The Woman Who Left

The Woman Who Left

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Per la prima volta in concorso a Venezia e vincitore del Leone d’Oro, Lav Diaz firma con The Woman Who Left l’ennesimo gioiello splendente della sua filmografia, mettendo in scena un revenge movie doloroso e sottoproletario.

Sunrise, Sunset…

Per Horacia Somorostro la vita è diventata una vera e propria “reclusión perpetua”, una prigionia, piena di colpi di scena e imprevisti problematici, crudeli e inspiegabili. Siamo nel 1997. La principessa Diana muore in un violento incidente automobilistico; il mondo è rattristato dalla morte di Madre Teresa; le Filippine, diventate la capitale asiatica dei rapimenti, sono nella morsa della paura. [sinossi]

The Woman Who Left, tredicesimo lungometraggio di finzione di Lav Diaz, riesce in un miracolo che in pochi oramai credevano possibile: approdare in concorso a Venezia e costringere anche la stampa più generalista e meno curiosa a passare del tempo in sala con il cinema del regista filippino. Certo, le sale Darsena e Perla contavano molte defezioni rispetto alla media dei film in corsa per la conquista del Leone d’Oro, ma se il pensiero vola al passato recente, quando le proiezioni di Death in the Land of Encantos, Melancholia e Century of Birthing registravano un numero esiguo di presenze, la differenza di percezione tra il popolo degli accreditati si dimostra netta. Va detto che da quei tempi alcune cose sono mutate: Lav Diaz è stato prima accolto a Cannes con Norte, the End of History e ha quindi ricevuto consensi e premi a Locarno con From What is Before e lo scorso febbraio a Berlino, dove A Lullaby to the Sorrowful Mystery è stato insignito dell’Alfred Bauer Prize. La presenza in concorso al Lido non è solo il coronamento di questo percorso, ma è stata evidentemente resa possibile dalla durata di The Woman Who Left, ridotta rispetto alle medie cui Diaz ha abituato il proprio pubblico (tre ore e quarantacinque, poco per un cineasta in grado senza difficoltà di oltrepassare le sei ore, e addirittura di spingere uno dei suoi capolavori, Evolution of a Filipino Family, al di là delle dieci ore di durata).
La querelle sull’eccesiva lunghezza dei film di Lav Diaz, da alcuni considerata sfiancante, è sempre rinfocolata da nuovi interventi “critici”: completamente a digiuno della poetica espressiva del regista, in molti si limitano a segnalare il minutaggio delle sue pellicole come un deterrente, un fattore che da cronachistico (o puramente schedulare) dovrebbe tramutarsi in critico. Sull’evidente cortocircuito che viene a crearsi sotto questo punto di vista è inutile spendere troppe parole. Preoccupa però che nel 2016 ci sia ancora chi intende leggere un’opera d’arte solo ed esclusivamente in funzione del modo in cui un pubblico medio – o forse mediocre, comunque impossibile da indicare con precisione – potrebbe recepirlo. Per Lav Diaz si usa sovente, storcendo la bocca, la definizione “regista da festival”, ritenuta dispregiativa da una parte della stessa stampa che i festival li affolla, come se da lui dipendesse o meno l’eventuale distribuzione nelle sale. Questo elenco di “rimproveri” si basa su una lunga serie di dimenticanze, o forse complessivamente sulla visione del tutto parziale che si ha del cinema di Diaz: si ignora per esempio che solo una parte delle sue visioni cinematografiche si dipana su durate fuori formato (e in sala arriverà poco dopo il termine della Mostra il documentario Storm Children, Book 1, visto al Torino Film Festival nel 2014 e distribuito grazie allo sforzo di Zomia, che si “ferma” a due ore e venti), e che mai – ed è giusto sottolineare mai – i suoi film hanno voltato le spalle al pubblico.

È anzi un cinema fortemente popolare, quello di Lav Diaz, ed è questo un aggettivo che dovrebbe sempre essere maneggiato con estrema cautela. Anche The Woman Who Left, come già i suoi predecessori, è un film che non solo si siede dalla parte del popolo, ma gli dà voce, partecipa emotivamente alle sue necessità. In un panorama mondiale sempre più imborghesito, e dove le schegge impazzite prediligono spesso un attacco all’arma bianca all’immagine istituzionale, Lav Diaz sceglie una posizione del tutto personale, e diversa: condividendo gli istinti mélo che furono propri del padre putativo della sua generazione, Lino Brocka, ma convertendoli in una versione che non ha parenti prossimi – a parte i figli che stanno iniziando a proliferare in ogni angolo del globo –, Diaz trapana con il suo sguardo il terreno a volte roccioso a volte friabile delle Filippine, provocando a ogni singolo film una scossa tellurica che si traduce in un cinema politico, mai consolatorio né retorico.
The Woman Who Left si inserisce in questo puzzle come un tassello del tutto naturale e complementare, per quanto sembri indicare una possibile nuova direzione: la storia di Horacia (che nel corso del film acquisterà molti nomi, e vivrà personalità diverse), uscita di prigione dopo aver scontato da innocente trenta anni per omicidio e ora intenzionata a vendicarsi dell’uomo che la incastrò, rientra alla perfezione nei ritratti umani cari al regista. Horacia/Renata vive nella menzogna, e così come Julian e Rina in Melancholia o Fabian in Norte, the End of History nasconde al resto del mondo le sue intenzioni, di fatto costruendosi un ruolo – più ruoli, nello specifico – da interpretare. Ma se i protagonisti dei due film citati erano utilizzati da Diaz per intraprendere un discorso sulla crisi della classe intellettuale, sempre più incapace di relazionarsi al popolo e chiusa in una torre d’avorio morale che la conduce inevitabilmente al peccato, Horacia, interpretata da una sublime Charo Santos-Cancio (già musa di Mike de Leon, Lino Brocka, Ishmael Bernal ed Eddie Romero e alla seconda collaborazione con Diaz dopo A Lullaby to the Sorrowful Mystery), ha perso durante la detenzione qualsiasi ruolo sociale. Quel poco che ha, un terreno, lo vende lasciando che a intascare i soldi della contrattazione sia la donna che le dà una mano in casa; chiede anche soldi a sua figlia, che non vede da quando entrò in prigione e che è alla ricerca disperata di suo fratello, scomparso.

Le Filippine di The Woman Who Left sono quelle di fine anni Novanta, investite da un’ondata di criminalità che paralizza la popolazione. Sono anni difficili per tutta l’area asiatica, con il gigante cinese che torna a mettere le mani su Hong Kong: nel frattempo i miti mediatici di Diana Spencer e Madre Teresa di Calcutta svaniscono nella normalità della morte.
In una nazione in disfacimento c’è oramai spazio solo per la mistificazione, la fuga, l’accettazione di una iniqua distribuzione delle possibilità. Horacia, un passato oramai remoto di maestra alle elementari, narra una storia, e a suo modo cerca di rintracciare l’umanità perduta in carcere nel rapporto con gli straccioni e i poveracci che ora frequenta. Il trasferimento in provincia non è solo dettato dalla necessità di ritrovare l’uomo che la rovinò (e che si chiama Rodrigo, stesso nome di battesimo dell’attuale presidente Duterte: una scelta che è difficile ritenere casuale), ma è anche un modo per uscire dal mondo, evaporare. Il travestimento di Horacia, che non lesina violenza contro chi ritiene stia abusando del proprio potere, è un allenamento in vista di un gesto, quello della vendetta pura e semplice, che non è fisicamente in grado di portare a termine. Nel rapporto che si viene a instaurare con il giovane omosessuale Hollanda, o con il gobbo venditore di balut, la donna non dimentica il suo scopo principale – uccidere Rodrigo – ma inizia a riscoprire il senso di una vita comunitaria, collettiva. Il rapporto affettivo, che la tiene distante anche dai figli, torna a insinuarsi.
Per mettere in scena questo calvario degli affetti Diaz elimina qualsiasi primo piano: una scelta di messa in scena che invece che allontanare lo spettatore lo avvicina ancora di più a questi personaggi fragili, incanutiti, addolorati dall’esistenza. Se a prima vista The Woman Who Left può apparire il “solito” film di Lav Diaz, in realtà si sta assistendo a un tentativo di utilizzare gli stilemi del proprio cinema in un modo differente. Mancano quasi del tutto, in The Woman Who Left, i piani sequenza infiniti del passato, sostituiti da quadri a macchina fissa con stacchi frequenti rispetto alla prassi del regista: in tal senso l’incipit, “spezzato” in varie inquadrature di lunghezza variabile, assume il valore di una vera e propria dichiarazione di intenti. Si insinua persino una soggettiva ripresa con la macchina a mano, a un certo punto… Dettagli che possono apparire del tutto secondari a chi non ha troppa dimestichezza con i film di Diaz, ma che in realtà confermano una tendenza già avvertibile a partire dal post Florentina Hubaldo, CTE, nel 2012.

Queste scelte espressive non inficiano in nessun modo il potenziale emotivo di The Woman Who Left, che inanella una lunga sequenza di scene destinate a rimanere a lungo impresse nella retina dello spettatore: su tutte si innalza, con ogni probabilità, il canto a due voci di Horacia e Hollanda che intonano Sunrise, Sunset dal musical Il violinista sul tetto, per poi passare a West Side Story. Un momento di cinema che evade da ogni gabbia, elevando i personaggi al di sopra delle loro pene senza che per questo perdano quella fatica del vivere che è un tratto distintivo, riconoscibile sui visi. Rigoroso senza mai diventare spietato – la freddezza è bandita dal cinema di Diaz, per quanto questo risulti oscuro alla maggior parte dei detrattori – The Woman Who Left è un revenge movie politico e umanista, che segue il suo personaggio guida senza giudicarlo, ma partecipando alla sua rabbia, al suo trauma, alla sua incapacità di relazionarsi con il mondo.
La camera di Diaz non è una finestra sul mondo, ma rassomiglia semmai alle pagine di un grande romanzo russo dell’Ottocento (così come Norte, the End of History rimbombava di echi dostoevskijani, The Woman Who Left fa tornare alla mente il Lev Tolstoj di Dio vede quasi tutto, ma aspetta), in cui etica e morale sono la base portante di un discorso narrativo che non si pone mai in contrapposizione rispetto al proprio uditorio, ma cerca un dialogo senza per questo dover cedere a forme estetiche abusate, o semplificatorie.
Quando si accusa Diaz di dirigere film “insostenibili” o “criptici” si mente sapendo di mentire: la chiarezza espositiva e il nitore del suo cinema non possono essere messi in discussione. Si può essere respinti, com’è legittimo, anche se di fronte al crescendo inarrestabile dell’ultima ora di The Woman Who Left è davvero arduo rimanere indifferenti. E quel finale disperato e paranoide, eppure finalmente così ricongiunto all’umano, e alle sue necessità, tra Dreyer e Lang, commuove. Quale che siano le scelte della giuria per il palmarès di Venezia 2016, The Woman Who Left ha già vinto. In attesa del prossimo capitolo di una filmografia che non smette mai di stupire, coinvolgere ed emozionare.

Info
Il trailer di The Woman Who Left.
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