Intervista a Roger Corman

Intervista a Roger Corman

Re dei B-movie, papa del cinema pop. Questi alcuni degli appellativi che sono stati affibbiati a Roger Corman, produttore indipendente e regista, artefice di un cinema artigianale da ormai sessant’anni. Dalle sue factory provengono artisti come Francis Ford Coppola, Ron Howard, Martin Scorsese, Jonathan Demme, Peter Bogdanovich, Peter Fonda, Jack Nicholson e molti altri. Famoso per i suoi adattamenti da Poe, e per The Intruder (L’odio esplode a Dallas), pamphlet antirazzista con William Shatner, l’unico suo film che sia andato in perdita. Al momento è attivo nel produrre film sui mostri marini creati in CGI come i vari Sharktopus. L’abbiamo incontrato al 69° Festival del Film Locarno dove era invitato come “Guest of Honor Filmmakers Academy”.

C’è una famosa frase del critico Vincent Canby del New York Times che dice “Cos’è Lo squalo se non un film di Roger Corman ad alto costo?”. Ora si può dire lo stesso con il proliferare dei blockbuster sui supereroi Marvel che tu avevi anticipato già nel 1995 con il film abortito su The Fantastic Four. Cosa ne pensi?

Roger Corman: Aveva ragione a dire che era un film di Roger Corman con un budget più grande, ma quello che non ha detto è che era anche un film migliore dei miei. Quando ho visto Lo squalo ho pensato: “Questo è un film più grande e migliore di quello che io e altri filmmaker a basso budget stiamo facendo, siamo nei guai”. E solo un anno circa dopo è uscito Guerre stellari, e allora ho pensato: “Siamo davvero nei guai, i grandi studios hanno capito quello che stiamo facendo”, ed era proprio così. Qualche anno dopo ho parlato con Spielberg e Lucas e mi hanno detto di aver visto i film che io e Bill Castle e un paio di altri registi facevamo, e avevano pensato di rifarli più in grande. E li fecero più grandi e migliori.

Ci sono così tante tensioni razziali negli Usa. Ne parlavi già nel 1962 con The Intruder. Rifaresti un film del genere?

Roger Corman: Sì, potrei ancora fare quel tipo di film ma su un argomento diverso. Ci sono tanti argomenti di rilevanza sociale e c’è sempre spazio per quello. The Intruder aveva ottime recensioni, ma è stato il primo dei miei film a perdere soldi. Credo di avere dimenticato che un film deve essere anche intrattenimento, non può solo essere un film-messaggio. Ma, se ti ricordi dell’aspetto dell’intrattenimento, c’è sempre spazio per fare un film di quel tipo.

È comunque uno dei film che è stato scelto qui a Locarno per rappresentare il tuo cinema.

Roger Corman: Sì, credo che sia un buon film, anche se ha perso soldi. A dire la verità, abbiamo girato il film nel 1960, o forse nel 1959, e quando io e Bill Shatner abbiamo fatto l’edizione in dvd, nel 2000, con quella siamo finalmente rientrati delle spese del film.

Raccontavi che William Shatner è stato l’unico che hai trovato che accettasse quel ruolo terribile. All’epoca era già popolare per Star Trek?

Roger Corman: Molto spesso i cattivi sono più interessanti dei buoni, è stato un ruolo molto complesso per lui, e credo che gli abbia fatto vincere un premio come migliore attore a qualche festival e abbia lanciato la sua carriera, perché il personaggio risalta nelle sua complessità in questo film. Non aveva ancora fatto Star Trek: è stato il suo primo film. Era già un attore a New York di teatro, ma non aveva mai lavorato nel cinema.

Hai iniziato la tua carriera nel 1954 con Monster from the Ocean Floor e adesso produci film come Sharktopus; perché ti interessano i mostri marini?

Roger Corman: Non lo so cosa abbiano di così interessante. A dir la verità il mio primo film doveva intitolarsi “It Stalked the Ocean Floor” ma il distributore a cui lo vendetti diceva che era un titolo troppo difficile, per cui fu lui a dargli il titolo definitivo. Quel film aveva avuto origine da un articolo che avevo letto, che parlava di una ditta che aveva costruito un piccolo sottomarino per una sola persona e avevo pensato che sarebbe stato un ottimo soggetto per un film. Poi ho cercato di pensare cosa sarebbe potuto succedere a una persona in questo tipo di sottomarino e mi è venuto in mente che poteva incontrare un mostro marino, per cui l’idea di partenza del film era stata il sottomarino e non il mostro.

Nelle tue factory sono passati tanti futuri grandi nomi del cinema americano. Cosa credi di avere insegnato loro?

Roger Corman: Credo di avere insegnato loro un pochino, ma credo anche che il loro talento era così grande che sarebbero dove sono ora anche se non mi avessero incontrato. Magari ci sarebbe solo voluto più tempo. Ho insegnato loro qualcosa ma non ci darei troppa importanza.

Ci sono molti aneddoti su La piccola bottega degli orrori e sui due giorni di riprese che avrebbe richiesto. Qualcuno dice che era stata una specie di scommessa, e gira un’altra voce secondo cui avevi già un set pagato per tutto un mese e ti avanzavano due giorni e ne hai approfittato. Puoi darci qualche dettaglio?

Roger Corman: È stata una combinazione di circostanze, non proprio una scommessa. Il set era già stato fatto per un altro film, che era già stato ultimato, e avevo avanzato pochi soldi dal budget. Sono stato a pranzo con il manager dello studio dove stavamo girando e sono uscito con questa idea, gli ho detto che avrei usato quel set che nessuno stava usando, per fare qualcosa che ci avrebbe fatto guadagnare ancora qualcosa, e mi piaceva l’idea di combinare la commedia con l’horror. Alla fine ce l’ho fatta a girarlo in due giorni e una notte, e quando era finito, parlando con Robert Towne, che più tardi avrebbe avuto una carriera importante e avrebbe anche vinto un oscar per la miglior sceneggiatura, mi disse: “Roger, un film non è una gara di corsa, non è importante quanto fai in fretta a girarlo”. Io risposi: “Hai ragione, non farò mai più un film in due giorni!”. E non lo feci. Era un po’ uno scherzo, per vedere se ci riuscivamo. Ricordo una bella atmosfera sul set. Tutti, dal cast alla troupe, pensavano a questo film come a uno scherzo, e credo davvero che l’atmosfera sul set possa influenzare il risultato finale di un film. Tutti lo prendevano come uno scherzo, e credo che questo abbia aiutato molto la riuscita dell’aspetto di commedia del film. Per esempio avevamo iniziato a girare il film alle 8 e alle 8.30 l’assistente regista annunciò che eravamo disperatamente in ritardo sulla tabella di marcia.

Una delle storie più bizzarre della tua carriera è quella che riguarda il film Targets di Peter Bogdanovich. Ci puoi raccontare esattamente cosa successe in relazione con Boris Karloff e le scene de La vergine di cera (The Terror)?

Roger Corman: Targets è stato il primo film di Peter Bogdanovich, che era stato il mio assistente. Avevo fatto un film con Boris Karloff, La vergine di cera, e, a causa di una qualche complicazione nel contratto, lui mi aveva trattenuto un paio di giorni di lavoro e io gli dovevo dei soldi. Dunque sarebbe stato vantaggioso per entrambi che lui tornasse a fare un paio di giorni di lavoro. Quindi dissi a Peter che gli avrei dato una cifra per girare Targets ma lui avrebbe dovuto avere Boris Karloff come attore principale e che avrebbe potuto però lavorare solo un certo numero di giorni. Peter si presentò con l’idea che il personaggio di Boris sarebbe stato un attore di film horror che finiva coinvolto in una situazione reale orrorifica. Era davvero un buon film, e lo vendemmo alla Paramount. Fu però una situazione sfortunata; c’è una scena con Boris in un drive in e nel frattempo un ragazzo spara con un fucile sul pubblico del film da sopra lo schermo. Proprio in quello stesso periodo era successo che un ragazzino in Texas avesse sparato dall’alto di un palazzo sulla gente che passava sotto. Questo successe appena dopo che la Paramount aveva acquistato il film e loro avevano paura, pensarono che il film sarebbe sembrato troppo vicino alla realtà e non distribuirono il film. Credo che sia stato un gran peccato, e un grave errore, era un bellissimo film e uno dei migliori che Peter abbia mai fatto.

Come hai cominciato a lavorare con Vincent Price?

Roger Corman: Quando stavo lavorando a I vivi e i morti (House of Usher), avevo scritto la sceneggiatura pensando a lui nel ruolo di Roderick Usher. Era la mia prima scelta, un attore molto intelligente e sensibile che metteva nei suoi personaggi una certa stranezza e un pizzico di pazzia, e pensavo che per questo fosse molto adatto a interpretare quel ruolo. Gli mandai lo script e gli piacque molto. Non davo molta importanza a questo film, ma fu un grande successo e la AIP mi chiese di farne un altro, dunque feci Il pozzo e il pendolo, e tornai a lavorare con Vincent.

Strano che tu non abbia mai lavorato con Christopher Lee, un’icona horror. L’hai mai incontrato e hai mai progettato di lavorare assieme?

Roger Corman: L’ho incontrato ed era una brava persona. Lui lavorava per la Hammer, un po’ come facevo io con Vincent Price alla AIP e allora ho preferito continuare a lavorare con Vincent.

Puoi raccontarci qualcosa di Peter Lorre? Quando ha lavorato con te era abbastanza ingrassato e imbolsito. Ma ha saputo mostrare grandi doti umoristiche in I maghi del terrore (The Raven).

Roger Corman: Peter per me era un attore che era molto bello da dirigere. Quando stavamo pensando a I maghi del terrore, io e Richard Matheson, che doveva scrivere l’adattamento, iniziamo a pensare che ci stavamo ripetendo e allora abbiamo deciso di introdurre l’elemento dello humour ne Il corvo. Peter era molto divertente, e non seguiva molto il copione, improvvisava molto. Il secondo giorno di riprese, mentre noi stavamo in pausa caffè e gli attori erano al trucco, Boris Karloff venne da noi a dire “Non riesco a lavorare con Peter. Io studio le mie battute, le preparo e le conosco esattamente, arriva Peter e inizia a dire tutto quello che gli passa per la testa e non so cosa fare”. Gli risposi: “Peter si era formato al Berliner Ensemble e ha lavorato con Brecht ecc., e quello è il suo metodo”. Allora riunii tutti e dissi a Boris: “So che Peter improvvisa molto” e poi a Peter “e la tua improvvisazione è molto buona” , e in effetti era eccellente, era davvero molto divertente. Dissi a Peter di restare un po’ più vicino allo script. C’era anche Vincent Price ma per lui non era un problema perché sapeva lavorare in tutti e due i modi. Così Boris si lasciò andare un pochino e Peter cercò di restare più vicino allo script e tutti si divertirono molto sul set.

I tuoi film tratti da Poe non erano adattamenti fedeli ma solo ispirati all’autore. Come mai?

Roger Corman: Il motivo di questa scelta fu che molti dei suoi racconti sono molto corti, a volte solo due o tre pagine. In Il pozzo e il pendolo, nel racconto, per tutta la storia il personaggio principale si trova tra il pozzo e il pendolo. Era una scena unica per tutto il racconto, e per farci un film io e Richard Matheson dicemmo: “Ok, diciamo che la storia di Poe è il terzo atto e noi scriveremo i primi due atti nello stile di Poe. Ma sarà una storia totalmente nuova, perché Poe non ha mai scritto cosa ha portato il personaggio a trovarsi sotto il pendolo, dovremmo scrivere qualcosa che lo porterà a quella situazione nel terzo atto”.

I tuoi film tratti da Poe sono anche un esempio della tua capacità di razionalizzare e contenere budget e riprese. Riciclavi le scenografie, giravi più scene sulle stesse location. Come pianificavi tutto ciò?

Roger Corman: Ho sempre creduto molto nella pianificazione a livello di pre-produzione, per esempio ho sempre cercato di decidere in anticipo tutte le inquadrature, prima di girare, pur sapendo che non sarei mai riuscito a fare esattamente le inquadrature che volevo. A volte pensi a qualcosa che sembra bello ma poi arrivi sul set e non funziona, invece altre volte ti vengono idee migliori. Però se progetti tutto il film in anticipo lavori con più efficienza. Per esempio per uno dei film di Poe avevamo programmato che le riprese durassero tre settimane e in questo modo si possono sfruttare meglio le tre settimane, anche sapendo che farai qualche piccola modifica, per fare in modo che sembri un film girato in quattro o cinque settimane.

Cosa ci puoi raccontare di attori della Corman factory come Jonathan Haze, Dick Miller o Susan Cabot?

Roger Corman: Ognuno di questi era un ottimo attore, mi piaceva lavorare con attori che erano stati formati col metodo Stanislavskij o con quello dell’Actors Studio che ne è uno sviluppo, usando molta improvvisazione. Quando facevo film come regista mi piaceva lavorare con attori che potessero sia seguire fedelmente la sceneggiatura in alcune scene, sia improvvisare in altre.

Come regista, quale è il tuo approccio nel lavoro con gli attori?

Roger Corman: Lavorando a ritmi serrati, il mio lavoro con l’attore era molto concentrato alla fase prima delle riprese. Discutevo molto con gli attori, facevamo prove e parlavamo delle loro motivazioni e molte di queste cose venivano fatte prima di iniziare le riprese così che durante le scene non dovevo passare molto tempo a discutere ogni scena perché era qualcosa che facevo prima. C’era ancora qualche discussione durante le riprese, ma cercavo di farle soprattutto prima.

Il tuo ultimo film da regista fu nel 1990, Frankenstein oltre le frontiere del tempo, come mai ti sei fermato?

Roger Corman: Semplicemente mi ero stancato. Nel 1970 avevo già girato più di una cinquantina di film, in un arco di tempo di circa 15 anni. A volte giravo un film di giorno mentre facevo il casting di quello successivo a ora di pranzo e montavo quello precedente di notte. Credevo molto nella produzione, per cui quando arrivavo sul set sapevo già cosa avrei fatto o almeno credevo di saperlo. Mi ricordo che andavo a dormire pensando: “Devo dormire velocemente”, e ho realizzato che era un pensiero folle, per cui decisi di rallentare da quel momento finché nel 1970 decisi di prendere una pausa di un anno, durante la quale avevo già accumulato due progetti di film. Nel frattempo però avevo iniziato la mia compagnia di produzione e distribuzione che ebbe successo immediatamente, così non tornai quasi più alla regia.

Sei comunque più a tuo agio come regista o come produttore?

Roger Corman: Sono due ruoli che si sovrappongono, in larga parte, molto di quello che un regista e un produttore fanno è uguale. Per buona parte della carriera nella mia compagnia, la New World, sono stato sia regista che produttore, mi piaceva l’idea di combinare i due lavori. Perché in quel modo avevo il controllo totale sui film.

Cosa cambia oggi nel tuo lavoro di produttore rispetto ai tempi d’oro?

Roger Corman: Il mio lavoro come produttore è oggi anche più facile perché il digitale rende tutto più semplice. Però la distribuzione oggi è molto più difficile.

Così suggeriresti a un giovane filmmaker di oggi per trovare fondi per un progetto?

Roger Corman: Per prima cosa ti direi di ripensare bene alla tua idea per capire se è davvero buona, perché nel caso dovresti essere capace di trovare un po’ di soldi, ma se sei convinto che sia buona, e hai pochi soldi, dovresti provare a fare come facevo io, cioè coinvolgere qualche persona e formare una specie di società informale o a volte formale. Tutti devono lavorare per pochi soldi o gratis, ma tutti devono avere una percentuale dei ricavi. Questo è quello che ho fatto per i miei primi film e mi ha dato la capacità di girare con piccolissimi budget, ed è qualcosa che si può ancora fare. Tutto dipende dall’idea creativa e il budget non ti deve influenzare. Puoi avere una grande idea che richiede solo un piccolo budget. Altre volte il basso budget è una necessità commerciale se hai una disponibilità limitata di soldi ma qualsiasi siano le tue risorse devi cercare di essere creativo nelle tue idee all’interno delle restrizioni dettate dal budget.

Ci puoi raccontare della tua attività di distributore di cinema europeo negli USA?

Roger Corman: Mi piace molto il cinema europeo, infatti ho distribuito i film di Fellini, Truffaut, Bergman, Schlondorff, Resnais e anche di registi di altre aree del mondo, per esempio Kurosawa. È quello che è successo quando ho fondato la mia compagnia, la New World: distribuivamo solo exploitation film, molti dei quali erano prodotti da noi stessi. La compagnia ebbe un gran successo immediatamente, e questi film mi piacevano molto. Ingmar Bergman aveva appena girato Sussurri e grida, che era disponibile per la distribuzione negli USA e la mia impressione era che questo tipo di film non avesse una distribuzione adeguata negli USA. Spesso erano distribuiti dai maggiori studios, ottime case di distribuzione, ma che non credo capissero come si doveva fare a distribuire quel tipo di film. Erano più bravi a distribuire i loro film mainstream. Altre volte erano distribuiti da piccole compagnie, solo per una nicchia di spettatori, che non erano compagnie solide e non erano capaci di ottenere i giusti termini contrattuali con le sale cinematografiche. Noi invece eravamo forti abbastanza per ottenere questi termini di contratto, così feci un’offerta per il film di Bergman e me lo aggiudicai e fu il maggior successo di pubblico in America per Bergman, quindi altri registi europei e i loro rappresentanti si rivolsero a noi.

Qual è il tuo prossimo progetto?

Roger Corman: Sono nella fase di postproduzione di Death Race 2050. Avevo fatto un film negli anni Settanta che si intitolava Death Race 2000, come produttore (il regista era Paul Bartel) che vinse un sondaggio come il miglior b-movie di tutti i tempi e che fece di me qualcosa come il re della serie B. Ne avevo venduto i diritti alla Universal e ora sto lavorando a Death Race 2050. È significativo che Death Race 2000 all’epoca ebbe una buona diffusione nelle sale e andò molto bene al botteghino, mentre Death Race 2050, che costerà molto di più del primo film, non avrà nemmeno una distribuzione nelle sale, uscirà solo per il DVD, Netflix, lo streaming ecc. Questo è parte del problema di cui avevo accennato riguardo la distribuzione di oggi.

Hai mai visto un film di un altro regista che ti ha reso invidioso per non averlo fatto tu stesso?

Roger Corman: Dovrei tornare indietro agli anni Venti, c’erano una seri di film tedeschi che mi piacciono, come Il gabinetto del dottor Caligari, Nosferatu. Inoltre, nel periodo in cui lavoravo, mi piaceva il lavoro di un regista italiano, Mario Bava. Faceva film horror molto belli.

Info
Il trailer di Death Race 2000 di Paul Bartel, prodotto da Roger Corman.

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