The Mysterious Lady

The Mysterious Lady

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Costantemente sospeso fra il melodramma e la spy story, The Mysterious Lady apre la 35esima edizione delle Giornate del Cinema Muto con il divismo di Greta Garbo e l’eccellente partitura di Carl Davis, diretta dall’autore nella buca del Teatro Verdi di Pordenone ed eseguita dal vivo dai 61 strumentisti dell’Orchestra San Marco.

La spia che mi amava

Greta Garbo interpreta Tania Fedorova, una spia al servizio dell’esercito russo nonché amante del loro generale e raffinata cantante. La vittima designata, che l’affascinante spia ha l’incarico di sedurre, è un giovane ufficiale austriaco. L’azione ha inizio in un teatro d’opera di Vienna durante una rappresentazione di Tosca, dove l’ufficiale e Tania si incontrano “casualmente”… [sinossi]

Prima di tutto, The Mysterious Lady è Greta Garbo. È quel suo fascino magnetico, è quell’intensità nello sguardo, è quell’apparente innocenza dei riccioli d’oro che scivola in quella sua ammiccante capacità di sedurre, così lontana dalle restrizioni che solo sei anni dopo, con in mezzo la rivoluzione del sonoro, imporrà il Codice Hays. Proiettato al Teatro Verdi di Pordenone in apertura della trentacinquesima edizione delle Giornate del Cinema Muto, quello a firma di Frank Niblo – ma al tempo a Hollywood la politica degli autori era grossomodo un’utopia, e quindi questo film va considerato in tutto e per tutto della MGM che lo ha prodotto, scritto e distribuito scegliendo regista e direttore della fotografia all’interno della scuderia e dando loro ben poca autonomia – è un decalogo del cinema del divismo: c’è lei, Greta Garbo, la stella al centro di tutto, spia e cantante, donna infelice contesa fra due uomini, fra il dovere e l’amore, fra la giustizia e il tradimento. Da lei, la Divina, passano tutti gli snodi di trama e tutti i momenti romantici: è il motore del film, è la musa per cui è stato scritto su misura, magmatica nel ruolo di dark lady d’antan, emozionata nel ruolo della donna innamorata, al contempo forte e fragile, astuta e vinta.
Anzi, si potrebbe addirittura azzardare che il sesto film americano interpretato dall’attrice svedese potrebbe in un certo senso essere stato proprio la cristallizzazione del suo divismo, il suo definitivo farsi carne, l’ingresso finale della sua effigie nell’immaginario (e nelle immaginazioni) degli spettatori del tempo, esattamente un anno prima, ma questa è una semplice curiosità, che esordisse nel cinema la sua storica rivale Marlene Dietrich. Sono gli anni del passaggio dalla pellicola ortocromatica, troppo sensibile ai blu e troppo poco ai rossi – con gli occhi azzurri che, al momento dello sviluppo, finivano per risultare bianchi e le labbra rosse decisamente troppo nere –, a quella pancromatica, in grado di catturare in ottima scala di grigi l’intero spettro di colori e quindi di restituire finalmente sullo schermo i tratti somatici con una buona resa della pelle e delle sfumature: è un’intensità diversa, più naturale e se possibile ancor più corporea rispetto alla magniloquenza gestuale tipica del cinema degli albori.
Inoltre, a testimoniare come il sonoro dei 24 fotogrammi al secondo fosse ormai alle porte, anche la fluidità del cinema muto stava progressivamente giungendo alla perfetta illusione dell’occhio umano arrivando a 22 fps: non più l’effetto ralenti degli iniziali 16 frame al secondo, e nemmeno più la leggera scattosità del successivo standard a 18. Inevitabile che Greta Garbo, grazie anche a queste innovazioni tecniche unite a una recitazione di corpo e di sguardi, non fosse più la presenza austera, algida e quasi fantasmatica da post-adolescente a cui lo spettatore del 1928 era abituato.
Nel fiore dei suoi 23 anni, la Garbo diventa la donna, la diva, la seduttrice, sensuale e provocante negli sguardi, nelle labbra che si piegano quasi impercettibilmente, nelle attese, nei movimenti delle mani ad aggiustare qualche scollatura insospettabilmente ardita.

L’apertura di The Mysterious Lady è a Vienna, in quell’Impero Austro-Ungarico dei primi del Novecento nel quale un ufficiale dell’esercito, Karl von Raden (Conrad Nagel), può incontrare nel palchetto di un teatro una splendida spia russa, la Tania Fedorova a cui presta il corpo Greta Garbo, e ovviamente ignaro di essere caduto nella ragnatela da lei astutamente ordita, finire per accompagnarla a casa e venirne sedotto. Magistrale è la messa in scena della sequenza d’amore, con un fazzoletto “casualmente” dimenticato sulla vettura, un taglio di luce che sfiora il volto di Greta Garbo quasi a renderlo angelico mentre aspetta che lui ritorni, l’invito a entrare, il pianoforte, gli sguardi, il canto, quel sogno della donna ai propri piedi. I dettagli, le labbra, il contatto, il rifiuto malizioso di lei, e poi il bacio appassionato, mentre fradicio sotto il diluvio che si sta scatenando fuori casa il vetturino in attesa di Karl si avvicina all’orecchio del fedele cavallo: “È primavera”. E, come sempre in primavera, l’amore è nell’aria: anche per Tania, che da astuta servitrice dello Zar si ritrova compagna di un alto ufficiale dello spionaggio russo, ma ormai innamorata di quel Capitano Austro-Ungarico che, a causa dei documenti da lei rubati, viene congedato con disonore e arrestato come traditore della patria.
Fino alla fuga alla ricerca di riscatto e al nuovo incontro a Varsavia, sempre all’insegna della musica, le doti di pianista di Karl, la voce sublime (che ovviamente non sentiamo ancora, ma non si può che immaginare sublime) della Divina Greta. Fondamentale in questo senso è l’eccellente partitura composta nel 1988 da Carl Davis, e diretta dall’autore in questa apertura delle Giornate avvalendosi dei sessantuno strumentisti, mai così tanti nella buca sotto il palco del Teatro Verdi, dell’Orchestra San Marco di Pordenone. Una partitura che prevede, oltre ai vari strumenti spesso in sincrono o quasi con le immagini mute ma “diegetiche” con tanto di piccoli estratti dalla pucciniana Tosca, rumori, battiti di mani e sonorizzazioni alternative che amplificano tutta la modernità del film. Fino al montaggio alternato di Tania che, come ultima possibilità, spara al marito, incrociato con le danze cosacche che hanno luogo contemporaneamente nel salone, ulteriormente valorizzato dalla frizzante orchestrazione di Davis.

Nei suoi snodi di trama, rivelando una tenuta narrativa ai limiti dell’impeccabile e una cura per il montaggio già pienamente “hollywoodiana”, The Mysterious Lady anticipa quasi l’Hitchcock di Notorious: c’è la stessa identità di amore e tradimento, ci sono gli stessi inganni, piccole vendette e pentimenti, ci sono gli stessi documenti, bigliettini e doppi giochi, c’è la stessa festa da cui assentarsi, c’è la chiave nascosta e c’è persino la scala curva. Certo, manca la cantina, e con questo il vero cuore del film di Hitchcock, ma la suggestione di averlo visto largamente anticipato rimane.
E del resto, la cantina di Notorious non è l’unica mancanza del film di Fred Niblo, che – anche questo da buon film hollywoodiano – spesso esagera con i sentimentalismi, con i sensi di colpa eccessivamente esibiti (anche nei cartelli) della dark lady, con gli sguardi troppo insistiti fra i giovani amanti, con il miele del loro ritrovarsi o con le forzature narrative, si veda su tutte il finale con il ritorno dell’eroe in patria, Tania finalmente al suo fianco, ma i documenti che provano la sua innocenza ancora sotto braccio. Quello che sta passando la frontiera con tanto di onori e saluti militari, per la Patria che lo sta accogliendo a braccia aperte sarebbe dovuto essere ancora un traditore, un evaso, un disonorato. Ma siamo al cinema, nel cinema americano, nel cinema delle dive. In un cinema dove, purché ci sia Greta Garbo che soffre e poi vince, vale tutto. Ed è giusto così.

Info
Il sito di Le Giornate del Cinema Muto.
La scheda Wikipedia italiana di The Mysterious Lady.
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