The Last Laugh
di Ferne Pearlstein
Confrontandosi con una delle questioni più complesse dell’ultimo secolo (la rappresentazione della Shoah), il documentario The Last Laugh ricorda limiti e poteri della risata grazie ai migliori comici ebrei americani. All’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.
Ride bene chi ride ultimo
Come e quando si può far ridere parlando di una tragedia come la Shoah? Per rispondere alla domanda, vengono interpellati alcuni tra i più noti comici ebrei americani e una sopravvissuta ad Auschwitz, arrivata negli Stati Uniti dopo che la famiglia era stata sterminata e la sorella utilizzata come cavia per gli esperimenti di Mengele. [sinossi]
Cinquant’anni dopo la celebre sentenza di Theodor Adorno (“Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”), il dibattito sulla rappresentazione della Shoah è radicalmente cambiato. Libro dopo libro e film dopo film, il pensiero comune ha ormai abbracciato l’idea che raccontare, reimmaginare e soprattutto ricordare la Shoah sia il modo migliore per dire “mai più”.
Ogni ricostruzione pone un limite personale alla rappresentazione, ma questo confine non è fisso e invalicabile, anzi, tende a spingersi sempre più in avanti in funzione del tempo e della sensibilità collettiva. Se questo discorso vale per l’etica della rappresentazione in generale (pensiamo al dibattito dello scorso anno attorno a Il figlio di Saul), vale a maggior ragione per l’umorismo, che fra le forme di rappresentazione è per definizione quella che procede per contrasti e opposizioni, muovendosi controcorrente, quando non addirittura in modo sovversivo, rispetto alla logica e al buon senso.
Guardando alla “strana coppia” Umorismo e Olocausto, il documentario di Ferne Pearlstein, The Last Laugh, sviluppa attorno al tema due percorsi in parallelo: uno più legato alla memoria, l’altro incentrato sul comico e il riso. Da una parte, segue la vita della sopravvissuta Renee Firestone, attraverso visite ai memoriali, convention di sopravvissuti a Las Vegas e pomeriggi passati su YouTube a guardare sketch di standup comedian. Dall’altra, intervista gli stessi protagonisti di quegli sketch, mettendo a confronto passato e presente, vecchia e nuova scuola di matrice ebraica, a partire da Mel Brooks e Carl e Rob Reiner, fino ad arrivare a Sarah Silverman e lo scrittore Shalom Auslander. Il primo obiettivo del documentario è dunque costruire un resoconto dell’umorismo su Hitler e l’Olocausto negli ultimi decenni, usando una sopravvissuta come cartina di tornasole per valutarne l’efficacia e l’irriverenza.
Dalla celebre Springtime for Hitler di Mel Brooks fino alle uscite più salaci e controverse della Silverman e di Joan Rivers, il documentario ricostruisce battuta dopo battuta il progressivo slittamento del confine del buon senso e dell’ironia, riflettendo acutamente su quei comici e quei lavori condannati all’oblio perché fuori sincrono rispetto alla sensibilità del tempo (come Lenny Bruce o il film maledetto di Jerry Lewis The Day The Clown Cried).
Ovvio che un collage dei migliori sketch più irriverenti degli ultimi cinquant’anni sia un materiale di facile appiglio per supportare qualunque tesi a favore della risata. Ma la riuscita di The Last Laugh sta anche in questo: nella capacità di affrontare una questione complessa in modo semplice, avallata dalle parole di una sopravvissuta che ricorda che “ridere era l’unico modo per non far vincere i nazisti”.
L’unico reale difetto del film è semmai non provare neanche a dare una risposta più complessa (ad esempio, che abbracci tutta la grande tradizione dello humour ebraico) o ad avvicinarsi ai quesiti più paralizzanti del pensiero estetico moderno, ma lasciar sempre parlare per sé la carrellata di battute nere e irresistibili (che arrivano a coprire anche l’11 settembre come ultima grande tragedia occidentale). Anche quando Renee Firestone non sembra apprezzare l’umorismo (molte delle battute della Silverman non superano il test) o si aprono ampi margini di discussione (il dibattito sul sentimentalismo di La vita è bella mostra opinioni antitetiche), l’unica vera risposta che il documentario dà è “basta che faccia ridere”. Non puoi permetterti di fare una battuta su una tragedia umana come la Shoah a meno che non faccia letteralmente piangere dalle risate.
Un discorso che, volontariamente o meno, il documentario sempre vivere sulla propria pelle quando vediamo in alcune scene una sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti commuoversi mentre attraversa in gondola la ricostruzione kitsch dei canali di Venezia del The Venetian di Las Vegas. La scena, che pure conserva una grande sensibilità, ha un ché di grottesco agli occhi di un pubblico europeo. Un effetto straniante che rivela per un attimo tutta la complessità che può star dietro una semplice risata e che apre una breccia su quell’infinito paradosso che è il rapporto fra comico e tragico.
Info
Il sito della Festa del Cinema di Roma.
- Genere: documentario
- Titolo originale: The Last Laugh
- Paese/Anno: USA | 2016
- Regia: Ferne Pearlstein
- Sceneggiatura: Ferne Pearlstein, Robert Edwards
- Fotografia: Anne Etheridge, Ferne Pearlstein
- Montaggio: Ferne Pearlstein
- Interpreti: Alan Zweibel, Carl Reiner, David Steinberg, Etgar Keret, Gilbert Gottfried, Hanala Sagal, Harry Shearer, Jake Ehrenreich, Jeffrey Ross, Judy Gold, Klaire Firestone, Larry Charles, Mel Brooks, Michael Berenbaum, Renee Firestone, Rob Reiner, Robert Clary, Rudolph Herzog, Shalom Auslander, Susie Essman
- Produzione: Tangerine Entertainment
- Durata: 89'

Roma 2016