La prima notte di quiete

La prima notte di quiete

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Apice delle tempeste di passione messe in scena da Zurlini, conclusione della sua trilogia adriatica. Con La prima notte di quiete, presentato nella retrospettiva al regista della Festa del Cinema di Roma, viene consegnata alla storia della settima arte la figura del professor Dominici, antieroe anarchico con una carica autodistruttiva. Reso da un Alain Delon alle soglie della quarantina, con la barba incolta e l’inseparabile cappotto cammello, che si aggira in una spettrale Rimini invernale immersa nella nebbia.

Il mare d’inverno

Daniele Dominici, malandato professore di lettere giunto a Rimini per una supplenza nel liceo classico locale, bazzica un gruppo di vitelloni, con i quali passa le nottate tra alcool, droga e gioco d’azzardo, e si innamora di una sua allieva, Vanina, bella ed enigmatica. La passione tra i due è ostacolata dalla madre e dall’amante di lei, dalle scenate di Monica, la compagna di Daniele, e da tanti, troppi, segreti inconfessabili. [sinossi]
È uno di quei giorni che
Ti prende la malinconia
Che fino a sera non ti lascia più.
La mia fede è troppo scossa ormai
Ma prego e penso fra di me
Proviamo anche con dio, non si sa mai.
E non c’è niente di più triste
In giornate come queste
Che ricordare la felicità
Sapendo già che è inutile
Ripetere: chissà?
Domani è un altro giorno, si vedrà.
È uno di quei giorni in cui
Rivedo tutta la mia vita,
Bilancio che non ho quadrato mai.
Posso dire d’ogni cosa
Che ho fatto a modo mio
Ma con che risultati non saprei.
(…)
E oggi non m’importa
Della stagione morta
Per cui rimpianti adesso non ho più.
E come tanto tempo fa
Ripeto: chi lo sa?
Domani è un altro giorno, si vedrà.
(da Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni)

Il mare d’inverno è una canzone di Loredana Bertè ed Enrico Ruggeri, che probabilmente non sarebbe sfuggita a Valerio Zurlini, visto come infarciva le sue opere con grandi successi della musica leggera. Il mare d’inverno, a Rimini, in una giornata di pioggia, o con la neve, è stato uno dei soggetti preferiti del fotografo Marco Pesaresi che ritraeva paesaggi della sua Rimini con tutti quegli ambienti affollati d’estate che diventano deserti nelle altre stagioni, con una sensibilità davvero simile a quella di Valerio Zurlini. Il mare d’inverno è la dimensione gravida di quella malinconia “che fino a sera non ti lascia più”, come nella canzone di Ornella Vanoni che esprime tutta quella tristezza esistenziale che rappresenta la cifra poetica del regista: “Quella costiera adriatica che avevo visto l’inverno, quando non c’è l’esplosione del turismo estivo, stretta dal rancore, dalla ferocia, dalla violenza. L’avevo vista, quella violenza dell’uomo sulla donna”.
Nel cinema di Zurlini sono spesso presenti mezzi di trasporto, con cui a volte si aprono i film, automobili sportive e utilitarie, treni, motociclette, simboli di esistenze erranti e inquiete, di derive e approdi. Nel suo ultimo capitolo della trilogia adriatica, La prima notte di quiete (1972), Zurlini fa iniziare il film con una visione dal mare, con una barca a vela battente bandiera australiana. L’imbarcazione ha perso l’orientamento, arriva in un molo di una Rimini sommersa dalla foschia, dove compaiono le insegne esotiche di quei locali che impazzano d’estate ma ora deserti, una locanda bavarese, un club hawaiano (trionfo del kitsch come le architetture di Los Angeles descritte da Woody Allen in Io & Annie: “Il neoclassico ibridato con lo spagnolo, ibridato con il Tudor, ibridato col giapponese”). La situazione è sempre più surreale, l’equipaggio chiede indicazioni a un ‘passante’, il professor Dominici che passeggia solitario sul molo nella nebbia. Siamo a Rimini, a metà tra Ancona e Venezia, spiega ai viandanti marini, aggiungendo di essere giunto nella città il giorno stesso. Viene così presentato il personaggio.

Solitario, tenebroso, Dominici è un Alain Delon incredibilmente fascinoso alle soglie della quarantina. Perennemente con il suo cappotto cammello, che non si toglie nemmeno quando fa l’amore, esattamente come quello di un’altra figura maledetta di un film dello stesso anno, Paul/Marlon Brando di Ultimo tango a Parigi. Sotto il quale indossa un dolcevita. Perennemente con la sigaretta in bocca. C’è tanto di Zurlini stesso in questo personaggio, cui fa indossare il suo stesso cappotto, cui infonde le sue stesse passioni, quella per l’arte e quella per le donne. Un esteta il cui unico scopo è far capire perché un verso del Petrarca sia bello, un anarchico che non si preoccupa minimamente della disciplina in classe, provocando le ire del preside conservatore dalle simpatie fasciste. Nichilista, si astrae dall’impegno ideologico imperante, motivo per cui il regista era inviso alla critica militante dell’epoca: “Per me, neri e rossi, siete tutti uguali, i neri sono più cretini”, dice allo studente sessantottino.

Ancora una volta Zurlini costruisce con La prima notte di quiete un’opera carica di citazioni letterarie e pittoriche. Vanina prende il nome dal racconto di Stendhal, da cui “ne hanno fatto anche un vecchio film”, quello di Rossellini del 1961. Mentre il titolo del film e titolo della raccolta di poesie del professore sarebbe, come riferito da Zurlini, un adattamento di un verso di Goethe. E poi David Herbert Lawrence, di cui Vanina legge Donne in amore, libro che ha vinto al bingo. Vanina, l’unica alunna peraltro a scegliere la traccia del tema su Manzoni, “La contrapposizione di purezza e peccato nel mondo di Alessandro Manzoni”, lei che è la sintesi di purezza e peccato. Lo stesso professore è costruito da Zurlini, oltre che su se stesso, su una serie di figure letterarie: un Lord Jim casalingo, un principe Myškin da L’idiota sostenitore della bellezza che salverà il mondo, un Dick Diver da Tenera è la notte di Fitzgerald, un Meursault da Lo straniero di Camus.
E nelle classiche tappe delle tempeste di passioni zurliniane, una è dedicata all’arte come nel viaggio a San Marino dei protagonisti di Estate violenta. La contemplazione estatica della Madonna del parto di Piero della Francesca a Monterchi, dove Dominici porta Vanina invece di andare al cinema, quell’affresco che Andrei Tarkovskij in Nostalghia rende come esempio della bellezza eccessiva dell’arte italiana. Declamando i versi di Dante, dal canto XXIII del Paradiso, Dominici ne ammira la purezza, senza peccato, che si è tramandata nei secoli. E ne riconosce la natura popolare, realizzata dal grande pittore rinascimentale in una chiesetta di campagna, avendo come committenti non papi o principi ma la comunità contadina di Monterchi. Un momento sublime, associato a un’arte imperitura, come l’Aida in La ragazza con la valigia, che è il contraltare del momento pop del ballo in discoteca, dove pure campeggia un quadro, di maschere, come nel liceo una raffigurazione di Davide contro Golia, tra le tante immagini secondarie disseminate dal regista.

La balera, la festa da ballo è un’altra situazione zurliniana, che usa per esprimere il crocevia e lo smistamento del groviglio delle passioni, qui alle note della canzone di Ornella Vanoni Domani è un altro giorno, che esprimono la quintessenza del sentimento cardine zurliniano della malinconia. Elvira è innamorata del professore (come si vedrà anche nella sua gelosia nei confronti di Spider di cui si suggerisce in sottotesto il suo interesse omosessuale per l’amico), ma lui non ha occhi per Vanina che balla in pista il lento abbracciata al suo fidanzato Gerardo che, per il movimento rotatorio della danza, va a prendere il posto di Vanina nel controcampo con Dominici, facendogli un occhiolino di sfida. Il professore, come un pesce fuor d’acqua, la accetta e vince la sua riluttanza al ballo invitando Vanina, ma lei rifiuta mentre Gerardo lo fa tranquillamente con un’altra ragazza.
Daniele Dominici è “un reietto in un mondo da quattro soldi, un uomo nobile in un mondo di cialtroni, un aristocratico in un mondo di stupratori di puttane, un professore di storia dell’arte in un liceo di cretini, un uomo fine in mezzo alla volgarità, talmente fragile dall’essere vinto dagli altri”. Così lo definisce il regista, un personaggio estremamente decadente. Nasconde la sua discendenza con l’eroe della battaglia di El Alamein, e solo al suo funerale si scoprirà l’origine aristocratica della famiglia. In quel funerale dove nessuno dei personaggi del film sarà presente, tranne Spider che del professore era innamorato e che in seguito andrà in pellegrinaggio nella sua casa natìa. Nella concezione di Zurlini La prima notte di quiete avrebbe dovuto essere il capitolo conclusivo di una lunga saga storica, intitolata Il paradiso all’ombra delle spade, che affonda le sue radici nell’Africa coloniale, in quell’Africa violenta di Seduto alla sua destra.

Una Rimini uggiosa, malinconica, antifelliniana, che palpita al suono della tromba di Maynard Ferguson. Dove albergano quei vitelloni che tornano spesso nel cinema italiano (dopo Fellini ricordiamo Leoni al sole di Vittorio Caprioli). Uno sfondo che si intercala alle vicende del film, che si insinua con immagini di piazze immerse nella nebbia, di spiagge deserte coperte di detriti. Un’atmosfera che prelude all’ineluttabile morte. Non ci sarà più un domani, non ci sarà quell’altro giorno di Ornella Vanoni e di Rossella O’Hara. La morte che è la prima notte di quiete, perché finalmente si dorme senza sogni.

Info
La pagina Wikipedia di La prima notte di quiete.
Il trailer de La prima notte di quiete.
La prima notte di quiete sul canale Movies.
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