I misteri di un’anima

I misteri di un’anima

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Tra i primi film psicoanalitici della storia del cinema, I misteri di un’anima di Georg Wilhelm Pabst mette in scena i rimossi di un chimico viennese con qualche ingenuità, ma anche con grande forza visionaria. Alla 35esima edizione delle Giornate del Cinema Muto.

Vorrei tanto uccidere

Martin Fellman è un chimico viennese che, dopo un incidente domestico, scopre di essere ossessionato dalle armi da taglio. Le sue irresistibili tentazioni omicide crescono nel momento in cui viene a sapere che suo cugino Erich tornerà a breve dall’India. Invidioso per le avventure esotiche di Erich e segretamente convinto che vi sia una relazione clandestina tra questi e sua moglie, Martin si ritrova preda di una serie di incubi notturni, cui riesce a porre riparo quando incontrerà un analista… [sinossi]
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Curioso come negli ultimi anni sia capitato di vedere tra un festival e l’altro alcune opere di Pabst che ci stanno aiutando a rimettere a fuoco l’opera di questo cineasta austriaco troppo spesso legato esclusivamente all’erotismo di Louise Brooks da lui esaltato in Il vaso di Pandora (1929). Ma, al di là di siffatti recuperi, Pabst – al cospetto di coetanei giganteschi come Lang e Murnau – continua a essere tenuto in scarsa considerazione dalla cinefilia contemporanea. Ed è in tal senso che le riscoperte – purtroppo solamente frammentarie – che abbiamo potuto apprezzare di recente sembrano suggerire la necessità di un recupero completo della sua opera. Da un lato la narratività ambiziosa e pungente – quasi epica – di Die Liebe der Jeanne Ney (Il giglio nelle tenebre, 1927), mostrato alle Giornate del Cinema Muto nel 2014, dall’altro la meraviglia antibellica di Westfront 1918 (1930), incredibilmente capace di anticipare temi e stilemi del genere (da Orizzonti di gloria a torneranno i prati), dall’altro ancora il melodramma sulla nascita del capitalismo americano in A Modern Hero (1934), visto all’ultima edizione di I Mille Occhi, e in ultimo la psicoanalisi visionaria di I misteri di un’anima, presentato nella sezione Il canone rivisitato alla 35esima edizione delle Giornate del Cinema Muto; da tutto ciò emerge un geniale eclettismo in grado di far convivere autorialità ed esigenze commerciali, in fin dei conti in modo non troppo dissimile da quanto fece nella sua lunga e perigliosa carriera lo stesso Lang.

Sempre abile ad adattarsi e a reinventarsi in base al tema e al contesto scelto, Pabst anche ne I misteri di un’anima sfodera la sua poderosa forza registica, in questo caso messa soprattutto al servizio degli incubi psicoanalitici di cui cade vittima il protagonista. Considerato infatti tra i primissimi (se non il primo) film freudiani della storia del cinema (anche se Freud, consultato, rifiutò di collaborare, mentre si prestarono a dare consigli due suoi allievi), I misteri di un’anima ci spalanca l’abisso interiore in cui cade il chimico viennese Martin, geloso della moglie, invidioso del cugino e ossessionato dalle armi da taglio. Se il lato dell’analisi lascia il tempo che trova – l’analista, come un detective privato, individua il nostro tra gli avventori di un bar e lo abborda, mentre tutta la ‘soluzione del caso’ si concentra nel corso di un’unica seduta – è proprio la messa in scena degli incubi a rivelarsi come il lascito più prezioso di questo film del ’26.

Coltelli affilatissimi che riflettono l’immagine del protagonista, scale a spirale che si fa fatica a salire, grate e cancelli che ostacolano il cammino e diventano sempre più imponenti (elemento poi chiaramente ripreso da Hitchcock in Io ti salverò), teste che si sostituiscono a campane, giochi di scala attraverso sovrimpressioni (giganteschi indici minacciosi puntati contro il nostro, minuscolo): I misteri di un’anima, quasi come un Méliès dell’incubo, propone un inesauribile armamentario di codici visionari poi ampiamente ripresi e che hanno messo in secondo piano il fatto che, stranamente, nella copia 35mm mostrata qui a Pordenone non vi fosse alcun tipo di didascalia. Già: questo esperimento involontario cui è stato istruttivo ritrovarsi come cavie ci dimostra ancora una volta come negli anni del muto si fosse raggiunta una tale forza di sguardo che persino le didascalie, che pure soprattutto verso la fine degli anni Venti erano abbondantemente usate, finivano per dimostrarsi sostanzialmente inutili.

Info
Il sito di Le Giornate del Cinema Muto.
La pagina Wikipedia di I misteri di un’anima.

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