The Girl Without a Soul

The Girl Without a Soul

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Perfetta tragedia americana costruita sulla doppia interpretazione di Viola Dana, The Girl Without a Soul di John H. Collins stupisce ancora oggi per regia inventiva, sceneggiatura splendidamente bilanciata e afflato sociale, capace di anticipare già nel 1917 molti dei motivi della grandezza di John Ford. A Le Giornate del Cinema Muto 2016.

Gemelle diverse

Unity e Priscilla sono sorelle gemelle, ma opposte come il giorno e la notte. La prima è uno spirito libero e ribelle, immatura e dispettosa, disperazione del padre liutaio, la seconda una figlia modello e promettente violinista, a cui l’aitante musicista Ivor promette amore, denaro e fama. Ma le apparenze sono fatte per essere ribaltate, e mentre Ivor si dimostrerà un subdolo manipolatore in grado di plagiare Priscilla fino al furto e alla menzogna, Unity, grazie alle attenzioni del carpentiere Hiram Miller, imparerà a credere in se stessa… [sinossi]

Negli anni in cui David Wark Griffith, con il controverso Nascita di una nazione (1915) e con il successivo e decisamente più pacifista Intolerance (1916), stava facendo emergere per la prima volta la figura del regista come autore e responsabile del film e ponendo le regole del cinema narrativo classico, molti erano gli altri esperimenti compiuti negli Stati Uniti sull’allora giovanissimo mezzo, e diversi i tentativi di codificarlo. Ma mentre Griffith, spesso chiudendo un occhio sulle derive a volte razziste della sua opera, per la grandezza del suo apporto teorico nella messa in scena e nel montaggio dei suoi ambiziosissimi film-fiume è umanamente riconosciuto come il grande padre del cinema americano, molti dei suoi altrettanto geniali coevi, non inferiori a lui né per innovazione né per perizia tecnica, giacciono ormai sotto la polvere dell’oblio, incompresi, sottovalutati e poi dimenticati dopo la loro morte, specialmente se prematura. Fra questi, le trentacinquesime Giornate del Cinema Muto, riprendendo e rendendo ancor più focalizzata una retrospettiva già passata a Pordenone nel 1988 ma ormai nuovamente persa nella memoria cinefila e quindi necessariamente da riproporre – lo scrivente, tanto per fare un esempio pratico, al tempo non aveva neanche un anno –, hanno scelto di incentrare le proprie ricerche su John H. Collins, talento puro quanto sfortunato, in grado di prefigurare già negli anni Dieci, mentre Charlie Chaplin era ancora impegnato nelle comiche Keystone e poi Mutual, molti di quei punti che faranno grande il Cinema Classico nei decenni successivi, per poi essere stroncato, a nemmeno 29 anni, dalla pandemia di influenza.

In tal senso, lo scritto a cura del direttore Jay Weissberg a quattro mani con Paolo Cherchi Usai ospitato all’interno del catalogo delle Giornate 2016 si chiede come sarebbe diventato il cinema classico americano se Collins avesse potuto continuare la sua opera negli anni, quanto avrebbe influito sulla modernizzazione del mezzo, quali suoi guizzi sarebbero diventati regole, quanto il suo cinema avrebbe potuto aprire, anticipandoli sui tempi, agli sviluppi tematici, tecnici e narrativi che saranno propri della golden age.
È una condivisibile lettura dall’obbligato e mai così necessario, vista la giovanissima età di morte dell’autore, condizionale, una lettura figlia della smaccata modernità dei film di Collins, figlia della sua struttura narrativa di dettagli e flashback, figlia delle sue sceneggiature bilanciate e inattaccabili in cui ogni gesto o evento anche apparentemente insignificante tornerà come una svolta narrativa, figlia del suo afflato sociale verso un’America di carpentieri, popolare e basata sul lavoro individuale, sul riscatto e sull’onestà.
Una lettura che nasce, in primo luogo, dal suo rifiuto sistematico della fissità frontale del cinema degli albori in virtù di una regia fatta di costante asimmetria, primi piani, campi e controcampi, raccordi di montaggio e geniali soluzioni di messa in scena per ovviare alle difficoltà tecniche.
In The Girl Without a Soul, uno dei suoi film più celebrati, Collins arrivò persino ad avvalersi di un pionieristico quanto perfettamente illusorio split screen, che permise già nel 1917 a Viola Dana, moglie, attrice feticcio e unica musa del regista, di anticipare di oltre settant’anni il Jeremy Irons del cronenberghiano Inseparabili nel doppio ruolo di due gemelle identiche, distinguibili però, oltre che per il diverso taglio di capelli, dalle spaventosamente efficaci differenze nella recitazione dell’attrice, in grado di modificare sguardo e movimenti della bocca portando sullo schermo due personalità perfettamente distinte. Unity e Priscilla, questi i nomi dei personaggi interpretati con mirabile sfoggio di talento da Viola Dana, appaiono insieme sullo schermo con tutta l’illusione del mezzo, si guardano, dialogano, litigano, sbagliano, si riscattano, soffrono, si ritrovano, scoprono la propria anima, e con questa l’anima dell’America.

Perché The Girl Without a Soul, nelle sue forme assimilabili al melodramma storico fra famiglia, scuola, illusioni di ricchezze e gloria, innamoramenti sinceri o interessati e processi giudiziari che libereranno l’innocente assicurando alla giustizia il malvagio, è un triplo coming of age: a latere dei due diversi percorsi delle sorelle protagoniste dall’ingenuità alla consapevolezza, il film di Collins è anche e soprattutto il romanzo di formazione di un’America ancora rurale in cui si stava innestando il Sogno di giustizia e libertà destinato a vincere e crescere.
Anzi, in un certo senso è proprio questa America la principale protagonista del film, con le sue lande infinite, con i suoi piccoli borghi, con i suoi cavalli, con le sue primissime auto, ma anche con l’altra faccia dei sogni di gloria, i loro rischi morali in una ricerca di fama e grandezza che non si fa scrupoli a calpestare chi si dovesse trovare come ostacolo sul percorso.
A rappresentare la tracotanza dell’illusione c’è il villain Ivor, musicista e insegnante di Priscilla impegnato a corteggiarla con fare viscido e meschino, fino a farla uscire dalla retta via obbligandola a sottrarre – convincendola di poterli restituire a breve perché destinata grazie al suo aiuto a diventare concertista ricca e famosa – la cifra stanziata per il nuovo organo della chiesa, conservata a casa dell’onesto carpentiere Hiram Miller innamorato e mentore della sorella Unity.
Sin dall’incipit splendidamente fuorviante, in cui la “ragazza senz’anima” del titolo sembrerebbe essere proprio la dispettosa e ribelle Unity, poi la sua talentuosa sorella violinista Priscilla plagiata dall’infido Ivor e disposta, fino al vagito di giustizia finale, a veder condannare un innocente, e infine quella stessa giovane America di errori giudiziari evitati solo all’ultimo respiro (ma tutte e tre le “ragazze” sapranno riscattarsi), The Girl Without a Soul sfoggia tutta l’inventiva nella regia e nella drammatizzazione di Collins, fra uomini innamorati che appaiono come angeli custodi a vegliare le ragazze del collegio di Unity, flashback che sostituiscono la parola al processo e (in)consapevoli occhiolini dei giovanissimi fattorini che portano un abito e un biglietto di sinceramente umana bugia, che diventerà poi pomo della discordia.

Hiram Miller, che farà studiare Unity e la trasformerà nella donna risoluta e consapevole pronta a salvarlo al processo restituendo la somma di denaro per cui era stato incriminato – ma rifiutandosi di confessare, in un dilemma affettivo che tende al cortocircuito fino all’arrivo in aula di Priscilla, che era stata proprio l’insospettabile sorella a rubare quei dollari dalla chiesa – è la perfetta incarnazione dell’America rurale dagli orizzonti progressisti.
Carpentiere omaggiato anche nelle poesie studiate a scuola dalla “nuova” Unity, Hiram è un uomo onesto, che lavora con le mani, che risparmia, che ama al punto da comprare lui stesso a Unity il vestito per la consegna dei diplomi che il padre non può né vuole permettersi, lasciando però in gran segreto al genitore dell’innamorata il merito per ricevere da lui in cambio, al momento delle ingiuste accuse, un freddo: “Chi sa mentire sa anche rubare”.

Nel suo modernissimo montaggio alternato fra la fissità asimmetrica del processo e la roboante corsa a perdifiato dell’inseguimento finale a Ivor in fuga, The Girl Without a Soul è un film di incontri e scontri, è un film di sceneggiatura e messa in scena, è un film dal respiro sociale già pienamente hollywoodiano, con uno sguardo di insieme, gli orizzonti morali e una capacità di sedere a fianco del popolo che già nel 1917 anticipavano quelli che saranno poi i fasti cinematografici di John Ford. È una perfetta e crepitante tragedia americana, in cui le difficoltà e le ingiustizie affliggono il cammino dei protagonisti, molti saranno i loro dubbi atroci – fra i quali spicca senza dubbio quello fra la sorella e l’uomo amato, fra la famiglia e la rettitudine, fra la denuncia di una persona amata e sostanzialmente incolpevole perché ingenua e plagiata e la salvezza di un innocente – ma alla fine sarà sempre la giustizia a vincere, nelle insospettabili lacrime di commozione del duro e rigoroso magistrato e nello sceriffo che finalmente potrà abbandonare l’aula e tornare a casa, senza più ulteriori criminali da inseguire e acciuffare. Hanno vinto i giusti, ha vinto la verità, ha vinto l’anima finalmente riconquistata dalle sorelle gemelle, ha vinto l’America. Ha vinto il cinema, fabbrica di meraviglia. E la domanda di Weissberg e Cherchi Usai su cosa sarebbe riuscito a fare John H. Collins se solo la vita gliene avesse concesso il tempo, si rinnova ancora come un ancestrale, eterno rimpianto.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.
La pagina Wikipedia inglese di The Girl Without a Soul.
  • the-girl-without-a-soul-1917-john-h-collins-001.jpg
  • the-girl-without-a-soul-1917-john-h-collins-002.jpg

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