Blair Witch

Blair Witch

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Stanco remake più che sequel, orfano di un’ingenuità spettatoriale rapidamente superata dall’evoluzione dei gusti, Blair Witch fallisce nel tentativo di replicare tout court una formula per sua natura non replicabile.

C’è chi dice “È una strega”…

17 anni dopo la scomparsa di Heather Donaue nei boschi di Black Hills, nel Maryland, James, fratello della ragazza, e un gruppo di suoi amici, decidono di indagare su quella sparizione e sul mistero della Strega di Blair. L’occasione è la comparsa, su Youtube, di un video che sembra collegato a quel lontano evento. Giunti nei boschi, tuttavia, i giovani iniziano ad avvertire intorno a loro la presenza di un’entità malvagia, e si rendono presto conto che nella leggenda c’è più realtà di quanta non pensassero… [sinossi]

Quello del found footage è da sempre genere da maneggiare con cautela. Ciò vale ancor più per una sua particolare declinazione, quella horror, che nell’ultimo quindicennio ha visto un’inflazione di prodotti tali da farle raggiungere rapidamente la saturazione, e da esaurire in breve quella carica di novità (relativa) che il suo affermarsi aveva portato con sé. Questo discorso assume un’ulteriore surplus di radicalità laddove si scelga di ricollegarsi all’opera che, nell’ormai lontano 1999, aveva dato origine (almeno a livello mainstream) al tutto. L’originale The Blair Witch Project, prima che iniziatore di un trend e opera a suo modo seminale, era innanzitutto un prodotto del suo tempo: figlio di un periodo in cui tutto il pubblico era più ingenuo (e poteva capitare persino – chi scrive ne è testimone – di incontrare spettatori che non ne avessero colto l’evidente carattere fittizio) e in cui la Rete, e le strategie di promozione ad essa collegate, avevano appena iniziato a dispiegare il proprio potenziale. L’intuizione alla base del film di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez, al di là del giudizio di merito sull’opera, non era e non è replicabile tout court: prova ne è l’impatto progressivamente minore provocato da tutti i prodotti derivati (in primis la saga di Paranormal Activity), fino alla sostanziale saturazione del filone.

Questo lungo preambolo, solo per sottolineare l’ovvio: ovvero che un prodotto come Blair Witch, sequel diretto del film del 1999, almeno per com’è stato concepito, arriva fuori tempo massimo. Elidendo qualsiasi riferimento al sequel del 2000, e ricollegandosi direttamente al finale dell’opera di Myrick e Sanchez (qui produttori esecutivi) il film di Adam Wingard cerca di tornare alla fonte, di restituire tal quale quel senso di terrore primigenio, per definizione im-mediato, che derivava dall’impatto con immagini che saltavano (teoricamente) tutte le mediazioni estetiche proprie del cinema. Operazione intuibilmente destinata al fallimento, vista l’evoluzione dei gusti, della sensibilità spettatoriale, degli stessi margini della sospensione dell’incredulità; ma anche di scelte estetiche che sembrano cozzare contro l’essenzialità e il senso di orrore fisico fortemente ricercati da questo ritorno nei boschi della strega di Blair. Se il sempiterno problema di base del genere (perché i protagonisti continuano a filmare laddove si pone un pericolo immediato per la loro vita?) viene qui parzialmente risolto dall’uso di microcamere applicate all’altezza degli occhi, la presenza evidente di una regia, di un montaggio, di un’organizzazione significante di materiale che si vorrebbe grezzo, rompe in modo smaccato le premesse del genere. Difficile credere a ciò che le immagini vorrebbero raccontarci, laddove queste sono organizzate nel segno del campo e controcampo, e della sottolineatura di dettagli significativi nell’inquadratura.

Il film di Wingard, cercando così di ricollegarsi (e non avendo neanche il coraggio di farlo fino in fondo) a un modello per sua natura non replicabile, finisce per offrirne uno stanco remake mascherato da sequel, che non prova nemmeno ad aggiornarne le premesse o a rileggerle in qualsivoglia modo. Cambiano gli strumenti tecnologici, si moltiplicano i punti di vista, ai campeggiatori si affianca una coppia di nerd assortiti a caccia del click facile su Youtube: l’analogico diventa digitale, e prova a innalzarsi (stancamente) nel volo di un drone che rivela la natura onirica dello spazio nel quale i protagonisti si perdono; ma resta fatalmente ancorato alle sue convenzioni, a una regia che, per com’è concepita, avrebbe reso di più se strutturata in modo classico, senza l’ausilio di un supposto realismo a cui ormai nessuno finge più di credere. La paura, sentimento la cui ricerca muove l’intera operazione, latita in quanto orfana di una messa in scena più esplicitamente cinematografica, di una colonna sonora, della logica immersiva e palesemente mediata del cinema. Affogato nel caos visivo, in urla che da sole dovrebbero generare empatia, diluito in personaggi schematici e privi di psicologie credibili, l’orrore resta solo promesso, evocato in modo più che mai teorico, azzerato dagli stessi, discutibili contorni del progetto.

Difficile dire se, e come, questo Blair Witch versione 2016 avrebbe potuto conseguire un risultato diverso da quello ottenuto. Spiace che un regista dotato di talento, e di un approccio non banale al genere, come Adam Wingard, si sia prestato a un’operazione da principio votata al fallimento. Forse, per una volta (sebbene chi scrive abbia sempre aborrito le preclusioni “di principio” verso la serialità e i remake) sarebbe stato il caso di lasciare il film di Myrick e Sanchez al suo piccolo posto nella storia del cinema, e (soprattutto) in quella della sociologia dei consumi culturali.

Info
Il trailer di Blair Witch su Youtube.
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