Carmelo Bene e il Camerini ritrovato

Carmelo Bene e il Camerini ritrovato

Si è aperta ieri sera la 15esima edizione di I Mille Occhi con la versione estesa di Nostra Signora dei Turchi e con un’opera del 1939 di Camerini, Il documento, che si credeva perduta. Due film e due ere cinematografiche apparentemente inconciliabili, eppure stranamente confluenti.

Solo un festival come I Mille Occhi permette di collegare in maniera azzardata, radicale e verrebbe da dire anarchica (così come fu già per l’apertura dello scorso anno, con Mussolini e l’anarchico Tommasini in spigolosa specularità) diverse ere geologiche del cinema (e della Storia) andandone a sottolineare conflitti e confluenze, paradossali contiguità, oltre che permettere di ritrovare preziose chiavi di lettura per il presente. È successo ancora ieri sera, in occasione della serata inaugurale della 15esima edizione del festival triestino, con il programma che ha messo in collegamento un film di Camerini del 1939 ritrovato di recente, Il documento, e la versione estesa di Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene, suo primo lungometraggio risalente nientemeno che al ’68.
Il 1939 dunque – un attimo prima della disastrosa entrata in guerra che decretò la fine di un mondo (e anche, ovviamente, di quel mondo del cinema) – e il 1968, l’anno che mise in discussione tutto fino al successivo avvitamento rivoluzionario. Da un lato l’apparente stabilità di una cosmogonia cinematografica – quella del fascismo, monadica e autocelebrantesi in feste e riti mondani – e dall’altro la furiosa instabilità delle ‘fughe in avanti’ di un genio egotico che il cinema lo disprezzava.

Se una nota a margine va almeno segnalata e riguarda il tutt’altro che perfetto audio del film di Camerini, che meriterebbe un più accurato lavoro (magari provando a trascrivere i dialoghi e aggiungerli come sottotitoli), nel confronto tra le due opere non si può che partire dalla straordinaria e curiosa compresenza del dimenticato attore teatrale Ruggero Ruggeri – ne Il documento interpreta l’astuto servitore dalle evidenti coloriture goldoniane, nel film di Bene si sente la sua voce che declama La canzona di Bacco di Lorenzo il Magnifico – per dire che è proprio la dimensione del palcoscenico, inteso per l’appunto in senso teatrale, a connotare entrambe le esperienze.
Ne Il documento il teatro è il film stesso, visto che questo nasce come adattamento di una commedia di Guglielmo Zorzi ed è quasi interamente girato in interni, come voleva la tradizione dei cosiddetti telefoni bianchi. Traspare da quest’opera di Camerini la dimensione autoreferenziale di un cinema, come era quello del fascismo, assolutamente non avvicinabile dai comuni mortali; un mondo di finzione, un altro mondo, che rispondeva a delle regole ben precise incomprensibili per il semplice spettatore. E in ciò vi è da aggiungere che la programmazione di I Mille occhi ha avuto un ulteriore colpo di genio nel far precedere e seguire Il documento da due filmati della Settimana INCOM realizzati l’uno nel ’39 e l’altro nel ’40 appartenenti alla serie “5 minuti con…”. In questi servizi giornalistici/mondani quel che nel film di Camerini è leggibile sottotraccia diventa ancora più palese: è l’autoglorificazione di star nostrane (da Amedeo Nazzari ad Alida Valli, fino ad Assia Noris, moglie dello stesso Camerini, gelosissimo di lei, come tra l’altro viene esplicitamente sottolineato e come raccontava con arguzia anche Mario Soldati in Dora Nelson) accompagnata necessariamente all’indiretta esaltazione del potere mussoliniano – e non a caso Vittorio Mussolini è una delle presenze chiave del secondo filmato.
Dal blocco composto da questi due filmati e da Il documento quel che ne ricaviamo è allora l’assioma consueto (e barocco) del ‘tutto è teatro’, per un barocchismo non esibito ma sostanzialmente nei fatti, per un gioco di specchi accuratamente teso a mostrare solo l’interno e mai l’esterno (come si vede lucidamente nel primo filmato in cui Cinecittà è il mondo in cui tutto è riproducibile e tutto è falso).

Il barocco è naturalmente anche la parola chiave per affrontare Carmelo Bene, in un senso non solo teatrale ma anche di figurazione pittorica come genialmente ci ricorda l’artista pugliese rimettendo continuamente in scena in Nostra Signora dei Turchi quadri di madonne con bambino. Ma il vertiginoso discorso religioso/figurativo che Bene mette in scena nel suo film eccede le note di questo articolo e dunque ci limitiamo a ricordare che anche questo elemento rientra nel discorso del ‘tutto è teatro’. In Bene però, ovviamente, il tema si fa esplicito e ‘urlato’, fino a diventare prigionia e gogna, vale a dire che non si può fuggire dal teatro, dal palcoscenico, dal mettersi in scena. E ogni messa in scena è sempre un suicidio, come sta a sottolineare la straordinaria gag del balcone in cui mettersi in mostra per guardare e per essere guardati finisce sempre per rivelarsi come un autodafé, come una condanna alla rovinosa caduta.
Così, paradossalmente, come Il documento si richiamava a una unità di luogo (la villa-Cinecittà, che viene anche ricreata nel momento in cui ci si sposta in campagna), allo stesso modo Nostra Signora dei Turchi è quasi interamente ambientato nel moresco Palazzo Sticchi, sito in provincia di Lecce, contemporaneamente buen retiro e cella, reggia e stalla, luogo di adorazione e di degradazione.

Se dunque Il documento e in generale il cinema italiano degli anni del fascismo usava il teatro come rifugio dall’esterno, come difesa dal neorealismo che verrà, Bene lo usava per mettere in scena una fuga impossibile dal cinema (e dal reale), per rigettarlo e insieme rimasticarlo. E non è un caso che la voce di Bene, suo sublime tratto distintivo, altro non fosse che l’esasperazione di quel teatro di prosa italiano, declamatorio e imbellettato, che arrivava al suo opposto, alla parodia feroce e selvaggia.
Di tutto questo cosa è rimasto oggi nel cinema italiano? Nulla. Il legame con il teatro è del tutto svanito, eppure la fuga in interni – dimenticato l’insegnamento neorealistico – continua ad essere un nostro tratto distintivo. Però, se si vede un film quale Dobbiamo parlare di Sergio Rubini, ci si accorge come della nostra gloriosa tradizione teatrale – in cui Ruggero Ruggeri e Carmelo Bene, pur da posizioni opposte, comunque dialogavano – non sia rimasta né l’arte della recitazione, né quella del dialogo, né ancor meno quella della riflessione sul mezzo. Si può ripartire da Il documento o da Nostra Signora dei Turchi, ma da qualcosa comunque bisogna ripartire, perché una tradizione bisogna sempre sapersela scegliere.

Info
Il sito del festival I Mille Occhi.

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