Bad Moms

Ancora memori del loro hangover del 2009, Jon Lucas e Scott Moore provano con Bad Moms a trasportarne l’idea in un diverso contesto: ma il risultato è fiacco, stereotipato e per larghi tratti irritante.

Cloni molto cattivi

Amy Mitchell, moglie, mamma e donna di successo, ha una vita apparentemente perfetta, che tuttavia la sta portando sull’orlo di una crisi di nervi. Stufa, Amy unisce le forze con le amiche Kiki e Carla in una missione che è una dichiarazione di intenti: liberarsi delle responsabilità convenzionali, darsi alla pazza gioia, e sconfiggere la perfida Gwendolyn, presidente dell’associazione insegnanti-genitori, a capo di una cricca di mamme perfette… [sinossi]

È abbastanza palese, in questo Bad Moms – Mamme molto cattive, il tentativo da parte di Jon Lucas e Scott Moore (sceneggiatori del fortunato Una notte da leoni) di replicare i risultati della commedia di Todd Phillips, prendendone di peso gli ingredienti e trasportandoli in un diverso contesto. Un’operazione (già tentata dalla coppia nel precedente Un compleanno da leoni) che è già concettualmente un azzardo, visto che parte della riuscita del film di Phillips, legata alla sua carica naïf, nasceva dalla spontaneità di un’operazione poco ragionata; più di pancia che di testa, legata a una concezione della commedia che da John Landis in poi ha attraversato tutti gli ultimi decenni di cinema americano.
La scarsa riuscita del sequel/fotocopia del 2011, e il fallimentare tentativo di cambio di registro del terzo episodio, datato 2013, stanno lì a testimoniare di un successo che fu frutto di un’intuizione felice quanto (probabilmente) casuale, difficilmente inscrivibile in una formula e ancor più difficilmente replicabile. Un’ulteriore prova dei danni che può fare l’”addomesticamento” forzato di un’idea semplice quanto efficace, e il suo utilizzo decontestualizzato, sta nei miseri risultati di questa seconda prova registica della coppia Lucas/Moore.

Ci sono tutti gli stereotipi del college movie e della commedia più “fisica”, nel film di Lucas e Moore, replicati con tanta dozzinalità e in modo così privo di agganci col soggetto, da generare fin dai primi minuti un latente senso di fastidio. L’idea, che forse si vuole espressione di una malintesa carica trasgressiva, di un gruppo di genitrici ribelli alle convenzioni, non viene qui neanche portata a quel parossismo sopra le righe, a quella carica esplicitamente grottesca propria di tanti prodotti analoghi, che probabilmente l’avrebbe liberata dal necessario confronto con la verosimiglianza.
La sceneggiatura mostra invece pretese, nei dialoghi come nei suoi snodi chiave, da commedia di costume: ma il suo svolgimento è talmente banale, le premesse e le conseguenze così esili, da dare subito l’impressione del mero pretesto. Prendere sul serio tre improvvisate mamme-eroine che da un giorno all’altro decidono di spezzare le loro catene, dandosi ai party e al divertimento sfrenato, e ingaggiando un’improbabile guerra con la malvagia presidente dell’associazione di insegnanti e genitori, è impresa davvero improba. Le psicologie, più che abbozzate, risultano elemento totalmente accessorio, le pretese di bozzetto sociale, espressione di un concetto di famiglia che era già vecchio trent’anni fa, riescono solo a indisporre.

Non è neanche colpa di Mila Kunis, Kristen Bell e Kathryn Hann (le cui voci, tra l’altro, vengono rese in italiano da un doppiaggio decisamente inferiore alla media) se i personaggi cuciti loro addosso urlano così spudoratamente i loro stereotipi, la loro inconsistenza narrativa, il loro essere espressione di supposti “tipi” sociali a cui nessuno può realmente credere.
Il turpiloquio insistito di una Hann che mostra la corrosività e la capacità di graffiare di uno sketch di Luciana Littizzetto, non riesce (e forse neanche vuole) coprire la natura edificante di un soggetto in realtà intimamente conservatore; in cui la messa in discussione delle strutture della famiglia tradizionale viene ridotta all’elogio dello sballo adolescenziale come atto di rottura.
Oltre alla natura palesemente pretestuosa del suo sottotesto sociale, alla sua incapacità di dire alcunché (pur semplicemente a livello di caricatura) con gli strumenti della commedia, va detto che il film di Lucas e Moore è anche carente dal punto di vista dell’intrattenimento: con un potenziale comico quasi tutto affidato allo sboccato personaggio interpretato dalla Hann, e ai disastri a cui va puntualmente incontro Mila Kunis, il film manca di ritmo ed è irrimediabilmente esile (e prevedibile) nella sua struttura. Appena si capisce la direzione che il copione vuole prendere, e il ruolo della “nemica” interpretata da Christina Applegate, è desolatamente facile indovinare i principali snodi narrativi della trama, e finanche il suo telefonatissimo finale.

Non avrebbe molto senso accanirsi contro un prodotto come questo Bad Moms se la sua inconsistenza non fosse accompagnata da quelle pretese, da quella carica falsamente anarchica e ribellistica, da quella velata ipocrisia concettuale, che lo rendono fastidioso oltre che povero. Malgrado il lancio italiano del film, la godibile casualità (e ingenuità) dell’hangover che i due registi/sceneggiatori concepirono nel 2009, resta davvero un lontano ricordo.

Info
Il trailer di Bad Moms – Mamme molto cattive.
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