Mother

Mother

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Presentato a I mille occhi, nell’ambito dell’omaggio che il festival triestino ha tributato a Vlado Škafar, Mother rappresenta l’apice del cinema lirico del regista sloveno, della sua poetica della vita che si risveglia insieme alla natura.

Inizio di primavera

Una madre porta la sua figlia oltre il confine sloveno in un remoto borgo del Nord Italia, dove la chiude in un casolare. Anche se le due non sin parlano, è evidente che la figlia è tossicodipendente e manifesta tendenze autodistruttive. In un disperato tentativo di riportarla alla vita, la madre ha deciso di allontanarla dall’ambiente famigliare. [sinossi]
Sbocci di foglie
dovunque si sentono
rapide in fuga.
(Yosa Buson)

Nel precedente film del regista sloveno Vlado Škafar, Dad, il ragazzino protagonista inventa un suo originale alfabeto. Così l’autore inventa un suo proprio alfabeto cinematografico, dove il linguaggio del cinema e dell’immagine pittorica si fondono in seno alla natura. Un cinema fatto di silenzi e contemplazione come quella degli esercizi di meditazione in cui vediamo intenta la protagonista. Il pittoricismo esibito del regista, l’uso di poesie scritte sull’immagine, il debito dichiarato con gli haiku, i brevi componimenti poetici giapponesi, la vita vista come un germogliare, uno sbocciare, un fiorire che si ripete (in questo senso centrale il precedente film A Girl and a Tree), il confronto tra natura e cultura.
Summa di questa poetica cinematografica è Mother, presentato a I mille occhi 2016 nell’ambito dell’omaggio al regista, e in precedenza all’International Film Festival Rotterdam, film che peraltro Škafar presenta come suo ultimo, definitivo compimento del suo percorso artistico nel cinema. Nella storia, abbozzata tra silenzi e immagini contemplative, di una madre, slovena, che porta la figlia in un casolare immerso nei boschi, da qualche parte in Italia, in un tentativo di disintossicazione, abbiamo il compimento di un passaggio tra l’inverno e la primavera, nel ciclo delle stagioni della vita, abbiamo un risveglio, un germogliare di entrambe le donne.

Anzi Mother si concentra più sulla figura della madre, relegando la figlia all’ultima parte del film. Figlia che vediamo apparire e scomparire al suo fianco, sdraiate sul prato, in un riferimento al precedente Dad. Ma il passaggio tra la stagione fredda e lo sbocciare dei nuovi fiori si basa su un fragile equilibrio, come dice la didascalia iniziale, e forse non sempre, nella vita, si può compiere, come nell’ultima, enigmatica, scena della figlia che issa su un suolo di sabbia e sassi dei ramoscelli ormai secchi, e che tenta di rinverdire appoggiandovi sopra delle foglioline, o come nell’immagine – dopo la partita di pallavolo – di un albero dalla chioma color verde chiarissimo, nel pieno del germoglio delle sue nuove foglie, a fianco di un rampicante, invece secco, su un muro.

Mother inizia con un momento di candore, le due donne in macchina, immerse in una luce bianca abbacinante, mentre sullo sfondo si scorgono scorrere degli alberi spogli. Si intuirà che si tratta del disperato viaggio per il recupero. La poesia della luce di Vlado Škafar passa per dei ceri alla Barry Lyndon che squarciano l’oscurità, per un raggio di luce azzurra che penetra da una feritoia del muro e che tocca le mani della madre come a disegnarne delle stimmate.
E il suo pittoricismo passa per costruzioni dell’immagine, algide come nature morte novecentesche, degli interni del casolare – in una di queste, con la madre seduta a un tavolino con un vaso di fiori secchi, il bianco è interrotto da un quadro, raffigurante un tramonto, che sovrasta, sulla parete dal contrastante color rosso fuoco. Una tendenza all’algido in cui la fotografia precipita spesso come quando l’aspirina effervescente rende lattiginosa l’acqua del bicchiere.
E abbondano anche i quadri secondari, interni all’inquadratura, le immagini sospese, dai dipinti con soggetto incentrato sulla maternità, illuminati proprio da uno di quei ceri di cui sopra, il disegno di rose sulla tenda, fino ad arrivare a una riproduzione di Guernica nella comunità di recupero, sopra a un pianoforte. E poi le immagini allo specchio, i riflessi deformanti su uno specchio d’acqua. Il casolare dove ci troviamo è rustico, con le ragnatele e una stufa come quelle di un tempo. Con i muri scrostati, pieni di chiazze, secondo un’estetica della contaminazione e dell’impurità, come le cortecce degli alberi disseminate di licheni, come la schiena della figlia, con la pelle cosparsa di nei.

Tra immagini leopardiane (la luna, i campi lunghissimi dell’orizzonte, gli interminati spazi) e musiche sacre, Mother procede con un progressivo risveglio della natura primaverile, della rigenerazione e della rinascita. Il vivaio dove si mettono a dimora le piantine; la madre che semina; l’albero solitario primo a germogliare che spicca tra quelli spogli per la sua chioma verde chiaro; le pianticelle nel prato dove si gioca a pallavolo; la salamandra appena uscita dal letargo; i ciliegi in fiore che si vedono sul volto della figlia nel riflesso della finestra, simbolo primaverile ma anche, nella cultura orientale, dell’impermanenza e transitorietà.
Un cinema della vita che sboccia, che si rianima. Che trova il suo apice nella scena del monastero, nel racconto della tradizionale festa delle rose, dove quelle rosse rappresentano la felicità e quelle bianche, secondo un costume giapponese, il lutto per la madre. Da qui un montaggio lirico che comincia con una magnolia dai fiori che stanno sbocciando, un secolare albero sempreverde a rappresentare l’eternità e un giardino di rose rosse e bianche: come non pensare a Ėjzenštejn che vedeva le tre strofe di un haiku come dei piani di montaggio? In queste sequenze di fioriture però si evidenzia anche il limite dell’autore, la sua inclinazione verso una ridondanza didascalica che traspare nella scritta: “Ora so perché mia madre ama i fiori: lei vuole cose da crescere”, oppure nella scena in cui la madre morta ha delle margherite tra i capelli, che aumentano tra un’inquadratura e l’altra.

Un cinema che palpita come un’esperienza sinfonica, racchiusa da cornici di silenzio come quella che teorizza l’insegnante di musica nel film. Un’ultima scena ermetica con la figlia, in un irreale greto di color bianco di un torrente dall’acqua marrone. Si è tornati all’inverno, o al suo crepuscolo come testimonia la salamandra fuori dal letargo. E si è detto del tentativo della ragazza di issare degli alberelli secchi. Forse sono delle piante letterarie come gli alberi dai nomi delle opere di Tolstoj del finale di Dad. E dalla visione dall’alto si scopre che la figlia è su un’isola, come un granello di sabbia nell’infinito. E nell’ulteriore finale, sui titoli di coda, un coro con i personaggi del cinema di Vlado Škafar, il congedo di un regista che ha regalato poche, preziose, opere.

Info
Il sito del festival I Mille Occhi.
La scheda di Mother sul sito di Cineuropa.
Il trailer di Mother su Youtube.

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