Ouija – L’origine del male

Ouija – L’origine del male

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Con Ouija – L’origine del male, Mike Flanagan prova a dare un prequel allo stanco horror datato 2014; ma le buone premesse della prima parte si sfaldano rapidamente in un’evoluzione risaputa e derivativa.

Giocare con il genere

Los Angeles, 1965. Dopo la morte del marito, Alice Zander cerca di mantenere se stessa e le sue due figlie inscenando finte sedute spiritiche, attraverso le quali fa credere ai suoi clienti comunicare con i loro congiunti scomparsi. Quando, tuttavia, la donna decide di inserire una tavoletta Ouija nel suo corredo di trucchi, accade l’impensabile: sua figlia più piccola, Doris, mostra di avere davvero la capacità di comunicare con l’aldilà, utilizzando la tavoletta come tramite… [sinossi]

Sviluppatosi in modo travagliato, con una produzione che ne ha cambiato più volte contorni e sostanza, il progetto del primo Ouija (datato 2014, ma risalente nella concezione al 2008) finì per portare sullo schermo un film molto diverso da quanto era stato inizialmente inteso. Il pesante intervento della Universal, col drastico ridimensionamento del budget e la successiva espunzione di circa il 50% del girato (rifatto ex novo) finirono per consegnare agli spettatori un teen horror che di horror, di fatto, aveva ben poco: una innocua ghost story cinematografica, derivativa nelle basi e goffa nella realizzazione, che del genere aveva totalmente tenuto fuori la componente più perturbante. Un prodotto inoffensivo che, in linea col suo modello iniziale (il noto gioco della Hasbro, che consentirebbe a chi lo gioca di parlare con gli spiriti) sembrava tenere a ribadire di non voler spaventare nessuno sul serio. In fondo, pareva dire in ogni suo passaggio la (rimaneggiatissima) sceneggiatura del film, qui stiamo solo giocando.

È proprio cercando di correggere questa impostazione stancamente ludica, che del genere riprendeva i più vieti stereotipi (riproposti in forma inerte) ma non la viva sostanza, che Mike Flanagan si è mosso nel dirigere questo Ouija – L’origine del male. Un prequel che prova ad azzerare il ricordo del suo predecessore risalendo, appunto, alle origini: sia della maledizione che grava sulla villa al centro del film originale, così come sulla famiglia che la abita, sia di un filone tutto a cui si cerca di restituire dignità e coerenza con la sua evoluzione storica, e con i principi che lo ispirano. In questo senso, il film si giova innanzitutto dell’ambientazione (gli anni ‘60 americani – periodo di ottimismo e ingenuità – in cui da un lato il favolistico ha più possibilità di essere accolto e creduto, dall’altro l’orrore trova meno difese di fronte a sé); riprendendo inoltre un topos, caro a tutto il genere (sia nella sua forma letteraria che cinematografica) come quello del bambino che diviene tramite per il sovrannaturale. In questo senso, l’oggetto stesso della tavoletta passa in un certo senso in secondo piano, facendosi elemento accessorio e quasi “ornamentale” della vicenda.

Funziona abbastanza bene, tutta la prima parte del film di Flanagan (al suo attivo i non disprezzabili Oculus e Somnia), giocata sulla graduale emersione dei poteri medianici della piccola Doris, e sul misto di paura e meraviglia che questa genera. Interessante anche la riflessione che il film porta avanti sul carattere illusorio, dall’intrinseca componente spettacolare e illusionistica, dell’attività del medium, e sulla rivendicazione di una sua fondamentale utilità terapeutica per chi ne fruisce: una “bugia manifesta” (non troppo diversa da quella messa in campo dal cinema stesso) ben meno pericolosa del successivo, più subdolo e incontrollabile, sfruttamento delle reali facoltà della ragazzina. Proprio in questa componente metatestuale, presente in nuce nella parte iniziale del film, a rivendicare la necessità di tenere demoni e fantasmi confinati nella dimensione del racconto (e dell’elaborazione favolistica, anche laddove questa vuole spacciarsi per vera) sta una delle componenti più interessanti di questo prequel. Componente sostanziata anche, in tutta la prima metà del film, in un uso molto parco dell’effetto-shock, e in un clima che si limita a suggerire l’ipotesi dell’orrore, senza abbracciarla esplicitamente.

Quando tuttavia Ouija – L’origine del male scopre, inevitabilmente, le sue carte, facendosi più esplicito nei suoi assunti, il tutto si normalizza. L’iniziale ghost story, sospesa tra accettazione e repulsione nei confronti del perturbante (e del suo tramite) si tramuta in una risaputa vicenda di possessione; l’impalcatura costruita in tutta la prima parte del film non basta a sorreggere una storia dall’evidente esilità, che oltretutto contraddice (in parte) quanto era stato narrato nel film originale. L’attenta costruzione del tessuto narrativo fantastico si sfalda rapidamente nel susseguirsi di spaventi a buon mercato della seconda metà della storia, diretti con buon mestiere ma pur sempre all’insegna di quella concezione di popcorn horror che (pur in modo ancora più svogliato, e deprivato di qualsiasi autentico sussulto) il primo film aveva già abbracciato. Dimentico delle buone intenzioni mostrate nella prima parte del film, Flanagan si limita a gestire un materiale narrativo fortemente stereotipato, diluendo in gran parte il suo gusto visivo nella necessità di far prevalere lo spavento estemporaneo e decontestualizzato.

Tra le poco coerenti azioni di un’entità la cui stessa esistenza (lungi dall’ispirare inquietudine) pare più un pretesto che altro, e i mal sfruttati motivi dal forte richiamo simbolico (la bocca cucita), il film di Flanagan si smarca solo in parte dal mood piatto e derivativo del suo predecessore; restando incapace di rileggere il genere in modo davvero personale, e sfruttando poco le potenzialità della sua ambientazione. Meno gioco del primo Ouija, insomma, ma nel suo complesso quasi altrettanto effimero.

Info
Il sito ufficiale italiano di Ouija – L’origine del male.
Il trailer di Ouija – Le origini del male su Youtube.
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