Genius

In Genius l’esordiente Michael Grandage trasforma Tom Wolfe in uno scrittore brillante quanto pazzoide e perennemente sopra le righe. Il genio come emblema della sregolatezza, secondo una visione mediocre e stantia.

O Lost

Colin Firth è Maxwell Perkins, l’editore passato alla Storia per aver scoperto scrittori come Ernest Hemingway e F. S. Fitzgerald e che un giorno si imbatté in Tom Wolfe, un prodigioso talento, praticamente un GENIO. Come tutti i geni, Wolfe era talmente consumato dalla sua arte da arrivare ad isolarsi completamente dal mondo e a sviluppare una malattia che lo porterà alla morte a soli 38 anni. [sinossi]

Tra i molti aggettivi che si possono abbinare a Genius, opera cinematografica d’esordio per il regista teatrale Michael Grandage, quello che con maggior persistenza torna a galla nel tracciato di pensieri post-visione è disonesto. Esistono due tipi di biografie possibili, quelle che cercano di condensare la verità di uno sguardo su una data persona ricorrendo all’artificio e ricostruendo senza smarrire il senso del vero e, al contrario, quelli che in maniera ai limiti del lecito si fingono rispettosi della materia di partenza per poi usufruirne a proprio piacimento senza porre limiti all’invenzione. Entrambi gli approcci al biopic, in realtà, potrebbero essere validi, se fossero guidati da un senso profondo, da un’etica, da un motivo portante.
Genius porta sul grande schermo la storia del rapporto tra Tom Wolfe, geniale romanziere che morì precocemente a neanche quarant’anni nel 1938, e il suo editor newyorchese, quel Maxwell Perkins che poté fregiarsi di aver lanciato e resi internazionalmente conosciuti tra gli altri Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway. In realtà del Wolfe scrittore, dell’uso della prosa libero e spregiudicato, della potenza delle parole utilizzate in modi fino a quel momento impensati, o comunque poco battuti (c’era pur sempre stato James Joyce dall’altra parte dell’oceano…), in Genius non rimane praticamente nulla. A parte l’esondazione del suo linguaggio, la ricerca della metafora e della metonimia – tratteggiate per di più in modo quasi grottesco – nel film di Grandage non rimane nulla dell’arte di Wolfe. Traendo spunto dal celeberrimo (negli Stati Uniti) volume di A. Scott Berg Max Perkins: Editor of Genius, lo sceneggiatore John Logan si è lanciato nella riscrittura di un rapporto filiale mai veramente sviluppato. Quasi si trattasse di una storia d’amore, quella tra Perkins e Wolfe, il film si risolve in un dramma d’interni in cui le psicologie dei protagonisti vanno a scontrarsi in maniera inevitabile, alla ricerca di un conflitto che le renda più vive, e forse riesca ad avvicinarle.

Il problema è che, se da un lato Genius si propone come l’elegia in forma d’immagini di Max Perkins, descritto come uomo buono, eccelso padre di famiglia, accurato editore letterario, dall’altro mette in scena il “genio” di Wolfe sfruttando tutti i possibili cliché del caso. Wolfe non entra nelle stanze, le invade con la sua gestualità; non parla, declama; non vive, prende a morsi l’aria. Tutto è perennemente sopra le righe, anche per via della pessima interpretazione donata da un Jude Law ai minimi termini. Spocchioso e crudele, tragico e ridicolo allo stesso tempo, Wolfe è un genio così come potrebbe metterlo in scena un bambino, privo di chiaroscuri, privo di reali drammi, bidimensionale e dominato da un’incontinenza verbale che risulta a conti fatti mal gestita e ben presto detestabile.
Ma è possibile aver così poco rispetto del personaggio reale che permette a un film del genere di esistere? La domanda non è né retorica né pretestuosa, e dovrebbe invece essere l’unica materia del dibattito al seguito della visione dell’esordio di Grandage. Come si può arbitrariamente mettere in scena la vita di un uomo di lettere, stravolgendola o meglio leggendola come più aggrada – si veda tutta la parte relativa al distacco tra Perkins e Wolfe, la mancanza di riferimenti alle accuse di antisemitismo e all’effimera, per fortuna, ammirazione per il regime nazista; ma anche la pubblicazione dei suoi racconti, che Perkins non curò e dei quali dunque non si fa alcuna menzione nel film – solo per costruire il perfetto dramma che immortala genio e sregolatezza, due facce della medesima medaglia? Costruito su un accumulo francamente indigeribile di climax emotivi, a partire dal diverbio tra Wolfe e Fitzgerald in casa di Perkins (con una Zelda Fitzgerald già squilibrata e rimarcata con notevole cattivo gusto con gli occhi da pazza fuori dalle orbite), il film di Grandage sembra scritto con il bignami a disposizione sul comodino: il genio rifiutato dal mondo, il successo commerciale, le prime bizze, il viaggio in Europa, il distacco dal padre putativo, il ravvedimento e la morte.

Opere come Genius dovrebbero essere rifiutate in blocco, perché propagandano una vetusta e squallida visione dell’arte e dell’uomo, e peccano perfino nel dovere di intrattenere il pubblico che per lo meno dovrebbe rimanere la loro stella polare. Al di là di tutto questo l’autore di un volume che si apre sulle seguenti parole avrebbe meritato un trattamento meno sciatto: «A stone, a leaf, an unfound door; of a stone, a leaf, a door. And of all the forgotten faces. Naked and alone we came into exile. In her dark womb we did not know our mother’s face; from the prison of her flesh we come into the unspeakable and incommunicable prison of this earth. Which of us has known his brother? Which of us has looked into his father’s heart? Which of us has not remained forever prison-pent? Which of us is not forever a stranger and alone? O waste of loss, in the hot mazes, lost, among bright stars on this most weary unbright cinder, lost! Remembering speechlessly we seek the great forgotten language, the lost lane-end into heaven, a stone, a leaf, an unfound door. Where? When? O lost, and by the wind grieved, ghost, come back again».

Info
Il trailer di Genius.
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