Ben-Hur

Remake confuso e privo di qualsiasi senso di epica, il nuovo Ben-Hur denuncia l’inadeguatezza di Timur Bekmambetov a un progetto che voglia guardare alla Hollywood classica.

Il miraggio di un classico

Nella Gerusalemme del I secolo, il nobile giudeo Giuda Ben-Hur e l’orfano romano Messala sono cresciuti insieme come fratelli adottivi. Quando Messala, divenuto comandante delle legioni romane, torna in città per scortare il nuovo governatore Valerio Grato, i due entrano in contrasto per le diverse posizioni sulle rivolte locali. Durante la parata di benvenuto del governatore, una tegola cade accidentalmente dalla terrazza della casa di Ben-Hur; Messala accusa il vecchio amico e la famiglia di aver attentato alla vita del governatore, deportando Ben-Hur come schiavo e facendo imprigionare la madre e la sorella… [sinossi]

La prima considerazione che viene in mente, dopo la visione di questo Ben-Hur versione 2016, è quella per cui un regista come Timur Bekmambetov sia irrimediabilmente inadatto a un cinema che punti a occhieggiare la Hollywood classica. Diciamo questo perché la storia del principe giudeo e della sua amicizia tradita col tribuno romano, sullo sfondo di una Palestina sotto l’implacabile giogo dell’Impero, è intimamente legata, nell’immaginario collettivo, alla versione che ne diede William Wyler nel 1959; insuperato campione agli Academy Awards, e vetrina per il carisma di Charlton Heston, il film di Wyler resta, nel senso comune, il “Ben-Hur originale”, tale da oscurare persino la notorietà del romanzo di Lew Wallace e le sue ulteriori incarnazioni, precedenti e successive (da citare solo, per completezza, quella di Fred Niblo del 1925, e la recente miniserie televisiva datata 2010). L’estensione temporale, il respiro epico, il potenziale intimamente cinematografico della storia di Wallace, hanno trovato fin da subito uno sbocco naturale nell’estetica di quella fabbrica dei sogni che, nel film del 1959, raggiunse una delle sue più compiute espressioni. Un’estetica lontanissima dal modo di intendere (e realizzare) il cinema finora messo in mostra da un cineasta come Bekmambetov. Prima e dopo il suo passaggio ad Hollywood.

Ci sono stati casi, nella storia del cinema, in cui la sinergia tra modi diversi (o addirittura contrastanti) di intendere il prodotto cinematografico ha prodotto risultati artisticamente interessanti. Non è questo, evidentemente, il caso del regista kazako e di questo suo lavoro alle dipendenze della MGM, fortemente intenzionata a dare una nuova lettura al classico che la salvò dalla bancarotta nel 1959. Qui, la distanza tra la concezione del progetto e l’estetica di Bekmambetov si configura presto come un abisso, e il risultato ne palesa da subito l’insanabile portata. Il nuovo Ben-Hur, insolitamente contratto nella durata in rapporto all’estensione della vicenda (123 minuti), appesantito da un goffo 3D, soffre di una frenesia visiva, di una spregiudicata gestione delle ellissi, di un montaggio gratuitamente sincopato, che stridono in modo smaccato col passo e il respiro richiesti dalla storia. Su tutto il film grava un ingiustificato senso di fretta, di ansia nell’accantonare ambienti, personaggi e passaggi narrativi in favore del successivo snodo di trama, di ossessione per un’impossibile sintesi che finisce per contrarre la singola sequenza e soffocare il più generale respiro del film. Impossibile empatizzare laddove l’odissea del protagonista su una galera romana, il naufragio e il ritorno in patria, vengono ridotti a poco più di un’esotica gita, e laddove l’accennato sottotesto politico è praticamente messo da parte dopo i primi minuti.

La sceneggiatura di John Ridley e Keith Clarke prova invero a rileggere la storia secondo un’ottica inedita, muovendo dall’adolescenza dei due protagonisti: qui, si palesa subito la frustrazione del romano (ma povero) Messala nell’aristocratico ambiente della famiglia adottiva, presto trasformata in odio di classe e inespresso desiderio di rivalsa. Parallelamente, il film cerca di delineare (seppur sommariamente) il clima politico dell’epoca e i sommovimenti nella Giudea occupata, fornendo uno sfondo al motivo (fondamentale nell’evoluzione della vicenda) della predicazione del Cristo. Suggestioni, spunti ed ipotesi di rilettura che restano a un livello meramente teorico, presto soffocati da una gestione del racconto che, se da un lato ha la necessità di mantenere un certo grado di filologia, dall’altro deve fare i conti con una problematica esigenza di condensazione. Così, restano assolutamente insoddisfacenti sia la resa della natura archetipa del rapporto tra i due protagonisti, sia le accennate velleità di sguardo politico, presto ricondotte al manicheismo già presente in nuce nella trama. Non aiuta il carattere scollato ed episodico della narrazione (gli inserti con un poco espressivo Cristo, col volto di Rodrigo Santoro, risultano ben poco integrati nel tessuto narrativo del film); e non aiuta lo scarso carisma dei due protagonisti Jack Huston e Toby Kebbel, a cui un comunque svogliato Morgan Freeman (nei panni dello sceicco Ilderim) ruba facilmente la scena.

Goffo e diseguale nel ritmo, incapace di (ri)assemblare un materiale abbondantemente noto, in un insieme che sia coerente e capace di parlare allo spettatore del 2016, il Ben-Hur di Bekmambetov cerca di supplire alle sue carenze narrative attraverso la frenesia visiva, il parossismo nella resa delle sequenze d’azione, facendo mostra di un look digitale forse pensato in funzione dello straniamento. Il tutto si traduce invero in mera confusione, accentuata dagli ingiustificati eccessi del montaggio (la sequenza della corsa delle quadrighe ne è il più plastico esempio), quando non in smaccata pacchianeria (gli sfondi digitali durante la scena del naufragio). Gli inattesi sviluppi del finale, che rappresentano anche il più smaccato “tradimento” nei confronti del film di Wyler (ma anche del romanzo originale) non sarebbero in sé un problema, se il modo in cui vi si giunge avesse visto una diversa preparazione ed evoluzione.
Un fallimento, quello del film di Bekmambetov, che ha visto anche, in un perfetto allineamento con i risultati artistici, la sonora bocciatura del botteghino statunitense; e che speriamo convinca il regista kazako ad abbandonare la rilettura dei classici (il paventato remake di Moby Dick è ancora nell’aria) per dedicarsi a progetti che siano, per dimensioni e ambizioni, maggiormente nelle sue corde.

Info
Il trailer di Ben-Hur su Youtube.
Il sito ufficiale di Ben-Hur.
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