Legend of the Mountain

Legend of the Mountain

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Recuperato in Venezia Classici grazie a un ottimo restauro, Legend of the Mountain permette allo spettatore di accedere al mondo del fantastico di King Hu, tra spiriti tentatori, maledizioni, spettri che si aggirano tra i boschi.

In nome del sutra

Un giovane studioso, Ho Yunqing, riceve l’incarico di trascrivere un sutra buddista che si ritiene avere un enorme potere sugli spiriti dell’aldilà. Per potersene occupare in pace, il giovane si reca in un vecchio forte in un villaggio isolato. Qui gli capita una serie di strani eventi e incontri, fra cui quello con una giovane donna di nome Melody. Dopo una serata di baldoria, Ho si sveglia e trova Melody nella propria camera da letto. La donna sostiene di aver passato la notte con lui e Ho, ipnotizzato dalla sua bellezza, finisce per sposarla, non sapendo che è in realtà uno spirito maligno che vuole manipolarlo per farsi consegnare il sutra. In seguito Ho conosce un’altra bellezza misteriosa di nome Cloud, che si innamora di lui e cerca di salvarlo dagli spiriti malefici dell’aldilà. Invischiato nella lotta fra esorcisti e demoni, fra spiriti buoni e spiriti cattivi, riuscirà Ho a liberarsi dalla stretta di Melody? [sinossi]

Legend of the Mountain, proiettato sullo schermo della Sala Volpi durante le giornate della settantatreesima Mostra di Venezia, è apparso al pubblico di fedeli cultori di King Hu come uno dei demoni presi in ostaggio nel corso del film; intrappolato in una scatola troppo piccola per lui, in qualche modo oltraggiato nella sua magnificenza. Avrebbe meritato un passaggio su uno degli schermi principali del festival, Legend of the Mountain, magari in Sala Grande a mezzanotte – perché no? Un discorso valido ovviamente anche per altri titoli di Venezia Classici, la sezione dedicata ai restauri, a partire da Dawn of the Dead di George A. Romero relegato in Sala Giardino nonostante la presenza sia di Dario Argento che di Nicolas Winding Refn. Film che fanno della potenza del proprio immaginario un tratto distintivo meriterebbero di essere omaggiati nel modo più opportuno. Resta in ogni caso il piacere di incontrare di nuovo in un grande festival il cinema di King Hu: nel 2015 a Cannes venne proiettata la copia restaurata di A Touch of Zen, forse il capolavoro più apprezzato e conosciuto del regista pechinese (noto in Italia anche con il titolo La fanciulla cavaliere errante), e proprio a Venezia, prima di Legend of the Mountain, è stato annunciato il restauro di Pioggia opportuna sulla montagna vuota, che vedrà la luce nel 2017 per celebrare i venti anni dalla morte di Hu. Venti anni in cui il suo mito si è rinvigorito, anche in occidente, coinvolgendo nuovi adepti.
Proprio Legend of the Mountain può essere considerato una sorta di gemello eterozigoto di Pioggia opportuna sulla montagna vuota (o Raining in the Mountain, com’è noto a livello internazionale): realizzati entrambi nel 1979 con produzione di Taiwan – dove il regista si era trasferito da Hong Kong dopo aver abbandonato gli studi della Shaw Bros. – ma girati in Corea del Sud, i due film testimoniano a distanza di quasi quaranta anni la volontà di King Hu di smarcarsi dalla facile etichetta di “regista di wuxia”. Per quanto permangano elementi prossimi alle storie di spadaccini e monaci erranti – e non a caso l’intero plot ruota attorno a un sutra miracoloso che ricaccerebbe nelle tenebre qualsivoglia demone – Legend of the Mountain si sposta fin da subito nel terreno del fantasy in piena regola, in quella zona “mista” in cui confluiscono reminiscenze buddiste e taoiste, combattimenti con spettri e storie d’amore tra umani e non. Un microcosmo che a Hong Kong troverà sempre qualcuno disposto a rinverdirne i fasti, come dimostra un classico della cinematografia della città-stato come Storia di fantasmi cinesi prodotto da Tsui Hark e diretto da Ching Siu-tung nel 1987.

In una palese lotta tra bene e male si ritrova il giovane studioso Ho, incaricato di trascrivere il già citato sutra; vittima di incantesimi di ogni sorta, Ho si ritroverà persino sposato con un demone, che gli ha fatto credere con l’inganno di aver giaciuto con lui mentre era ubriaco. Essere umano dotto, ma troppo poco maturo per essere in grado di comprendere l’enormità di una guerra tra le forze della luce e quelle dell’ombra, Ho è fin dalle prime sequenze completamente in balia degli eventi: per questo King Hu lo mostra immerso nella natura, sovrastato dal rumore delle acque, del vento tra gli alberi, dal ronzio degli insetti che si muovono tra i boschi. Ho è solo un uomo, e ciò che può opporre all’immateriale è solo ed esclusivamente il proprio temperamento, le proprie emozioni.
Una volta di più, come già evidenziato in gran parte delle opere precedenti, Hu si dimostra un cineasta attento tanto agli ambienti in cui si muovono i personaggi – come sempre non luoghi: una casa, la foresta, la cascata – quanto alle dinamiche romantiche tra gli stessi. Anche Legend of the Mountain, fatta salva la dimensione tra il fantastico e l’orrore, si può annoverare come una lunga, e dolorosa, love story. Pur partendo come si è scritto da un riferimento al buddismo, King Hu non ha alcuna intenzione di replicare la ieratica potenza di A Touch of Zen, e si lancia piuttosto senza alcun tipo di freno in direzione di un film d’avventure divertente, ricco di tensione e soprattutto di azione. Il regista cinese di nascita gioca ripetutamente con lo spettatore, come dimostrano sia il malizioso montaggio che enuncia – senza nulla mostrare – la notte di sesso di Ho con il demone Melody, sia ancor più il lungo duello a colpi di tamburo della stessa Melody con il maestro zen: in quest’ultimo caso Hu fa sì che l’elemento percussivo (tratto distintivo dell’intera pellicola) si trasformi in una fantasmagorica metafora del cinema stesso, e della visione come atto supremo.
Il ritmo incalzante del film sembra già enunciare la deflagrazione della new wave hongkonghese (l’esordio di Tsui Hark, The Butterfly Murders, è proprio del 1979, tanto per fare un esempio), e le tre ore e un quarto di durata – alla Mostra si è infatti vista la versione integrale, mentre a lungo sono circolate edizioni più brevi, di due ore e addirittura di poco più di un’ora e mezza – lasciano nello spettatore solo un senso di annichilente inferiorità rispetto a un immaginario così solido, elegante e arricchito da continue e incessanti invenzioni. Un cinema che non tornerà mai più, e che proprio per questo avrebbe meritato una collocazione più adeguata all’interno della Mostra. Sarà per un’altra volta…

Info
Legend of the Mountain, una clip.
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