% di loro non voleva questo regime e questo risultato. Anche voi in Italia votate per la democrazia ma vi è saltato fuori Berlusconi. Succede in molte parti del mondo. In Egitto hanno fatto una rivoluzione ma il risultato è l’esercito. E poi in Turchia. Ne parlo nel mio film recente The President.

Non rappresenta un miglioramento nemmeno il governo di Hassan Rouhani?

Mohsen Makhmalbaf: Lo sai che il potere in Iran è della Guida Suprema, è come il papa sotto il profilo della carica religiosa, ma in realtà come persona non somiglia per niente al papa, quanto a Hitler, è un vero e proprio dittatore. Lui, Ali Khamenei, ha il potere. La gente vota per il presidente ma il presidente non ha lo stesso potere della guida suprema. E lui è molto arrabbiato con me perché ho parlato della sua vita segreta. Per questo ha mandato i terroristi a uccidermi. Perché si mostra come una persona santa ma è Satana. Rouhani è un po’ meglio di Ahmadinejad perché ha cercato di fare qualcosa. Ahmadinejad è cattivo come la guida suprema.

Molte speranze erano state riposte già nel riformatore Mohammad Khātami. Qual è il tuo giudizio?

Mohsen Makhmalbaf: Lui è stato davvero un grande, anche un grande mio amico. Ad esempio mi ha aiutato cambiando le leggi per i bambini afghani, in occasione di un film che io feci nel 2002, Alfabeto afgano, che si trova su youtube. Un documentario che realizzai per far vedere come più di un milione di bambini, nati in Iran, non potevano andare a scuola perché i loro padri sono afghani e sono sprovvisti di visto. Con questo film siamo riusciti a cambiare la legge e far andare quei bambini a scuola con l’aiuto di Khātami. Lui è proprio una grande persona. Ma la Guida Suprema è contro tutto, ha in mano l’esercito, i soldi del petrolio e il supporto dei fondamentalisti.

Sei anni dopo The Nights of Zayandeh–rood hai realizzato Pane e fiore, dove torni a evocare la rivoluzione ma in questo secondo caso mi pare prevalga un senso di riconciliazione, nel tuo incontro con la vecchia guardia che avevi ferito. È un punto di vista diverso maturato in quel lasso di tempo?

Mohsen Makhmalbaf: In Pane e fiore stavo parlando ancora di violenza così come in The Nights of Zayandeh–rood. Se ti ricordi in quest’ultimo film c’è un dialogo dove il professore dice: “Nelle nostre case il padre picchia i suoi figli e la moglie, nella scuola gli insegnanti picchiano gli studenti, nella società il governo picchia o punisce la gente e l’opposizione colpisce i politici. La violenza è tra noi”. È lo stesso che volevo dire in Pane e fiore, dove parlavo di violenza nello stile di Che Guevara. Perché dobbiamo ucciderci tra di noi? Dovremmo parlarci, cercare di comprenderci.

Però Pane e fiore è più pacifista.

Mohsen Makhmalbaf: Sì, The Nights of Zayandeh–rood è più arrabbiato perché stavo per cambiare. Sì, hai ragione. Pane e fiore è più pacifista, mentre questo è più diretto, più arrabbiato perché io stavo cambiando.

Un anno prima, con L’ambulante, parlavi già dell’Iran ma in un’ottica diversa, in un percorso sulla vita dell’uomo.

Mohsen Makhmalbaf: L’ambulante, in tre episodi, è molto filosofico e sociale. Il primo episodio è sulla nascita, il secondo sulla vita, il terzo sulla morte: la condizione umana. Ma è anche sulla condizione dell’Iran. Il film ha diversi livelli di lettura, quello filosofico sulla condizione dell’essere umano, quello sociale sulla questione dell’Iran.

Proseguendo nella tua filmografia, nel 1998 giri Il silenzio, ancora un’opera filosofica e pacifista. Ma in questo caso esci dal paese.

Mohsen Makhmalbaf: Il silenzio fu presentato qui a Venezia. È diverso perché io non amo ripetermi. Ogni volta cerco nuovi stili e nuovi concetti, ma certo puoi trovare qualcosa che si ripete. Qui parlo di giustizia e libertà. Cose che trovi in tutti i miei film. L’ho girato in Tajikistan, è un film più poetico. È il film fratello di Gabbeh. Anche Salaam Cinema è gemello con Pane e fiore.

Le condizioni politiche internazionali ti hanno poi spinto in Afghanistan per realizzare Viaggio a Kandahar.

Mohsen Makhmalbaf: Io e la mia famiglia abbiamo fatto dieci film sull‘Afghanistan. Viaggio a Kandahar è uno di quelli. In quel momento erano al potere i talebani e tutto il mondo si era dimenticato dell’Afghanistan. Io andai là e rimasi scioccato dal vedere tanta gente che moriva di fame. Mi sentivo davvero male per loro e allora decisi di fare questo film per informare tutto il mondo di quello che stava accadendo lì. Quando finii il film e fui a Cannes nessuno ancora stava parlando dell’Afghanistan ma pochi mesi dopo ci fu l’11 settembre. E tristemente tutti si chiedevano ora cosa fosse l’Afghanistan, cosa stesse succedendo lì. E il mio film era la risposta a quelle domande. Ho cercato con quel film di gettare una luce nell’oscurità dell’Afghanistan, per portare supporto a quella gente da tutto il mondo. Sono contento di questo. Perché molta gente fu scioccata dalla visione di questo film e cercò di aiutare.

Mentre in uno dei tuoi film più recenti, The Gardener, approdi in Israele. Cosa ti ha spinto in quel caso?

Mohsen Makhmalbaf: Anche quello è un film che si può trovare su youtube. Ho voluto andare in Israele per diversi motivi. Il primo per rompere un tabù, per un iraniano. Sono due paesi nemici tra di loro. Sono andato a incontrare i miei nemici per capire che non ci sono nemici. Il secondo motivo è perché è il centro della fede Bahá’í, che è una nuova religione in Iran che fu fondata centosettanta anni fa. Ma, su pressione della cultura e del governo, in Iran questa religione è severamente proibita, e i suoi seguaci si sono spostati. Al momento l‘1% della popolazione iraniana è di fede Bahá’í, e il governo ne ha arrestati molti. Non possono avere un’educazione, non possono frequentare l’università. Così ho voluto fare un film che illuminasse l’oscurità. Per aiutarli come in un attivismo umano, E anche per capire quale sia il ruolo della religione, visto che parlo del conflitto tra diverse religioni. Un conflitto che può distruggere tutto il mondo se non riusciamo a portar loro la pace. Il combattere tra Cristianità, Islam e Giudaismo può distruggere il mondo. Non possiamo ignorare questa cosa. Dobbiamo conoscere e trovare soluzioni a quel problema.

Era famosa la tua scuola di cinema in seno alla quale è nata la tua factory famigliare. Ora avrai dovuto chiuderla andandotene dall’Iran.

Mohsen Makhmalbaf: Sì, ma la mia scuola di cinema è ovunque ora. Per esempio negli ultimi tre mesi ho insegnato cinema a Londra. A settembre insegnerò cinema vicino a Roma, per un mese a una ventina di studenti da tutto il mondo.

Addirittura hai messo la telecamera in mano a tua figlia piccola, Hana Makhmalbaf all’età di 9 anni per realizzare il corto The Day My Aunt Was Ill.

Mohsen Makhmalbaf: Hana, la mia figlia minore ora ha 27 anni. Hai presente la bambina di The Nights of Zayandeh–rood? È proprio lei.

Mentre Samira è ancora attiva come cineasta?

Mohsen Makhmalbaf: Sì, è impegnata nello scrivere un progetto, con la nostra factory, ma ancora non è cominciato.

Info
La scheda di The Nights of Zayandeh–rood sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.

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