Behind the Door

Behind the Door

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Girato nel ’19, subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Behind the Door problematizzava la presunta innata bontà del popolo americano, mettendo in scena la tragica – e sadica – vicenda di un imbalsamatore di origine tedesca. Alla 35esima edizione delle Giornate del Cinema Muto.

Non aprite quella porta

Oscar Krug è un americano e vive in una placida cittadina del Maine, ma mantiene il cognome tedesco della sua famiglia. Per questo, quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, si ritrova a combattere l’ostilità dei suoi concittadini, compresa quella del padre della donna di cui è innamorato, Alice. Krug si arruola per combattere proprio contro i tedeschi, ma il destino gli riserva delle terribili sorprese. [sinossi]

Se in The Girl Without a Soul, uno dei film di John H. Collins proiettato in questi giorni alla 35esima edizione delle Giornate del Cinema Muto, avevamo apprezzato le qualità del regista anche nell’aver saputo individuare in un momento ancora pioneristico della storia del cinema – il 1917 – la figura dell’eroe tutto d’un pezzo, buono e quasi maturato dalla rigogliosa terra statunitense, il maniscalco Hiram, prefigurazione di quella che diventerà una straordinaria galleria di positivi divi hollywoodiani, da Henry Fonda a John Wayne o anche a Will Smith, più complesso e sfaccettato è il protagonista di Behind the Door, visto sempre qui a Pordenone. Il film in questione non è diretto da John H. Collins, quanto dall’altrettanto dimenticato Irvin Willat, ma è comunque interessante mettere a paragone i due titoli, innanzitutto perché Behind the Door, girato nel 1919, è praticamente coevo a The Girl Without a Soul, e in secondo luogo perché anch’esso pone il problema dell’identificazione con l’eroe.

Prodotto da Thomas H. Ince, Behind the Door sceglie infatti di lavorare su un terreno davvero scivoloso mettendo in scena la vicenda di un imbalsamatore di origine tedesca nato però negli Stati Uniti, che viene quasi linciato dai suoi concittadini quando si viene a sapere che gli USA sono entrati in guerra contro la Germania. Se questo assalto al suo patriottismo verrà risolto da una furibonda scazzottata – tra l’altro piena di sangue e di volti tumefatti – da cui il Nostro uscirà trionfatore, allo stesso tempo – nel momento in cui deciderà di andare al fronte per fare il suo dovere di cittadino americano – finirà, spinto da terribili e tragici eventi, per sposare il lato oscuro della sua personalità.
E dunque in questo eroe ambiguo e violento, scottato dai rovesci del destino, sembra già di vedere impostato il dilemma morale sulla presunta bontà innata della terra delle opportunità statunitense, tema che verrà espresso con chiarezza cristallina, poco meno di vent’anni dopo, proprio da un tedesco espatriato, il Fritz Lang di Furia.

Se vogliamo la vicenda di Oscar Krug – questo il nome del personaggio – è d’altronde già funestamente segnata dal mestiere che si è scelto: la tassidermia, che ‘gioca’ per sua natura con il regno dei morti (e che diventerà un classico escamotage per spalancare le porte dell’orrore al cinema, basti pensare a Psycho). Così, se all’inizio del film, Krug ridà ‘vita’ alla bambola rotta di una bambina (e questo elemento non può che far pensare all’ossessione germanica per la meccanica antropomorfa, da E. T. A. Hoffmann passando per il Lubitsch di La bambola di carne), non altrettanto potrà fare quando verrà a sapere che i nemici ‘crucchi’ hanno violentato e ucciso sua moglie Alice. E dunque, preda di una furia omicida, userà gli strumenti del suo mestiere di imbalsamatore per vendicarsi nei confronti del tedesco responsabile della morte di lei. La parabola in tal modo è compiuta: non vi è salvezza con la violenza. Infatti, se questa può assumere dei tratti positivi, come quando Krug si conquista il rispetto dei suoi cittadini a suon di pugni, alla fine rivelerà comunque il suo vero volto.

In tutto ciò, Behind the Door può vantare un sorprendente crescendo emotivo che, per tutta la seconda parte, lascia senza fiato: si tratta per l’appunto della lunga sequenza in cui Krug, preso prigioniero il nemico che aveva rapito la moglie, si fa raccontare cosa sia successo alla sua donna senza farsi scoprire e anzi parlandogli amichevolmente in tedesco. E quando Krug si rivolge, nella lingua di Goethe, all’odiato interlocutore, che in quel frangente è di spalle, è inevitabile farsi prendere da un brivido: sembra infatti di sentire letteralmente le sue parole, che ci arrivano vivissime e anche inquietanti, perché presagiscono la tragedia che si sta per compiere. Allo stesso modo, una volta seviziato l’uomo (cui si allude anche con una certa vividezza, così come prima si era alluso in maniera abbastanza impressionante allo stupro della donna), Krug confessa tutto a dei suoi commilitoni urlando e invitandoli a guardare “behind the door”. E anche qui si ha la dimostrazione di come, anche nel muto, il cinema – evocando il sonoro – avesse già imparato a parlare.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.
La pagina Wikipedia inglese di Behind the Door.
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