A Strong Man

A Strong Man

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Fulgido esempio di una cinematografia polacca muta giunta all’apice della maturità, A Strong Man di Henryk Szaro mescola espressionismo e afflato romanzesco. A Pordenone 2016.

Nell’inferno dell’ego

Il giornalista Henryk Bielecki non ha molto talento, ma è pronto a tutto pur di diventare uno scrittore famoso. Niente lo fermerà dal trasformare i suoi sogni di gloria in realtà. [sinossi]

Sovrimpressioni ardite, vertigini moderniste di neon intermittenti, una storia quasi orrorifica di omicidio e impostura. Mescola con sapienza il gusto avanguardistico della sinfonia urbana, l’espressionismo di marca teutonica e il dramma sociale più tetro A Strong Man (Mocny czlowiek, 1929) di Henryk Szaro, tra le riscoperte più sorprendenti proposte dalle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2016. Tratta dal romanzo di Stanislaw Przybyszewski (anche Mejerchol’d ne firmò un adattamento cinematografico, andato poi perduto) e inserita all’interno della retrospettiva dedicata al cinema muto polacco del primo dopoguerra – pagina aurea per una produzione sospinta dall’entusiasmo di una conquistata indipendenza nazionale che sarà tristemente di breve durata -, la pellicola di Henryk Szaro mostra una sensibilità colta e cosmopolita e un spiccato gusto per la narrazione romanzesca più intricata e avvincente.

Protagonista di questa storia di perdizione e dannazione di stampo faustiano è il giornalista squattrinato Henryk Bielecki (Gregori Chmara, noto interprete del cinema della Repubblica di Weimar). Spinto da un’insopprimibile brama di fama e denaro, oltre che dalla miseria, Bielecki non esita a condurre al suicidio con un’iniezione di morfina l’amico scrittore Jerzy Gòrski (Artur Socha), per poi auto-attribuirsi e pubblicare il di lui valido manoscritto. Il successo del romanzo, dal titolo non certo casuale (almeno al livello metaforico) di “L’uomo forte” non tarda a manifestarsi, con tutti i correlati del caso, compreso l’arrivo per Bielecki di una nuova amante (una donna sposata) e un adattamento teatrale di quello che oramai è diventato un bestseller. Ma la moglie di Bielecki conosce la verità, e questo fatto, aggiunto al crescente senso di colpa che attanaglia l’impostore, provocheranno una spirale di menzogne senza fine, che lo farà piombare in una voragine priva di via d’uscita.

Di certo il titolo del romanzo rubato, “L’uomo forte”, suona quantomeno ironico, con quel suo alludere alla de-virilizzazione del poco talentuoso giornalista Bielecki, e nonostante il successo professionale e con le donne che l’uomo riesce nel corso del film a ottenere. Certo, la povertà lo ha condotto all’abominio dell’omicidio e del furto intellettuale, ma il denaro così biecamente conquistato, così come la donna sposata con cui intreccia una focosa relazione, rappresentano all’interno del film di Szaro dei meri sostituti di quell’onestà per sempre perduta, che sola costituisce l’inalienabile prerogativa dell’essere, per l’appunto, “uomini”. Il fine non giustifica i mezzi dunque in A Strong Man, fulgido esempio un un’arte cinematografica muta polacca assai matura (d’altronde siamo già nel 1929) e che pure conferma qui ad ogni fotogramma quanto il dialogo sia del tutto superfluo. Con A Strong Man Henryk Szaro si dimostra autore colto e raffinato, capace di mescolare senza troppi scossoni narrativi, e nonostante la copia a noi giunta non sia di fatto completa, l’afflato narrativo di un romanzo di de-formazione (numerosi gli eventi e i personaggi che punteggiano questa storia), uno stile espressionista mai gratuito (numerosissime e ardite le sovrimpressioni, orchestrate con sapienza dalla fotografia di Giovanni Vitrotti) e il gusto per il montaggio di marca sovietica (si vedano i crescendo sottolineati da didascalie foriere di funesti presagi). La raffigurazione quasi infernale di una Varsavia tentacolare e densa di perigliose tentazioni, apparenta poi A Strong Man alle sinfonie urbane, teutoniche e non, di cui Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone già dallo scorso anno ci stanno offrendo un quadro completo e variegato. Le sovrimpressioni urbane non possono poi non far tornare alla mente Aurora di Murnau (1927), altrettanto tragica vicenda di un onesto contadino che finiva vittima della malìa di una donna e di una città, entrambe splendenti quanto ambigue, tentacolari, corruttrici.

Ma anche la natura in A Strong Man, al contrario di quanto accadeva nel film di Murnau, ha smarrito oramai ogni potere di redenzione, e infatti a quelle fronde cupe che si stagliano nel vento vespertino, accompagnate dai lampi dalle nubi pesanti di un temporale in arrivo, Henryk Szaro associa le pulsioni passionali del suo protagonista nei confronti dell’amante adulterina, ennesimo errore, ennesimo presagio del tragico destino verso cui sta precipitando la sua morale oramai irrimediabilmente corrotta.
Comunque non è certo un mero film a tesi A Strong Man, o quantomeno non è soltanto un film che vuole farsi portatore di un’istanza moralizzatrice, e il fatto che nessuna redenzione sia possibile lo conferma. Quella portata avanti da Henryk Szaro è un’elaborazione stilistica che vive di un delicato e sapiente equilibrio, capace di turbare e ammaliare lo spettatore contemporaneo con un’evidente maturità nella gestione di suggestioni provenienti da altre cinematografie, quella tedesca e quella sovietica in primis. L’eleganza espressiva di A Strong Man non sovrasta poi la sua natura di dramma realistico, e questo avviene soprattutto grazie al fatto che Szaro non dimentica mai di tenere al centro della scena il suo protagonista, l’iper-espressivo Gregori Chmara, strumento corporeo indispensabile per trascinare lo spettatore in una rovinosa discesa all’inferno, dove l’attende una dannazione che nessun carosello di luminose insegne urbane, sgambettanti ballerine di vaudeville, scroscianti (seppur muti) applausi potrà mai redimere.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.
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