7 minuti

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Michele Placido adatta per lo schermo la pièce di Stefano Massini, mettendo in scena una storia corale e politica. Quanto possono pesare, nella vita di un’operaia, 7 minuti? Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2016.

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L’incertezza del futuro appesa a 7 minuti. Un caleidoscopio di vite diversissime e pulsanti, vite di donne, madri, figlie. Undici caratteri, per una riflessione sulla possibilità concreta di opporre resistenza e di reagire all’incertezza del futuro, tra caos, logica e giustizia… [sinossi]

7 minuti. Quanto pesano nell’economia della giornata di una persona qualsiasi? Se vi ponessero di fronte al bivio tra l’essere licenziati e rinunciare a 7 minuti di pausa tra un turno e l’altro in fabbrica, quale strada prendereste? Sareste euforici, pensando di aver scampato il pericolo (dopotutto cosa sono solo pochi minuti di lavoro in più al giorno?), oppure avreste la testa tarlata di dubbi, pensando ai motivi che possono aver spinto il padrone a sottoporvi una proposta a cui è praticamente impossibile dire di no?
Parte da questo spunto 7 minuti, ritorno alla regia di Michele Placido a un anno e mezzo da La scelta, selezionato all’interno dei lavori dell’undicesima edizione della Festa di Roma e in uscita nelle sale a inizio novembre grazie a Koch Media. Alla base del film di Placido c’è la pièce teatrale di Stefano Massini, già notevole successo di pubblico e critica sui palchi della penisola. Un lavoro corale che non perde la sua urgenza politica nel passaggio sul grande schermo. In un’Italia che procede a vele spiegate in direzione di una mancanza di tutela sempre maggiore dei lavoratori – il famigerato Jobs Act che ha reso nullo l’articolo 18 è uno dei fiori all’occhiello, se così si può definire, del governo Renzi –, un’opera come 7 minuti cerca di tirare le fila di un discorso stratificato, che affronta i diversi punti di vista, tutti interni al mondo operaio (i padroni discutono poco, e non vivono con un gran peso sullo stomaco le decisioni che prendono). Un mondo confuso, incattivito e forse oramai poco propenso alla solidarietà, ma soprattutto colmo di paura.

È la paura l’elemento dirimente di 7 minuti. Perché se è vero che si tratta di una richiesta accettabile, a fronte del rischio della perdita del posto di lavoro, il punto è che è proprio la paura di perdere lo stipendio, e di non sapere se si riuscirà mai a trovare un altro posto, a spingere le operaie del consiglio di fabbrica verso un facile e immediato “sì”. Tutte, o quasi, votano per paura; alcune per di più votano perché non hanno mai avuto un contratto di lavoro che proteggesse i loro diritti, o perché provengono da realtà sociali e politiche diverse. Persone che sono già contente di essere vive, e accettano con gratitudine il lavoro, quasi fosse una caritatevole elemosina nei loro confronti, invece che un diritto acquisito combattendo. Troppi anni fa, però. Anni oramai dimenticati.
Ne mette tanta di carne al fuoco, Placido, adagiandosi su un testo che fa della retorica il suo punto di forza. Tutto è schematico, ma solo perché attraverso la semplicità di uno schema si può evidenziare la stortura politica, il ricatto del padronato, una vita trascorsa nell’angoscia di non avere più diritto alla vita stessa. Ovviamente, com’è quasi inevitabile, non tutto funziona all’interno della struttura narrativa. Ci sono dialoghi troppo carichi, passaggi pedissequi, enfatizzazioni dovute a una colonna sonora invadente e a una regia poco allineata all’asciuttezza ai limiti del minimale della situazione. Placido è un regista nervoso e nerboruto, più adatto all’azione che a una limitazione in quattro mura e con un gruppo di attrici che recita senza neanche stare in piedi per la maggior parte del tempo: ricorre dunque a un montaggio fin troppo spezzato, a primi piani che cercano il movimento là dove non ci può essere, a una camera troppo libera rispetto alla compostezza quasi claustrofobica della situazione.

Non tutto viene dunque gestito nel modo più adeguato, eppure 7 minuti riesce lo stesso a centrare l’obiettivo, quello di uno scandaglio del mondo operaio (per di più interamente al femminile, dettaglio non trascurabile) alla ricerca della propria dimensione in un universo in cui è sempre più schiacciato, ricattato, reso vulnerabile. “Ci hanno vendute”, dice la delegata di fabbrica Ottavia Piccolo alle compagne, e ha ragione. L’operaio nel 2016 è tornato a essere proprietà privata dell’industriale di turno, e può essere venduto, comprato, dismesso come le grandi strutture abbandonate e che un tempo davano lavoro a centinaia, a migliaia di persone.
Tra ragazze che sono appena entrate nel mondo del lavoro, straniere che hanno penato e subito umiliazioni prima di trovare un contratto che non le offendesse, donne che hanno partecipato alle grandi battaglie dei decenni passati, in 7 minuti c’è un po’ di tutto, semplificato ma non per questo svilito nel proprio senso politico. Come il resto della messa in scena, anche l’interpretazione delle protagoniste appare altalenante, con alcune attrici (Ambra Angiolini in testa) che sembrano possedute dal demone dell’overacting e non riescono sempre a controllare né i gesti né i toni della voce. Davvero convincenti invece Ottavia Piccolo e Fiorella Mannoia, che riesce a calarsi senza troppe difficoltà in un ruolo a cui non è abituata, e restituisce un’umanità sorprendente, sommessa ma forte e coerente. In questa nebulosa del lavoro, vera incognita di questi anni, Placido rintraccia una strategia, una soluzione: l’unione della classe operaia, l’unione e la solidarietà di chi lavora, ed è sfruttato. Come non essere d’accordo?

Info
Il trailer di 7 minuti.
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1 Commento

  1. denny 16/03/2019
    Rispondi

    obbiettivo centrato. ambra mi e’ comunque piaciuta anche nell’eccesso, perche’ reale, come succede nelle fabbriche

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