American Pastoral

American Pastoral

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Esordio coraggioso ma maldestro di Ewan McGregor, American Pastoral punta tutto sul mero plot del romanzo di Roth, senza riuscire a restituirne l’amarezza e la disillusione.

America perduta

Seymour Levov detto “lo Svedese” è un uomo che dalla vita ha avuto tutto: bellezza, carriera, soldi, una moglie ex Miss New Jersey e una bambina a lungo desiderata, ma il suo mondo pian piano va in pezzi quando la figlia ormai adolescente compie un attacco terroristico che provoca una vittima. Come è possibile che una tragedia di queste proporzioni sia accaduta proprio allo Svedese, la persona che per tutta la sua vita ha incarnato il Sogno Americano? Dove ha sbagliato? [sinossi]

Il cinema è la vita senza le parti noiose. Recita pressapoco così uno dei più celebri aforismi pronunciati da Alfred Hitchcock, che riecheggia più volte nella mente di fronte alla visione del primo, atteso adattamento di American Pastoral, tra i romanzi di Philip Roth forse il più celebre e acclamato (vinse il premio Pulitzer nel 1998), misteriosamente (ma non troppo) ancora non trasposto sul grande schermo. A impegnarsi nell’ardua impresa è ora il volenteroso e a dir poco coraggioso Ewan McGregor, che già doveva essere protagonista della pellicola nel 2014, quando per la regia era stato annunciato il nome di Phillip Noyce (sì, quello de Il collezionista di ossa e Ore 10: calma piatta).
Naufragato quel progetto, di fronte all’ipotesi di vedersi sfumare l’occasione di interpretare un ruolo così iconico quale quello dello “Svedese”, McGregor non deve certo aver esitato poi tanto a imbracciare la macchina da presa e mettersi in gioco nel doppio ruolo di regista e protagonista del film. Il risultato, purtroppo, non è dei migliori. E le ragioni del fallimento sono da rintracciarsi proprio nella mancata realizzazione di quel che diceva Hitchcock: nell’adattare il romanzo di Roth, regista e sceneggiatore (John Romano, quello di Come un uragano, tratto da Nicholas Sparks) hanno deciso di eliminare tutte le parti vitali del romanzo, tenendo solo quelle noiose. E con parti “noiose” si intendono qui i meri eventi contenuti in un libro che fa del flusso di coscienza e della memoria, il suo elemento fondativo.

Ecco allora che Nathan Zuckerman, il narratore della storia, incarnato (troppo brevemente) da un come al solito sublime David Strathairn, si ritrova ad affrontare una rimpatriata scolastica nel suo vecchio liceo e qui incontra Jerry Levov (Rupert Evans) e viene così a scoprire la triste storia di suo fratello, Seymour “Lo svedese” Levov (McGregor), atleta formidabile ed eroe del liceo, di come ha sposato Miss New Jersey, ha portato avanti con successo la fabbrica di guanti paterna e di come poi la sua vita sia stata devastata da un attentato all’ufficio postale ordito dalla sua adorata, unica figlia Merry (Dakota Fanning). La forza impressionante del romanzo di Philip Roth è dunque tutta nel fluire dei ricordi, quelli di Zuckerman, di Jerry, e dello stesso Seymour, che assommati e mescolati all’immaginazione del primo, si fanno man mano epitome di una perdita dell’innocenza che dall’individuo (Seymour, Merry) si allarga all’intera America. Nell’intervallo tra il secondo dopoguerra, la guerra in Vietnam e lo scandalo Watergate si consuma insomma la parabola discendente di una Nazione che, come lo Svedese, aveva tutto, e ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare.
Succede raramente che, nel caso di un adattamento libresco, si lamenti l’assenza di una voce narrante, solitamente campanello d’allarme di una trasposizione svogliata e poco attenta, eppure di fronte al film di McGregor si percepisce nettamente proprio la mancanza delle parole del romanzo, dal momento che non vi è più traccia dello spirito cinico e disilluso del narratore (Roth e il suo alter ego Zuckerman), resta solo la disillusione inebetita stampata sul volto dello Svedese.

McGregor con quel suo volto senza età, un po’ gommoso e parecchio truccato è anche piuttosto adeguato ad incarnare quel personaggio su cui Philip Roth ha costruito la parabola discendente del sogno americano, ma la faccia giusta non è certo sufficiente, come non lo sono il plot estratto dal libro e i suoi personaggi.
E così si va a creare uno strano paradosso: di fronte alla visione di American Pastoral ci si accorge che la sua storia di fatto non dura più di una ventina di minuti, con buona pace delle oltre 300 pagine di romanzo. E anche il fatto che McGregor si prenda poche libertà non apportando mutamenti alle vicende, conduce questa sua opera prima fuori strada, impedendole di tentare di trasferire in maniera personale nelle immagini tutta la potenza della pagina di Roth. La causa è da ascrivere anche alle scelte registiche, eccessivamente pudiche, quando non piatte. American Pastoral è infatti composto per ampia parte da una serie di sequenze di dialogo orchestrate in campo/controcampo e anche quando potrebbe librarsi preferisce soffocare i suoi impulsi.
Ecco allora che l’emozione più forte che prova lo Svedese è avere il fiatone dopo aver fatto le scale, mentre quando la moglie inizia ad avere qualche cedimento di nervi, lo esprime facendosi trovare nella fabbrica del marito vestita solo della sua fascia da Miss, oppure esterna tacitamente il suo dolore vendendo le sue amate vacche. Infine, la donna si prodiga in un monologo esplicativo quando oramai abbiamo capito tutto da un pezzo. A poco vale il talento recitativo di Jennifer Connelly se utilizzato in maniera così poco efficace e anche la scelta che appare in un primo momento azzeccata di far incarnare la balbuziente Marry a Dakota Fanning, non porta poi da nessuna parte, giusto a qualche proclama di fanatismo e ribellione, privo di costrutto.
Manca ad American Pastoral oltre a una riflessione sul romanzo, anche una rilettura degli eventi storici di quegli anni, lasciati troppo sullo sfondo e affidati ai telegiornali in salotto. Manca insomma un autore, sia esso Roth o McGregor, e così ci si ritrova, proprio come postulava Hitchock, di fronte alla sorpresa e non alla suspense, di fronte a una bomba che esplode, senza che gli spettatori provino alcunché.

Info
Il sito della Festa del Cinema di Roma.
Il sito ufficiale di American Pastoral.
La pagina twitter di American Pastoral.
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