Deepwater – Inferno sull’oceano

Deepwater – Inferno sull’oceano

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Peter Berg porta sullo schermo la vera vicenda della Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera che andò a fuoco nel 2010, e la tratta come se stesse girando un war-movie. Interessante e scomposto, ma da non sottovalutare.

Burn, Oil, Burn

Il 20 aprile 2010 sulla Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, si è verificato uno dei più gravi disastri mondiali causati dall’uomo. Questo film racconta una storia di vitale importanza che molti non hanno visto: la storia dei 126 lavoratori che si trovavano a bordo della Deepwater Horizon quel giorno, sorpresi nelle più strazianti circostanze immaginabili – uomini e donne altamente specializzati che riponevano in un faticoso turno le speranze di tornare dalle loro famiglie ed alle loro vite sulla terraferma. In un attimo, si sono trovati catapultati nel giorno più brutto della loro vita, spinti a trovare il coraggio per combattere contro un inarrestabile inferno di fuoco nel bel mezzo dell’oceano e, quando tutto sembrava perduto, cercare di salvarsi l’un l’altro. [sinossi]

Deepwater Horizon, negli Stati Uniti, è diventato oramai sinonimo sia di disastro che di vergogna; quando, a un passo dalla primavera del 2010, un’esplosione produsse un incendio che portò in fondo all’oceano la piattaforma petrolifera, undici operai e molto, moltissimo greggio, si aprì un dibattito, rimbalzato poi anche al di là del mare (tanto in Europa quanto in Asia) sulle politiche ambientali, e sul diritto a un lavoro che non mettesse in pericolo né l’ecosistema né chi su quelle piattaforme deve andare a lavorare.
A sei anni di distanza da quei tragici eventi il cinema hollywoodiano decide di occuparsi della vicenda, riportando quel che accadde sulla Deepwater nell’alveo dell’intrattenimento duro e puro. Si potrebbe storcere il naso di fronte a una scelta di questo tipo, oppure accusa il gigante produttivo della Mecca del cinema di sfruttare una tragedia inserendola in un percorso che devia, fin dalle fondamenta, dalla verità. Senza andare a scomodare l’arcinota citazione fordiana sul rapporto tra realtà e mito desunta da quel piccolo grande saggio sul cinema, sull’indagine e sulla verità (ancora lei!) che è L’uomo che uccise Liberty Valance, non si può evitare di considerare letture di questo tipo limitate, per non dire reazionarie.

Peter Berg, newyorchese cinquantaduenne, non è ancora un nome noto al grande pubblico italiano, e in pochi si sono lanciati in esegesi critiche del suo approccio alla regia. Eppure si muove all’interno del suo cinema un filo rosso, che lega e intreccia le vicende più disparate: c’è uno sguardo, nelle opere di Berg, che non è prono ai diktat produttivi e non si accontenta mai di dare immagine a uno script. Lo dimostra anche questa nuova sortita dietro la macchina da presa, che si affida in fase di scrittura anche all’ingegno di Matthew Michael Carnahan, già autore delle sceneggiature di Leoni per agnelli di Robert Redford, State of Play di Kevin MacDonald, World War Z di Marc Forster e al lavoro su The Snowman, il nuovo thriller di Tomas Alfredson (Lasciami entrare, Tinker Tailor Soldier Spy) che vedrà la luce nell’autunno del 2017. Carnahan e Berg lavorarono già insieme una decina di anni fa, ai tempi di The Kingdom, action scritto anche da Michael Mann che si interrogava – con non poca sapienza nell’utilizzo degli spazi – sul concetto di “terrore”.
Parla di terrorismo e guerra, come buona parte della filmografia di Berg, anche Deepwater, che cerca in gran parte riuscendovi di far comunicare tra loro il film di inchiesta e il disaster-movie. Senza venire mai meno alla propria vocazione spettacolare – e la mezz’ora che mette in scena realmente l’inferno di fuoco e petrolio che distrusse la piattaforma è diretta con grande intelligenza, evitando la grana grossa e concentrandosi sul convulso incedere degli eventi – il film trova anche lo spazio necessario per fungere da promemoria storico per lo spettatore più disattento e impigrito.

Non tutto gira come dovrebbe, e Berg non può evitare qualche caduta nel sensazionalismo e nella retorica (che è però coerente con il suo stile: là dove c’è un chiaro impianto da cinema bellico si riscontra una retorica sull’eroismo tipica del genere di riferimento), soprattutto subito prima dei titoli di coda, eppure l’impressione è che Deepwater riesca a raccontare l’America di oggi con una purezza di sguardo che sembrerebbe appartenere a tempi oramai andati. Traslando i codici del war-movie nel racconto di un fatto realmente accaduto, e su cui grava anche la connivenza del governo a stelle e strisce, Berg trasforma Deepwater in un’opera di impegno civile, aprendo un dibattito per niente sterile sul senso di appartenenza, sullo sfruttamento dei lavoratori e su quello di un ambiente trattato con superficialità e arroganza.
Un cinema (quasi) politico, mai indimenticabile ma anche in grado di rapire l’occhio pigro dello spettatore da multiplex. E di farlo non solo per mostrare, ma anche per raccontare e, se possibile, ricordare.

Info
Il trailer di Deepwater.
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