Intervista a James Curtis

Intervista a James Curtis

William Cameron Menzies è conosciuto soprattutto per la sua regia di un cult della fantascienza anni Cinquanta, Gli invasori spaziali (Invaders from Mars) o per un altro classico del genere, il kolossal britannico del 1936 La vita futura (Things to Come). La figura di Menzies va però molto oltre essendo stato il primo ad applicare i concetti di production design e art direction, il primo a concepire la “previsualizzazione” delle scene cinematografiche, ad applicare la sua arte di illustratore al cinema. Il suo lavoro per Il ladro di Bagdad di Raoul Walsh (1924) lo consacrò come il più importante scenografo di Hollywood. Una carriera di una quarantina d’anni in cui ha collaborato con Frank Capra, Alfred Hitchcock e soprattutto con Sam Wood. Abbiamo incontrato il suo biografo James Curtis, nonché biografo di Spencer Tracy, James Whale, Preston Sturges, Walter Huston e altri protagonisti della Hollywood classica, alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, dove è stato tributato un omaggio a William Cameron Menzies.
[La foto è di Paolo Jacob]

Perché hai deciso di occuparti di William Cameron Menzies? Qual è la sua importanza nella storia del cinema?

James Curtis: Volevo scrivere un libro su William Cameron Menzies perché non ce n’era ancora uno e perché penso che abbia svolto un ruolo unico nello sviluppo del cinema americano. Cominciò a lavorare in un momento cruciale, il 1917, iniziò a assumere una certa importanza nel 1923 e essenzialmente perfezionò il concetto di production design nel 1925. È rimasto attivo, a diversi livelli, fino al 1956. La sua ultima partecipazione fu Il giro del mondo in 80 giorni. Ha contribuito a 130 film e, nonostante questo, non c’era praticamente niente di pubblicato su di lui. Ed ero anche abbastanza curioso per via dell’interessante e per certi versi unica traiettoria seguita dalla sua carriera. L’influenza che ha avuto su tutte le persone con cui ha collaborato, dai registi come Hitchcock e Frank Capra ai produttori come Selznick. Quindi ho pensato che ci fosse una mancanza nella letteratura specializzata e ho pensato che qualcuno dovesse colmare quel vuoto. Ho chiamato i familiari di William Cameron Menzies e ho chiesto loro se c’era qualcuno che se ne stava occupando. Non c’era nessuno. Così, ho deciso allora di dedicarmi a questo progetto e, a partire da quel momento, ci ho lavorato per 16 anni, fino alla pubblicazione del libro l’anno scorso, intitolato William Cameron Menzies: The Shape of Films to Come.

In generale come scegli i soggetti delle tue biografie e come ci lavori?

James Curtis: Deve essere un soggetto che mi stimoli, qualcosa che mi faccia venire voglia di lavorarci sopra per i successivi due o tre anni. Quindi non può essere qualcuno che mi interessi poco o che non mi piaccia. O di cui non mi piaccia il lavoro fatto. Inoltre deve essere un soggetto non ancora adeguatamente affrontato. Per esempio non c’era ancora nessun libro su James Whale quando ho fatto il mio. Ho fatto la prima biografia di Preston Sturges e l’ultima di W. C. Fields perché sentivo che le precedenti non erano state abbastanza esaustive. Quella di Menzies è stata la prima e ho fatto l’ultima di Spencer Tracy, perché secondo me anche lui non era stato trattato correttamente. Ora sto lavorando sulla vita di Buster Keaton perché credo che nemmeno la sua vicenda sia stata ancora affrontata in modo esatto. Dunque devo lavorare a qualcosa che mi sembri nuovo e non l’ennesima versione di qualcosa che è già stato fatto in passato. Il mondo non ha bisogno di un altro libro su Hitchcock o Orson Welles.

Menzies aveva un rapporto privilegiato con il produttore David O. Selznick?

James Curtis: Il rapporto speciale c’è stato sicuramente per la produzione di Via col vento, perché era un progetto davvero straordinario per quei tempi. Molto costoso e molto complesso. Selznick assunse Menzies per pre-visualizzare il film sotto la sua direzione. Poteva essenzialmente controllare il film senza dirigerlo. Via col vento è stato un caso esemplare di produttore come autore, ma è stato qualcosa che non sarebbe stato possibile realizzare senza l’apporto di William Cameron Menzies. L’idea di poter visualizzare un film di quel tipo inquadratura per inquadratura era qualcosa di praticamente inedito ai tempi. Lui dimostrò che si poteva fare e inoltre gli permise di perfezionare la sua maestria nel campo della production design, nel senso che questo fu il primo film che progettò dall’inizio alla fine in Technicolor a tre colori. Il colore era davvero uno strumento pazzesco per Menzies per progettare l’impatto visivo e drammatico del film da un punto di vista grafico. Con questo film mostrò come fare sviluppando inoltre una tavolozza di colori per il film che, come diceva Richard Sibelbergs, veniva musicalmente, come in movimenti musicali. Quindi ogni scena aveva una sua temperatura di colori. Ricevette un premio Oscar speciale per questo.

Si dice che Menzies abbia anche diretto in prima persona alcune sequenze di Via col vento. È vero?

James Curtis: Sì, ha fatto del lavoro come seconda unità. Si dice che ben sette registi abbiano lavorato a Via col vento, anche se alla fine è stato accreditato solo Fleming. Molti facevano le seconde unità. Menzies ha fatto alcune riprese specifiche e inserti, che non comprendevano gli attori principali. Di questa squadra di registi facevano parte anche Cukor e Sam Wood. Il tutto poté avvenire con naturalezza perché gli occhi di Menzies erano presenti in ogni scena per così dire e anche Selznick supervisionava il film ripresa per ripresa.

È passato alla storia il suo contributo per Il ladro di Bagdad del 1924, ma collaborò anche alla versione del 1940 di Michael Powell?

James Curtis: Sì, ha diretto gli effetti speciali, ha lavorato a quello che viene chiamato il blue screen, i cavalli volanti e cose del genere. Ha lavorato molto anche alle scene col personaggio del genio e per questo ha avuto un credit come co-produttore associato.

Tra i film da lui diretti c’è La vita futura (Things to Come) nel 1936, un kolossal dell’epoca tratto da H. G. Wells. È vero che lo scrittore aveva collaborato alla realizzazione del film?

James Curtis: Sì, è vero. H. G. Wells si intrometteva in ogni aspetto di quel film, creando un po’ di problemi sul set. Credo che la collaborazione importante in questo film fu tra Menzies e Vincent Korda, il grande art director [fratello di Alexander che era anche il produttore del film, n.d.r.], e con il supervisore degli effetti speciali Ned Mann. Credo che siano loro tre i responsabili di questo film dal punto di vista cinematografico, i responsabili del fascino che questo film ha esercitato sul pubblico anche fino ai giorni nostri. H. G. Wells contribuì per quel che riguardava la sceneggiatura, scrivendo dialoghi molto complicati che alla fine delle riprese si lavorò senza successo per ridurre il più possibile.

Menzies aveva un interesse particolare per la fantascienza?

James Curtis: Credo che fosse interessato a tutto quello che gli offriva l’opportunità di fare qualcosa fuori dall’ordinario come designer. E la fantascienza e il fantasy erano generi che gli permettevano di lavorare su dei mondi immaginari, visionari, fuori dagli schemi.

La vita futura, per la sua grandiosità, gli effetti speciali molto avanzati, poteva essere stato concepito come una risposta britannica a Metropolis?

James Curtis: Non esattamente. Forse in minima parte. H. G. Wells aveva dichiarato che Metropolis non gli era piaciuto molto. Non credo che fosse stato concepito da Menzies a livello visivo come una risposta a Metropolis quanto come un approccio diverso a un soggetto simile. Può darsi che Wells l’abbia percepito così, ma non Menzies.

Menzies ha lavorato molto con Sam Wood. In cosa consisteva la loro collaborazione?

James Curtis: Sam Wood era un esperto nella direzione degli attori ed era molto bravo in questo, ma non aveva un grande senso visivo. E lo sapeva. Dopo aver lavorato una volta con Menzies, per Via col vento, pensò che loro due insieme avrebbero fatto molto meglio di quanto non avrebbero saputo fare a livello individuale. Così formarono una partnership realizzando una serie di film importanti, come La nostra città (1940) o Per chi suona la campana (1943). Erano decisamente complementari, Menzies essenzialmente dirigeva il film da dietro la mdp e Wood lo dirigeva nel lavoro con gli attori e con la sceneggiatura, ecc. Il loro team è stato molto influente negli anni Quaranta.

Tra gli altri cineasti su cui hai lavorato c’è James Whale. Cosa ne pensi della diatriba su chi abbia veramente ideato la maschera di Frankenstein tra lui e Jack Pierce?

James Curtis: Credo che sia stata una collaborazione. Whale dovrebbe aver fatto degli schizzi, stando a quanto mi è stato detto, che però sembra siano andati persi. David Lewis, un grande amico di James Whale, era presente quando questi schizzi vennero fatti e se li ricorda. Dal canto suo, Jack Pierce ha portato anche lui delle idee per la realizzazione, quindi ritengo che sia stata una collaborazione. James Whale aveva il controllo del processo artistico e la sensibilità nel portare a termine le cose che concepiva. D’altronde si era formato con le arti grafiche e non molti altri registi hollywoodiani potevano vantare la sua stessa competenza in materia. In seguito si era avvicinato al teatro, ed è interessante che due dei più grandi registi cinematografici dei primi anni Trenta, James Whale e Ruben Mamoulian, venissero dal palcoscenico, invece che dal cinema.

Come giudichi il film Demoni e dei che si basa sulla biografia di James Whale?

James Curtis: Lo giudico discretamente, l’ho visto una volta. A volte sono stato associato a quel film, alcuni hanno pensato che fosse basato sul mio libro, mentre altri sanno che è basato sul romanzo Father of Frankenstein di Christopher Bram. Addirittura qualche volta il mio nome è finito sulle locandine, ma io non volevo, anche perché Demoni e dei è un film di fiction. La mia è non-fiction e credo che si finisca per confondere lo spettatore mischiando le due cose. Non sono un grande fan del film, credo che si sia persa l’occasione di sfruttare alcuni elementi potenzialmente interessanti dal punto di vista drammatico nella vita di James Whale e che non avevano niente a che vedere con la sua omosessualità. Penso che non sarebbe felice di sapere di essere considerato oggi principalmente come una icona gay. Viveva una vita molto riservata e due dei suoi amici più prossimi mi hanno detto con certezza che non avrebbe voluto avere niente a che fare con il movimento lgbt. Era conservatore in politica, e sebbene apertamente gay e a suo agio con questo, credo che si vedesse più che altro come un uomo di teatro e di cinema, e che non credesse che il suo essere omosessuale avesse qualcosa a che fare con questo. So che alcuni critici non sarebbero d’accordo con me, ma credo che il mio lavoro come biografo sia quello di spiegare un personaggio e di presentare in maniera obiettiva la sua personalità.

Info
Il sito ufficiale di James Curtis.
La pagina Wikipedia inglese dedicata a James Curtis.
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.

Articoli correlati

  • Pordenone 2016

    Jay Weissberg: “Il muto non è nostalgia”

    La difesa della pellicola, l'apertura verso un pubblico che non sia fatto di soli specialisti e il tentativo di sganciare il cinema muto da una dimensione nostalgica: sono queste le linee guida di Jay Weissberg per le Giornate del Cinema Muto, festival che dirige da quest'anno. Lo abbiamo incontrato a Pordenone.
  • Festival

    Giornate del Cinema Muto 2016

    Si tiene dal primo all'otto ottobre a Pordenone la 35esima edizione delle Giornate del Cinema Muto, di cui anche quest'anno Quinlan è media partner: tra Greta Garbo, Il ladro di Bagdad, un programma speciale sulle elezioni americane e molto altro ancora.
  • Festival

    Il programma delle Giornate del Cinema Muto: da Greta Garbo a Il ladro di Bagdad

    Il nuovo diretttore Jay Weissberg ha annunciato oggi il programma del festival, che si terrà a Pordenone dal primo all'8 ottobre. Apertura con Greta Garbo, chiusura con Il ladro di Bagdad. In mezzo, tanti appuntamenti imperdibili.
  • DVD

    Il ladro di Bagdad

    di Il ladro di Bagdad di Raoul Walsh, una delle meraviglie dell'epoca del muto, lascia a bocca aperta ancora oggi. In dvd con CG Home Video.
  • Classici

    Il ladro di Bagdad

    di Il ladro di Bagdad, fantasmagorica avventura diretta da Raoul Walsh nel 1924, presentato in una copia restaurata al Fantafestival di Roma. Un'occasione da non perdere per riscoprire un classico del muto.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento