La vita possibile

La vita possibile

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Con La vita possibile Ivano De Matteo torna a raccontare la borghesia italiana; stavolta però non tutto gira come dovrebbe, anche per via di un’ambientazione che rimane solo in superficie.

Vivere in fuga

In fuga da un marito violento, Anna e il figlio Valerio sono accolti a Torino in casa di Carla, attrice di teatro e amica di Anna di vecchia data. I due cercano di adattarsi alla nuova vita tra tante difficoltà e incomprensioni, ma l’aiuto di Carla e quello inaspettato di Mathieu, un ristoratore francese che vive nel quartiere, gli faranno trovare la forza per ricominciare… [sinossi]

Tra i pregi principali del cinema di Ivano De Matteo c’è la volontà di puntare lo sguardo sulla borghesia italiana, svelandone lati nascosti, ipocrisie, smarrimenti e tentativi (mai semplici) di rinascita. Un tema, quello della classe media e dei suoi turbamenti, per niente usuale nella produzione italiana e che emerge con forza anche durante la visione de La vita possibile, che prende il via con la fuga di Anna/Margherita Buy – con figlioletto – dalle violenze del marito. Un cambio di vita e di città che rappresenta il cuore pulsante del film. L’incapacità a (ri)connettersi con il quotidiano e il reale era in fin dei conti alla base di tutti i precedenti lavori del regista e attore, eccezion fatta per l’esordio nel cinema di finzione di De Matteo, Ultimo stadio. Per il resto, tra sensi di colpa dell’intellighenzia “sinistrata” (La bella gente, tutt’ora l’opera più compiuta di De Matteo, uscito con ben sei anni di ritardo e solo alla fine d’agosto, con il pubblico ancora in ferie, materiali e mentali) e famiglie pronte a esplodere sparpagliando i pezzi (Gli equilibristi, sulla crisi di coppia, e I nostri ragazzi, sul tema dell’educazione), il regista romano si è dimostrato acuto osservatore di un microcoso con troppa facilità ridotto a stereotipo nella produzione italiana di questi ultimi anni.

La vita possibile si presentava dunque già in fase di sceneggiatura come un’ottima occasione per condurre il discorso un passo oltre, scandagliando una volta di più con durezza l’Italia solo all’apparenza bene. Se le buone intenzioni rimangono per lo più sulla carta, la “colpa” non è certo attribuibile ai caratterei protagonisti: Anna e Carla, grazie anche all’ottimo lavoro di Buy e Valeria Golino, sono due personaggi sfaccettati, ricchi delle necessarie ambiguità, umani. E De Matteo ben coglie la necessità di non approfondire in maniera eccessiva la storia dei personaggi, lasciando allo spettatore il compito di accedere al loro “mistero”.
Un’attenzione simile in fase di scrittura cozza purtroppo con una descrizione d’ambiente meno compatta e a fuoco del solito, quasi che De Matteo sia vittima dello stesso spaesamento che attanaglia Anna, costretta a ripartire da zero portando su di sé cicatrici non solo metaforiche, in una città in cui si sente aliena. Se Torino sembra una location adatta alle esigenze del film (e non solo per la presenza della film commission), La vita possibile arranca proprio quando si approssima a un altro topos di De Matteo: la coralità. Le sottotrame che dovrebbero irrobustire La vita possibile, proponendo uno spaccato delle classi sociali fondamentale per la lettura etica del film, finiscono invece per confondere lo spettatore, deviando lo sguardo verso traiettorie quasi smarrite, confuse, disperse in un magma indistinto.
Ne viene fuori un’opera squilibrata, che si regge solo sulle spalle – per fortuna forti – delle due attrici protagoniste, ma non riesce a incidere quanto dovrebbe, ed era senza dubbio nelle intenzioni. Tra situazioni inessenziali e reiterazioni poco convincenti, quel che rimane negli occhi è solo il messaggio, o come lo si vuol chiamare. Lodevole, per carità. Ma sarebbe stato lecito pretendere di più; le occasioni, per De Matteo, non mancheranno.

Info
Il trailer de La vita possibile.
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