Nascita di una nazione

Nascita di una nazione

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Il film più dibattuto della carriera di David W. Griffith ha più di cento anni, ma continua a suscitare diatribe e discussioni, pur essendo riconosciuto come la nascita di una nazione (cinematografica). Presentato in dcp alla Festa di Roma 2016.

Un paese e i suoi clan

Due fratelli, Phil e Ted Stoneman, vanno a Piedmond, nel Sud Corolina, a visitare la famiglia Cameron, loro cari amici. La loro amicizia però viene compromessa dalla Guerra Civile in quanto le due famiglie si trovano a combattere su due fronti diversi. Le conseguenze della guerra si ripercuotono sulle loro vite attraverso i vari fatti storici: lo sviluppo della stessa Guerra Civile, l’assassinio di Lincoln e la nascita del Ku Klux Klan. [sinossi]

In quale momento è lecito proclamare la nascita di una nazione? E quando invece si dovrebbe parlare della sua morte? Secondo alcuni gli Stati Uniti nacquero in seguito alla dichiarazione di indipendenza redatta dalla Commissione dei Cinque nel 1776; altri la retrodatano di pochi anni, ricordando la cavalcata notturna di Paul Revere per avvisare i compagni insorti dell’avanzata delle truppe inglesi (“English Coming! English Coming!”); per altri ancora, invece, bisogna attendere la conclusione della guerra di secessione e la legge per l’abolizione della schiavitù. Sembra essere di quest’ultimo avviso l’industria cinematografica, che ha raramente messo in scena i primi due episodi della Storia, preferendo concentrarsi sulla contrapposizione tra governo centrale e stati confederati del sud. I moviti di una tale predilezione possono essere molteplici, dall’enfasi drammatica contenuta nel concetto di scontro fratricida all’apparente semplicità della nella retorica del “prendere posizione”, anche se il tema dell’emancipazione dalla schiavitù divenne scopo centrale (quasi unico) della campagna bellica solo a guerra in corso, come mostra con una certa evidenza anche Lincoln di Steven Spielberg.
Tra i suddetti motivi sarebbe sbagliato non annoverare anche il ruolo svolto nella storia del cinema statunitense da nascita di una nazione di David Wark Griffith.

Sono trascorsi più di cento anni dalla prima proiezione pubblica di Nascita di una nazione, e ancora rimbomba la eco delle roventi polemiche che accompagnarono l’uscita del film nelle sale. Non potrebbe essere altrimenti, considerata la grave questione sociale che attanaglia la prima potenza mondiale, con gli afrodiscendenti non più schiavi sulla carta costituzionale, ma ancora relegati sullo sfondo, costretti a guardarsi le spalle da forze dell’ordine che spesso sparano prima di fare domande, soprattutto se il sospetto ha la pelle scura. Gli stati di agitazione di Charlotte, con l’ordine di coprifuoco e la popolazione in strada per protestare contro gli abusi di potere della polizia, sono il fermo immagine televisivo che evidenzia con maggiore nettezza la problematica. I manifestanti sono quasi interamente afro-americani, come all’epoca dei “Los Angeles Riots”, nel 1992. Insieme a loro qualche sparuto gruppo di caucasici o wasp, e qualche persona dai tratti asiatici. Il problema, negli Stati Uniti che stanno per recarsi alle urne per scegliere tra un miliardario bianco laido e fascistoide, e una miliardaria bianca vicina all’epicentro del potere di Wall Street (sostituiranno un presidente nato nelle Hawaii e di discendenza anche kenyota, ma che non ha improntato la sua reggenza su un riequilibrio tra classi dominanti e classi dominate), è ancora lì, in quella questione razziale irrisolta che cento anni fa fece divampare l’ira nei confronti di Griffith e del suo film.
Le immagini dei membri della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People, fondata pochi anni prima della realizzazione di Nascita di una nazione da alcuni dei promotori del cosiddetto “Movimento Niagara”, e radicalizzatasi in seguito alla rivolta di Springfield del 1908) che picchettano le sale in cui il film viene proiettato fecero il giro del mondo, e sono reperibili ancora oggi. La questione razziale, la difesa e la promozione delle attività del Ku Klux Klan, e la lettura univoca degli Stati Uniti, nazione timorata di Dio ma scossa nelle profondità dalle genti “di colore”, è ancora oggi un elemento evidente in Nascita di una nazione, ed è difficile che non faccia storcere i nasi. L’indignazione è la minima reazione accettabile in uno spettatore di Nascita di una nazione, allora come oggi.

Tutti sanno che Griffith, come gesto riparatore – o supposto tale – girò appena un anno dopo Intolerance, in realtà assai più ambiguo sotto il profilo dell’interpretazione politica e sociale (“ideologicamente difficoltoso”, lo apostrofò Sergej M. Ėjzenštejn), ma in pochi sono a conoscenza del fatto che il regista statunitense redasse un’arringa difensiva tesa a scagionare le sue “colpe”, intitolata The Rise and Fall of Free Speech in America. Nel pamphlet si possono leggere passaggi come «Today the censorship of moving pictures, throughout the entire country, is seriously hampering the growth of the art. Had intelligent opposition to censorship been employed when it 6rst made itself manifest it could easily have been overcome. But the pigmy child of that day has grown to be, not merely a man, but a giant, and I tell you who read this, whether you will or no, he is a giant whose forces of evil are so strong that he threatens that priceless heritage of our nation-freedom of expression». Il testo, pubblicato e diffuso in un buon numero di copie all’epoca dei fatti, si apriva con un’epigrafe che citava, in memoriam, Cristoforo Colombo, Socrate, Gesù Cristo, Robert Emmet, Giovanna d’Arco, Johannes Gutenberg e Dante Alighieri, tutti portatori – par di capire – di una verità scomoda, di un verbo da diffondere, fosse esso tecnico, religioso, filosofico o politico.
Questo breve riassunto storico non serve di per sé a giustificare o ad avanzare pretese di difesa verso questa o quell’altra lettura politica del film (il punto di vista di Griffith è talmente netto da poter giustificare solo una bocciatura o un’acclamazione, con le sfumature lasciate volutamente in una posizione di retrovia), ma permette forse di cogliere un aspetto che a volte rischia di essere poco osservato, oscurato com’è dalla coltre ideologica che riveste l’intera pellicola. Con Nascita di una nazione viene alla luce, in maniera non più sopprimibile, il cinema statunitense. Prima che Hollywood diventasse quel luogo quasi di culto che ancora oggi riveste una posizione di primissimo piano nell’industria cinematografica mondiale, Griffith permette al cinema statunitense di emergere da un sottosuolo brulicante di idee e di dichiararsi al mondo. Non si tratta solo di una questione di gigantismo produttivo, che portò il film a un set di oltre due mesi e a un costo superiore ai centomila dollari – una cifra inavvicinabile per l’epoca, con la guerra che tra l’altro già infuriava in Europa –, e neanche ci si deve fermare alla mera questione narrativa, sulla quale di solito si concentra l’interesse degli storici del cinema. Certo, Nascita di una nazione dà un segnale forte all’immaginario cinematografico mondiale, ribadendo la volontà di un impasto ben amalgamato di velleità tecnico-fotografiche ed esigenze narrative, rompendo in maniera definitiva con l’impianto teatrale e aprendo il fianco ad alcuni dei generi fondativi del cinema a stelle e strisce, come il western, il melodramma e il film storico nel suo complesso, ma non basta.

Nascita di una nazione è il primo film ad aprire un dibattito attraverso l’immagine, e non il contrario. L’ideologia è solo un aspetto interno al film, ma è grazie alla costruzione delle inquadrature, e al modo in cui sono legate tra loro, che può esprimere tutto il suo potenziale. In un mondo del cinema ancora diviso tra l’aspetto più puramente circense del meraviglioso (i western dei primordi sono un susseguirsi di baruffe, inseguimenti, balzi a cavallo in corsa e cadute rovinose; in Europa d’altra parte si puntava ancora molto sull’effetto ottico, teso a generare l’oh di meraviglia dello spettatore) e l’immobilismo involontariamente astratta delle derive monumentali della nuova arte, Griffith riuscì a trovare un punto di svolta, la chiave per interpretare il Novecento, il nucleo fondante di una nuova società che avrebbe preso il sopravvento.

Come la Guerra scoprì i nervi tesi di popolazioni in eterno conflitto, radendo al suolo il preesistente e dando i natali a quell’ebollizione politica che porterà all’URSS, all’Italia fascista e poi più in là alla Germania nazista, Nascita di una nazione, film volutamente belligerante, in guerra con il proprio tempo, aprì il vaso di Pandora della Settima Arte, buttando all’aria senza troppi complimenti ciò che era esistito fino a quel momento. La narrazione non aveva più bisogno di spiegazioni durante le proiezioni – prassi oramai dimenticata, ma assai in voga, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, come insegna l’esperienza nipponica dei benshi –, perché l’immagine finalmente bastava a sé.
Vedere Nascita di una nazione, ancora oggi, è come assistere al Big Bang. Ciò che c’era prima, miliardi di galassie, trova conformazione, logica, vita. Il montaggio analitico sperimentato da Griffith permette allo spettatore di non aver più bisogno di altro se non dei propri occhi, della propria intelligenza e della propria capacità di analisi. Una rivoluzione che libera lo spettatore, gli concede pari dignità rispetto a quella finzione che sta prendendo corpo sullo schermo. Una rivoluzione fatta di totali e primi piani, dettagli e raccordi fino a quel momento completamente impensabili, o per lo meno non sperimentati. Basterebbe l’uso del montaggio alternato, a distanza di cento anni ancora in grado di far sobbalzare sulla poltrona il pubblico, per giustificare lo studio di Nascita di una nazione. Sarebbe forse esagerato affermare che Griffith ha inventato l’empatia tra pubblico e personaggi, ma la capacità di tratteggiare – sia in positivo che in negativo – i tipi sulla scena, magari facendo ricorso ai frequenti close-up, influenzerà in maniera profonda e proficua gran parte del cinema prima dell’avvento del sonoro, dagli Stati Uniti all’Europa.

In qualche modo è il testamento della nascita di una nazione tutta particolare, quella del cinema. Non solo tra coloro che lavorarono sul set si possono rintracciare i nomi (e i volti) tra gli altri di John Ford, Erich von Stroheim, Raoul Walsh, Jack Conway, Allan Dwan e W.S. Van Dyke, ma l’apporto dato dal film allo sviluppo del cinema, e in particolar modo alla lettura dello stesso come arte popolare e sperimentatrice nel medesimo momento, non ha forse eguali.
Questo non cancella, come già si è scritto, la turpe visione politica promossa da Griffith, ma diede al cinema la forza di essere elemento di reale dibattito, di “creare” un pubblico, di elevarsi come arte dalla misera rappresentazione al punto mediatico di contatto tra reale e immaginario, tra storia e idea, tra verità e messa in discussione della stessa. Nascita di una nazione arrivò sotto gli occhi, pare inorriditi, di Woodrow Wilson, alla Casa Bianca. Se ne dibatté nelle università, ci furono moti di protesta e (ma qui si entra in un territorio irto di insidie, un terreno spinoso dal quale è difficile non uscire con una lettura sanguinante) ispirò squallidi imitatori. Il corpo del giovane Jesse Washington penzolante, bruciato e martoriato dalla folla di Waco nel maggio del 1916, è forse la risposta migliore per capire qual era lo stato dell’integrazione nel sud degli States in quegli anni. Griffith andò a rinverdire i fasti di una lettura storica di parte che voleva nella “liberazione” fisica e morale dei neri il crollo del sistema politico, e i dissesti che rendevano davvero difficile la riunificazione degli Stati Uniti, promossa con slancio anche dal regista, come dimostra la figura di Abraham Lincoln. Una lettura approvata da molti storici reazionari dell’epoca, come i membri della Dunning School, per esempio. Accusare Nascita di una nazione di aver dato slancio al Ku Klux Klan è ovviamente fazioso e poco supportato da prove; la verità è che il film fotografa una verità, racconta un’America bestiale e pronta a qualsiasi aberrazione per difendere il proprio orticello. Ha il problema di giustificare un simile comportamento, non v’è dubbio, ma anche la forza per cercare di raccontare un popolo, e il suo rapporto con la terra. Altro aspetto che diventerà basilare nel cinema statunitense classico, e che prima del 1915 trovava collocazione sugli schermi solo in modo occasionale, e poco approfondito.
Il problema è cercare di risolvere la questione ancora oggi solo sotto un profilo puramente filosofico e morale, stigmatizzando (com’è giusto che sia) la visione politica di Griffith. Sarebbe invece più opportuno ripartire dalle immagini, e portare avanti la discussione politica e ideologica attraverso il cinema, grazie al cinema. Lo fece nel 1920, solo pochissimi anni dopo Nascita di una nazione, Oscar Micheaux nel fondamentale Within Our Gates, clamoroso viaggio alla ricerca del concetto del “new negro” che così tanta presa aveva sulla stampa dell’epoca. Un film afrodiscendente di straordinario impatto scenico, politico ed emotivo, che ancora oggi è pressoché sconosciuto, poco studiato e approfondito solo dagli studiosi dell’afro-american cinema. Il silenzio che ancora oggi ricopre Within Our Gates è forse la migliore risposta a chi si chiede cosa sia cambiato negli Stati Uniti degli ultimi cento anni. Perché i linciaggi esistono ancora, e il KKK non è morto, ha solo capito che i cappucci potevano creare qualche problema tecnico, come insegna una delle sequenze più sarcastiche di Django Unchained di Quentin Tarantino, altra ineffabile rilettura/omaggio/(s)mitizzazione della nascita di una nazione.

Info
Nascita di una nazione su Youtube.
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