Jay Weissberg: “Il muto non è nostalgia”

Jay Weissberg: “Il muto non è nostalgia”

La difesa della pellicola, l’apertura verso un pubblico che non sia fatto di soli specialisti e il tentativo di sganciare il cinema muto da una dimensione nostalgica: sono queste le linee guida di Jay Weissberg per le Giornate del Cinema Muto, festival che dirige da quest’anno. Lo abbiamo incontrato a Pordenone.

Partirei da quello che mi avevi detto lo scorso anno e cioè che avresti fatto il possibile per aumentare il numero di proiezioni in pellicola rispetto a quelle in DCP. E l’impressione è che sia andata effettivamente così, che sei riuscito a mantenere questa promessa.

Jay Weissberg: Sì, non ho fatto un confronto preciso tra lo scorso anno e quest’anno, ma forse è vero che la proporzione è aumentata in favore delle pellicole. Comunque, non per tutti i film è stato possibile. Ad esempio, Il ladro di Bagdad sarebbe stato meglio averlo potuto proiettare in 35mm, ma purtroppo abbiamo dovuto farlo in digitale.

Però ho avuto l’impressione che comunque il DCP di Il ladro di Bagdad fosse buono, mentre mi è sembrato di non buon livello quello di Monte-Cristo

Jay Weissberg: Già, e sono rimasto un po’ deluso anche dal DCP della versione italiana di Nanà.

Poi c’è stato il problema di L’onore riconquistato, un altro film italiano presentato qui al festival, un film del 1913 che non è stato possibile proiettare a 18 fotogrammi al secondo (come era consuetudine all’epoca) perché il trasferimento su supporto digitale era stato fatto a 24 fotogrammi. E con il DCP, al contrario di quel che accade con la pellicola, non si può cambiare la velocità di proiezione. Un’altra conferma, se vogliamo, dei limiti e delle rigidità del digitale.

Jay Weissberg: Già, è così. Questo è un altro grande problema del digitale. Certo, ogni anno il digitale è un po’ meglio, i registi che ci lavorano seriamente stanno cominciando a trovare delle chiavi di lettura interessanti. Ma tutt’altro discorso è per i film del passato. E tuttavia anche nel presente continuo a vedere i limiti di questa tecnologia. Ad esempio sono rimasto molto deluso a Venezia da Frantz. L’ottanta per cento del film, infatti, è in bianco e nero, ma è così chiaro che è stato creato artificialmente! Non si ritrovano nel film di Ozon i valori classici del bianco e nero, non solo la stratificazione di toni, ma anche il calore dell’immagine, è tutto così freddo. Insomma, ho ancora molti problemi a vedere film in digitale. A Venezia poi c’era questo documentario, Cinema Future di Michael Palm, con un po’ troppa voice over, ma molto chiaro nel porre la questione pellicola/digitale.

Proprio qui alle Giornate è capitato di discutere con altri accreditati a proposito del tema pellicola/digitale che a noi sta molto a cuore [vedere in proposito, Conversazione sul restauro, n.d.r.]. Se ne è parlato anche per via di alcune proiezioni pordenonesi in 35mm di copie d’epoca, e dunque non restaurate e tutt’altro che in perfette condizioni, come ad esempio La caduta della dinastia Romanov. Quel che è interessante è che il dibattito sembra poter assumere delle connotazioni generazionali, vale a dire che – orientativamente – chi ha vissuto gli anni Sessanta e i Settanta, e dunque ha potuto partecipare all’epoca eroica dei cineclub, fatta di copie rovinate, di proiezioni avventurose, ecc., vede nel digitale l’agognato progresso tecnologico; mentre al contrario chi è più giovane e quell’epoca non l’ha vissuta vuole vedere film in pellicola. Mi sembra un curioso paradosso, che in qualche modo riflette anche la gestione delle Giornate, visto che il tuo predecessore, David Robinson, non è così legato all’immagine analogica.

Jay Weissberg: Sì, è vero! È curioso, e non l’avevo mai pensata in questi termini. Anzi, in generale, spesso mi capita di verificare come le nuove generazioni non abbiano la capacità di vedere la differenza tra un DCP e un 35mm… Ma poi in effetti, proprio in questi giorni, David Robinson è intervenuto per dire che a volte neanche lui la nota questa differenza. Comunque, è sempre una questione di capitalismo. L’industria va in una direzione ed è quasi impossibile combattere contro questa cosa. Parlavo recentemente con un collezionista di circa sessant’anni che invece è legatissimo alla pellicola e non vuole vedere film in digitale. E lui lamentava una mancanza che abbiamo qui alle Giornate: il fatto di non proiettare più in 16mm. Anche perché avrebbe molte cose interessanti in quel formato, e come lui tanti altri collezionisti. Per fortuna adesso è possibile alla Cineteca del Friuli fare il transfert dal 16 al DCP, ma ho una mezza idea di provare a recuperare il proiettore che ancora adesso hanno a Cinemazero [l’altra sala del festival, oltre al Teatro Verdi, n.d.r.]. Dicono che c’è e vorrei verificare in che condizioni si trova.

Passerei ora a parlare del programma di quest’anno, dove ho notato la presenza di molti film americani. Non solo l’omaggio all’arte scenografica di John Cameron Menzies, ma anche quello a John H. Collins, e poi le origini del western… È un caso o è il frutto di tue precise scelte?

Jay Weissberg: No, è più un caso. Intanto perché il programma su Menzies l’ho ereditato da David. Inizialmente avremmo voluto farlo nel 2015, poi per vari motivi legati a dei film che dovevano essere restaurati l’abbiamo posticipato a quest’anno. Inoltre c’era già dall’anno scorso la grande rassegna americana sul western, dedicata alle origini del genere, che è proseguita in questa edizione; mentre John H. Collins è stata un’idea di Paolo Cherchi Usai. E in generale devo dire che la maggior parte dei suggerimenti che mi arrivano sui programmi da fare riguardano sempre il cinema americano. Certo, i divi statunitensi sono l’aspetto relativo al cinema muto che ancora adesso attrae di più ed è vero che è più facile che i giornali parlino di te se proietti un film con Greta Garbo, però vorrei provare a fare anche un altro tipo di cinema. E a questo punto posso dire con certezza che, rispetto a quest’anno, nel 2017 ci saranno più film europei, e anche giapponesi. Oltre al terzo anno dedicato a Luca Comerio, faremo anche altri film italiani, mentre l’omaggio al western delle origini si concentrerà su degli esempi primordiali del genere in ambito europeo. Penso in particolare a un western olandese, che trovo eccezionale…Ma è indubbio che il cinema americano è molto popolare ed è ricchissimo di commedie. E ogni anno bisogna fare delle commedie, è un elemento che non può mancare nel programma. Ah, infatti, per tornare al discorso sui tanti film statunitensi, l’omaggio di quest’anno ad Al Christie, le Christie comedy, è stata una mia idea.

In tutto questo però ben venga uno come John H. Collins, un regista eccezionale che faceva un tipo di cinema completamente alieno all’idea delle star e i cui film sono stati riproposti quest’anno al festival.

Jay Weissberg: Sì, è un regista molto moderno, con un uso del montaggio incredibilmente espressivo…

E poi in tutti i suoi film, almeno in quelli che siamo riusciti a vedere, e cioè The Girl Without a Soul, Blue Jeans e Riders of the Night, sembra di ritrovare un preciso discorso autoriale: partendo cioè da una o più storie d’amore, Collins ci racconta ogni volta la difficile formazione della ‘famiglia americana’ – e dunque della nazione – capace alla fine di perdonare anche chi ha sbagliato. Tutto questo nella dimensione di un’America rurale.

Jay Weissberg: L’aspetto rurale, cosa è l’America, il battere il tasto su un certo tipo di valori americani: sì, sono le caratteristiche del suo cinema. Ma non era l’unico. Infatti, non per il 2017, ma nei prossimi anni vorrei fare un programma sull’ideale dell’America rurale, le cui incarnazioni letterarie più famose sono quelle di Mark Twain, dall’Huckleberry Finn a Tom Sawyer. E tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti c’era in effetti anche nel cinema americano una sorta di movimento, molto forte, che decantava l’ideale del provincialismo. Un sentimento che, se vogliamo, torna a essere attuale nell’America contemporanea.

Già, anche nel cinema. Mi viene in mente proprio ora American Honey, visto allo scorso Festival di Cannes, dove la protagonista è sostanzialmente una vagabonda, come è all’inizio il personaggio femminile di Blue Jeans. In entrambi i film poi c’è l’aperta condanna del puritanesimo.

Jay Weissberg: È vero. Anche in American Honey, in effetti, viene descritta questa società divisa in classi e vi è la descrizione di un mondo suburbano. Speriamo di riuscire a fare prossimamente altri film di Collins. Ce ne sono altri, in effetti, diretti per la Edison, che però non sono ancora stati restaurati e quindi non è stato possibile proiettare per ora. Perciò voglio parlare con il Museum of Modern Art per invitarli a restaurarli, anche perché mi sembra di poter dire che è rinato l’interesse intorno a Collins.

Un altro film che mi ha colpito quest’anno è Behind the Door che – sempre per restare in tema di cinema americano – ha un aspetto molto inusuale: un protagonista di origine tedesca.

Jay Weissberg: Sono ossessionato da questo film. Per anni ho collezionato foto e manifesti, perché non si trovava nulla. Finora l’avevo visto solo nel monitor del pc. E quando l’ho visto su grande schermo mi sono reso conto che la sua forza sta nella descrizione dell’amore tra il protagonista e la moglie. Come dice una didascalia nei primi minuti del film: l’amore di lui non è l’amore ingenuo di un ragazzo, quanto quello di un uomo maturo. Ci crediamo a questo amore ed è per questo che poi la vendetta è così brutale. Behind the Door è un film veramente incredibile.

Sempre per restare al programma di quest’anno, ho molto apprezzato alcuni accostamenti, come ad esempio la sera in cui è stato proiettato Tempest (1928), film americano pre-Dottor Zivago con John Barrymore in cui si condanna la Rivoluzione russa, e a seguire La caduta della dinastia Romanov, documentario di montaggio del 1927 fatto per celebrare i dieci anni dell’Unione Sovietica. Due film sullo stesso tema, ma con un approccio – anche ideologico – completamente diverso.

Jay Weissberg: Sì, infatti voglio continuare a giocare tra questa idea della verità e la percezione della stessa. Ad esempio, tra gli anni Dieci e i Venti, esistevano tanti romanzi ambientati nella Ruritania, un paese inventato dell’Est Europa che era simile al Montenegro, ma immaginario. C’è anche un volume di Tintin, Lo scettro di Ottokar del 1939, che ha questa ambientazione di fantasia e che lì ha il nome di Syldavia. Quindi vorrei programmare dei film di fiction ambientati in questi regni ipotetici, da associare però con dei cinegiornali dedicati veramente a questi paesi. Confrontare realtà e mitologia, dove c’è sempre un discorso di propaganda ovviamente, ma sviluppato in maniera differente. È per questo dunque che ho fatto insieme Tempest e La caduta della dinastia Romanov. E a tal proposito mi è capitato tante volte di parlare con degli storici, anche per avere un confronto con loro, o magari suggerimenti su cosa poter trovare, e una cosa che mi stupisce sempre è come loro non si vadano a cercare del materiale filmato. Ad esempio, una mia amica ha scritto un libro su Violet Gibson, la donna che nel ’26 attentò a Roma alla vita di Mussolini. Ebbene, lei – nel lavoro di documentazione che ha fatto – non ha mai cercato immagini di questa cosa. E sono quasi sicuro che ci siano immagini in movimento di questa donna, se magari non prima dell’attentato, certamente dopo. Rimango sempre sorpreso da come i campi di studio siano spesso incomunicabili tra loro. E vorrei fare qualcosa in tal senso, invitando per esempio degli storici a venire qui alla Giornate. Ma, anche, che so, parlando di cinema e danza, mi sembra fondamentale avere l’opinione di storici della danza. Oppure, per il lavoro che sto facendo sul cinema ottomano [vedere l’intervista dello scorso anno per approfondimenti, n.d.r.], vorrei coinvolgere anche gli storici dei costumi…

L’anno prossimo ci sono alcune importanti ricorrenze, tra cui il centenario della Rivoluzione russa. Pensavi a un omaggio specifico in tal senso?

Jay Weissberg: Non ne sono molto convinto. Non mi piace fare delle cose solo perché si celebra un anniversario, non è una vera programmazione. E poi, subito dopo, si finisce per dimenticare. Anche per la Prima Guerra Mondiale…bisognerebbe farsi venire delle vere idee di programmazione, poter contestualizzare la guerra in un modo, se non nuovo, almeno diverso. Quindi per la Rivoluzione russa faremo uno o due film, credo. Non di più.

Un altro degli argomenti di cui avevamo parlato lo scorso anno era quello di provare ad avvicinare il pubblico italiano al festival, un pubblico sia di appassionati che specialistico.

Jay Weissberg: Non so come sia andata esattamente quest’anno perché non ho i dati, comunque c’è ancora del lavoro da fare. Intanto vorrei coinvolgere di più il territorio, e in tal senso ho incontrato l’assessore alla cultura di Sacile, incontrerò anche quello di Pordenone, ho parlato con il direttore del Teatro Verdi. Poi, ad esempio, vi è da dire che nessun italiano quest’anno ha fatto l’application per il Collegium, che è il ciclo di incontri specialistici che si tiene ogni anno qui alle Giornate, una iniziativa fondata proprio da David e rivolta soprattutto alle giovani generazioni. Il fatto che quest’anno non ci fossero italiani è, secondo me, una cosa molto preoccupante. Perciò voglio parlare anche con i docenti e gli studiosi italiani per dire che dobbiamo fare qualcosa di più per stimolare la partecipazione dei giovani. Certo, abbiamo gli archivisti, i cinetecari, gli studiosi, ogni anno, ma sono sempre gli stessi. E questa è una questione che, ovviamente, riguarda anche la stampa italiana. Bisogna riuscire ad allargare la concezione delle Giornate come di un festival che non sia rivolto solo a degli specialisti, a una ristretta nicchia di specialisti tra l’altro.

Ad esempio, al confronto, il Cinema Ritrovato di Bologna ha una dimensione sempre più cool, persino nazional-popolare.

Jay Weissberg: Certo, loro sono avvantaggiati da una serie di cose, dal periodo in cui si svolge il festival – a luglio invece che a ottobre, quando fa freddo e sono già iniziate le scuole – al fatto che è più facile attirare pubblico con il cinema sonoro. Poi c’è la summer school per gli archivisti, e altre cose ancora. Per fortuna noi quest’anno non avevamo solamente il Collegium composto da dodici studenti, ma anche sedici giovani archivisti che venivano da Londra.

Vi è anche da dire che a Bologna rispetto a Pordenone ci sono molti più incontri dedicati al tema del restauro, e fatti con un approccio più apertamente divulgativo. Avete pensato anche voi di seguire la stessa strada?

Jay Weissberg: Non voglio fare troppi incontri, perché siamo qui per vedere i film. Abbiamo un catalogo ben curato, pieno di informazioni, e dunque non trovo indispensabile fare questo tipo di conferenze. Secondo me dobbiamo trovare altri modi. Ad esempio, ho parlato in questi giorni con il marito di una studiosa che sta facendo un documentario sulla musica nel cinema muto americano. Sostanzialmente lui era la prima volta che assisteva alla proiezione su grande schermo di film muti, e ne è rimasto molto affascinato. Bisogna saper ‘catturare’ il pubblico, nella certezza che non si può non rendere conto della grandezza di questo cinema.

L’anno scorso avevate un testimonial d’eccezione come John Landis, in passato c’era Sergio Leone. È una strada percorribile?

Jay Weissberg: Senz’altro, ma non è facile. Abbiamo bisogno di nomi famosi per la stampa, e subito dietro la stampa ci sono i sostenitori e poi i fondi per sostenere il festival. Ad esempio un regista come Tarantino, che viene sempre descritto come uno sfegatato cinefilo e lo è naturalmente, non ha mai detto nulla – a quanto so – sul cinema muto. La sua passione si limita agli Sessanta e Settanta. Questo per dire che non è facile trovare delle personalità che possano fare da ambasciatori per le Giornate. D’altro canto, io sono fortunato perché giro per i festival tutto l’anno e dunque posso fare da collegamento tra questo mondo e il nostro mondo, anche per dire in realtà: “Guardate che siamo lo stesso mondo”. Del resto l’immagine che ho scelto come poster quest’anno [Douglas Fairbanks che guarda verso di noi con le braccia aperte, n.d.r.] è un modo per dire che siamo accoglienti e aperti, non solo agli specialisti. E poi c’è da fare questo discorso: bisogna far capire che non siamo schiavi qui alle Giornate di un’idea di nostalgia falsa verso il passato, di una nostalgia illusoria che guarda a un immaginario passato del cinema. No, non è così, e anzi come abbiamo detto più volte, il muto serve a guardare anche il presente. Tra l’altro, ad esempio, io non sopporto mai quel cinema che guarda con nostalgia a un mondo idealizzato che non è mai esistito, un cinema come quello che in Italia fa Pupi Avanti, con i suoi anni Quaranta e Cinquanta inventati e idilliaci. Non mi piace proprio.

A proposito della ‘contemporaneità’ del cinema muto sono rimasto sbalordito da un film come Algol, che sembra prefigurare diverse Germanie, non solo quella nazista, ma anche quella attuale…

Jay Weissberg: Sì, è così. Tra l’altro, devo dire che di questa tentazione alla nostalgia sono un po’ colpevole anch’io, perché dopo che mi immergo una settimana qui o a Bologna ho voglia di non voler tornare più nel mondo contemporaneo. Ma è una sensazione che dura solo qualche giorno e poi passa. Ad esempio, c’è un libro dedicato alla Prima Guerra Mondiale nel mondo arabo che è stato pubblicato due anni fa in cui l’autore, secondo me, ha scritto una cosa veramente bella. E cioè che non dobbiamo mai dimenticare che in quegli anni c’erano guerra, malattie, fame, miseria, ma allo stesso tempo c’era anche la speranza verso un futuro migliore. Un sentimento che non c’è più nel mondo contemporaneo, o quantomeno non riesco a percepirlo io. Perciò anch’io devo combattere contro l’idea di nostalgia, e lo devo fare, come dire, in un modo intellettuale.

Info
il sito delle Giornate del Cinema Muto.

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