Noces

Espressione di un tema spinoso, dichiaratamente prevedibile nella sua evoluzione, Noces testimonia di un regista dallo sguardo non banale, ma resta imbrigliato in una narrazione difettosa e poco equilibrata.

Problematico e (già) scritto

Da poco rimasta incinta, la giovane Zahira, figlia di immigrati pachistani in Belgio, viene invitata ad abortire dalla sua famiglia, che vuole darla in sposa in un matrimonio combinato. La ragazza si dimostra tuttavia restia ad interrompere la gravidanza, e rifiuta inoltre categoricamente l’idea di sposare un uomo che non conosce. [sinossi]

Al suo terzo lungometraggio, il regista belga Stephan Streker sceglie di affrontare direttamente il complesso tema del confronto interculturale, insieme a quello, collegato, dell’integrazione delle nuove generazioni di immigrati. Temi spinosi, ampiamente trattati dal cinema europeo degli ultimi decenni, che in questo Noces (A Wedding il titolo internazionale) vengono letti secondo l’ottica, e la sensibilità, di una diciottenne figlia di immigrati di origini pakistane. Quello di Streker (ex giornalista e critico cinematografico) è un film che unisce diversi motivi tematici e suggestioni, dalla forza dei precetti religiosi a quella delle norme familiari, dai legami primari che si fanno gabbia fino allo sradicamento (e alla conseguente identità scissa) degli immigrati di seconda generazione. Temi che deflagrano in quello che è il nucleo centrale della vicenda, ovvero la prospettiva del matrimonio combinato, unitamente a quella del suo rifiuto e alle conseguenze che quest’ultimo genera. Al centro, un personaggio che è esso stesso dolorosamente scisso, conteso tra le istanze di una libertà personale non completamente metabolizzata, quelle di una fede religiosa che soccombe di fronte alla forza dei legami familiari, e quelle di una responsabilità che da personale diviene sociale, con tutte le sue conseguenze.

Non succede nulla di diverso da ciò che ci si aspetta, in Noces, il cui soggetto non si discosta da ciò che tanto le cronache, quanto il cinema, hanno ampiamente documentato nel corso degli ultimi anni. Legato a uno sviluppo narrativo fatalmente già scritto, facilmente anticipabile laddove lo script sceglie di mostrare subito le sue carte, il film di Streker ha i suoi motivi di interesse essenzialmente nel modo in cui mette in scena la dolorosa vicenda della protagonista e della sua famiglia, nonché nella capacità dei suoi interpreti di ricostruirne le sfaccettature. Favorita da una regia che non lesina in primi e primissimi piani, ma anche da una narrazione che tiene il focus della vicenda costantemente puntato sul suo personaggio, la protagonista Lina El Arabi (esordiente sul grande schermo) offre una prova dolente e dalla riuscita non scontata.
È tuttavia l’intero coté visivo del film, a mostrare l’indifferenza di un tessuto urbano fatalmente alieno, falsamente accogliente e mai realmente assimilato come casa (dalla parte di umanità che racconta), a costituire il suo principale punto di forza. Il calore esibito dalla fotografia, a rappresentare un’integrazione esteriormente raggiunta in modo ottimale, contrasta in modo stridente con la freddezza di istituzioni (ivi compresa quella scolastica) incapaci di comprendere la portata dei problemi che si trovano a fronteggiare. Portata che il film invece sceglie, con tutte le conseguenze del caso, di esplicitare fin dai suoi primi minuti.

Espressione di un cinema sociale giocato in sottrazione, privo (ed è un bene) di qualsiasi ansia declamatoria, Noces resta però imbrigliato in una narrazione difettosa, che apre e non chiude digressioni, sottotrame, biografie personali. È interessante la scelta di aprire il film col motivo della gravidanza (e del programmato aborto) della protagonista, accompagnato dalla riflessione su come questo tema (tradizionalmente sentito e dirimente in contesto occidentale e cattolico) diventi per la famiglia della giovane Zahira elemento secondario, vero e proprio male necessario atto a coprire la rottura delle tradizioni e delle norme consuetudinarie messa in atto dalle azioni della ragazza. Un elemento che lo script utilizza però in modo maldestro sul piano dell’evoluzione narrativa e del coinvolgimento emotivo, dapprima lasciandolo ai margini, e poi espungendolo completamente da una vicenda che vuole restare altrove concentrata. Così, anche la love story che innesca la ribellione della protagonista resta nei fatti povera e schematica, traducendosi nell’introduzione di un personaggio mal scritto e altrettanto mal gestito dalla sceneggiatura.

Tutti gli elementi di cui il film di Streker si compone sembrano convergere, generosamente ma in modo fin troppo programmatico, allo scopo di mettere in scena la parabola umana, familiare e sociale della giovane protagonista; esprimendo un’urgenza tematica che, pur laddove evita la retorica esplicita, resta ingenua e poco equilibrata nel modo in cui viene tradotta in racconto cinematografico. Una tendenza al meccanicismo narrativo, alle forzature di trama esplicite (nel film se ne contano più d’una), all’ansia divulgativa atta a passare sopra ai concetti di misura ed equilibrio narrativi, che finisce per sottrarre credibilità, e presa emotiva, allo stesso cuore tematico del film.
Film a tema, anche se non a tesi, chiaramente innamorato del potenziale drammaturgico (pur con risvolti dichiaratamente già scritti) del suo personaggio principale, Noces finisce per tralasciare il contesto, mettendone poco a fuoco i dettagli, e sfumando il peso narrativo dei suoi singoli elementi. Le forzature di cui il film resta disseminato fanno sì che il risultato non sia pienamente soddisfacente, malgrado l’indiscusso gusto estetico del regista, e la sua genuina voglia di raccontare.

Info
Il sito della Festa del Cinema di Roma.
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