Una

Una è una ventottenne che rintraccia il vicino di casa con il quale ebbe una relazione quando lei aveva appena tredici anni. Dramma in interni, convenzionale e poco appassionante nonostante un’ottima Rooney Mara. Alla Festa di Roma 2016.

Una volta soltanto

Una è una ragazza che vive ancora il trauma di aver avuto, appena tredicenne, una relazione sessuale con il suo vicino di casa, amico del padre. Ora l’ha rintracciato, e decide di andare a fargli visita… [sinossi]

Una va in discoteca, ha un rapporto occasionale nel bagno, se ne torna a piedi scalzi a casa, si fa la doccia e inizia a guardare con sguardo corrucciato alcune fotografie, quindi si veste ed esce di casa. Nessuno lo sa, ma sta andando a trovare Ray, l’uomo con cui ebbe una relazione quando aveva solo tredici anni, e lui è già oltre i quaranta. Ora, trascorsi quindici anni da quei fatti, è arrivato il momento di una resa dei conti, a quanto pare…
L’esordio dietro la camera del regista teatrale australiano (ma di base in Islanda, a Reykjavík) Benedict Andrews, prende a spunto una pièce, Blackbird, scritta dallo scozzese David Harrower, che si è anche preso cura della sceneggiatura del film. Harrower non ha però voluto snaturare la struttura del proprio racconto e così, eccezion fatta per alcuni salti indietro nel tempo – con la protagonista adolescente interpretata da Ruby Stokes, finora apparsa solo in produzioni seriali televisive –, Una rispetta in tutto e per tutto la sua origine teatrale. Personaggi rinchiusi in spazi determinati, soprattutto la fabbrica nella quale lavora Ray – che ora si fa chiamare Peter, per evitare che la gente possa ricondurlo a quella storia –, e dialoghi che servono a raccontare. Andrews si impegna a trasformare l’immagine nell’epicentro dell’interesse dello spettatore, ma fallisce continuamente il bersaglio nonostante l’ottima interpretazione di Rooney Mara, che aggiunge Una alla sua lunga galleria di caratteri disturbati, depressi o ansiosi che affastellano la sua oramai ricca filmografia.

“Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta. She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita. Did she have a precursor? She did, indeed she did. In point of fact, there might have been no Lolita at all had I not loved, one summer, an initial girl-child. In a princedom by the sea. Oh when? About as many years before Lolita was born as my age was that summer. You can always count on a murderer for fancy prose style. Ladies and gentlemen of the jury, exhibit number one is what the seraphs, the misinformed, simple, noble-winged seraphs, envied. Look at this tangle of thorns.”
Il celeberrimo incipit di Lolita, capolavoro letterario di Vladimir Nabokov e testo indispensabile per chiunque voglia cercare di comprendere il Novecento artistico, serve a centrare uno dei punti della questione: cosa vuole essere Una? Il racconto di un trauma infantile difficile da superare, l’amore mai sopito di un’adolescente per l’uomo che la deflorò, o forse l’incapacità di un adulto di resistere al desiderio per una ninfetta? All’apparenza, nulla di tutto questo. Se c’è un aspetto del film di Andrews che davvero risulta difficile decriptare è proprio l’intima necessità del racconto: anche Una e Ray/Peter sembrano personaggi sfocati, alla ricerca di una propria determinatezza che sembra sfuggire completamente sotto le loro dita. Certo, il film trasmette una continua tensione sessuale tra la Mara e Ben Mendelsohn (piuttosto monocorde e deludente l’interpretazione di quest’ultimo), ma è l’inevitabile reazione a un passato solo accennato dalle immagini e che appare ben più torbido di quanto in realtà non fosse. Perché allora cercare il malsano là dove sarebbe stato forse più interessante descrivere la “normalità” di un amore impossibile? E se questo aspetto non interessava, perché allora non volgere lo sguardo verso l’ossessione, il desiderio innapagabile, la memoria dolorosa solo perché ridotta a essere per l’appunto memoria?

Il film, che si perde anche dietro sottotrame inessenziali e risibili (l’assemblea sindacale, il tentativo del sottoposto di Peter di sedurre la ragazza, e via discorrendo), non ha a fuoco nessun obiettivo, e percorre solo la strada tortuosa dell’amore “sbagliato”, prendendo una deplorevole e involontaria strada bacchettona che nella realtà dei fatti la pièce e il regista stesso vorrebbero rifuggire. Da questa materia confusa escono solo gli occhioni della Mara, la fotografia ben curata e poco più. Peccato.

Info
Breve clip di Una.
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